mercoledì 3 ottobre 2012

L'arte che sa far del bene. Daniela Perego

Nove Mesi… una gravidanza! No, non questa volta, o non esattamente. I nove mesi in questione si riferiscono al tempo a disposizione dell’artista fiorentina Daniela Perego, per realizzare il progetto che porta questo titolo, ed ha visto la sua arte protagonista a Trento. Nove mesi d’attesa sì, ma anche, e soprattutto, di lavoro, per mettere insieme pezzi di vita, visioni e momenti che prendono corpo in altrettante istantanee.

Ad accoglierci in via del Suffragio 24, nei locali messi a disposizione da Upload Art Project c’è lei, Daniela, ed un’onda colorata composta da un numero imprecisato di fotografie che tappezzano le pareti, divenendo quasi una loro seconda pelle. Un flusso ininterrotto di colori che virano dalle tinte più scure a quelle più candide, che danno un senso ed un andamento cromatico ai muri, incorniciando la stanza. 

Una fotoinstallazione che è il risultato, sorprendente, di tanti scatti. Tanti quanti ce ne possono stare in nove mesi di vita. “Il senso dell’opera sta nella sua trasformazione continua. Ogni visitatore può, infatti, staccare le immagini che decide di far proprie, di acquistare: il suo gesto diviene la manifestazione inequivocabile di tutti quei pezzi che si scollano, si perdono, spariscono dalla memoria delle persone colpite dal morbo d’Alzheimer”.


“Così facendo nell’opera si vanno a formare dei vuoti: sono i ricordi che non ci sono più, quelli che il morbo sottrae alla persone che colpisce” spiega l’artista. “E questo è un modo, il mio modo, per parlare di una malattia di cui così poco si dice, che troppo spesso si nasconde e si nega, quasi fosse una vergogna”.

Il risultato di questo gioco di continue sottrazioni è un colpo d’occhio di sicuro effetto, perché il vigore del bianco che s’impadronisce dello spazio prima occupato da un’immagine, spiazza e sconcerta. Lo scopo dell’esposizione non è solo quello di fornire un’occasione per toccare il tema della malattia, ma anche di sostenere l’associazione RENCUREME di Moena (TN) che dal 2010 opera per il sostegno delle famiglie e delle persone che vivono questo dramma, grazie alla generosa decisione dell’artista di devolvere l’intero ricavato delle vendite. Ed è per tutti un’opportunità per conoscere da vicino un’artista contemporanea ed il suo mondo.

Daniela Perego non è una fotografa, non propriamente, non solamente. Daniela Perego è un’artista con una visione del mondo fotografica, che non si limita a catturare le immagini: le pensa, le studia e le disegna col proprio sguardo. E poi… click.

Nel suo lavoro, in questo modo, abitano figure umane che ad un primo approccio sembrano subalterne, sconosciute e quasi ignorate dall’ambiente che le ospita, sia esso urbano o naturale. Ma osservando le opere che nascono dal suo “dentro” più intimo si capisce quanto non sia così.


L’artista fiorentina, nel suo creare ci mostra il rapporto continuo e fluido tra l’essere umano ed il territorio, che si dividono la scena senza mai contendersela. E se il primo non è una mera presenza, il secondo non si può definire una semplice cornice.

Non si tratta di corpi che presenziano, che si annullano nel tutto, ma di esseri umani che dominano la scena, che ne divengono il centro gravitante. Non un elemento giustapposto, quindi, ma il cuore pulsante del quadro d’insieme, soprattutto quando lo spazio cede il posto al colore, al vuoto, al non-luogo.

A questo punto si rende necessaria una visita, virtuale, al sito internet www.danielaperego.com che, nella sua veste grafica di assoluta semplicità, rispecchia, con il suo elegante movimento, l’anima della sua autrice. Dalle installazioni, alle fotografie, transitando per la sezione video, si potrà approfondire la conoscenza di opere che necessitano di tempo e riflessione.

Una visita che possiamo tradurre come un cammino sensoriale in cui si incontra il dolore e la sofferenza umana, come in “insanity” della sezione photo, oppure ci si può imbattere in opposizioni di luce e contrasti in positivo/negativo tra le opere di “body”, che individuano nella figura umana, in primissimo piano, l’interprete dello spazio circostante. E se l’ambiente è attore protagonista nella sezione “landscape”, lo stesso non si può dire di “portraits” in cui tende a sparire a favore di giochi di specchi e figure che si profilano grazie ad una sommatoria di immagini.


Da non trascurare anche i segmenti che raccolgono i video e le installazioni. Si tratta di un piccolo universo popolato di opere di immediatezza, di fruizione, ma che abbisognano, però, di grande attenzione, sia per i temi trattati ed il modo in cui essi vengono affrontati, sia per il loro esito estetico-artistico, grazie alla proposta di opere tanto differenti dal punto di vista delle scelte cromatiche, fotografiche e realizzative che sanno, però, evidenziare senza dubbi la medesima maternità.

Alcune di esse ripropongono volti e spazi già visti, ma ripensati e declinati ad un altro linguaggio. “Mi capita spesso di chiudere in un cassetto, di mettere in disparte le mie creature”, racconta Daniela Perego “mi capita poi, alla stessa maniera, di riscoprirle a distanza di tempo, di riuscire a capire perché le avevo abbandonate, e così di ripensarle e presentarle. Sì, spesso mi ci vuole del tempo per creare in modo soddisfacente, per dare forma concreta alle opere che vedo nel mio cuore”.

Così come è successo per le opere presentate alla collettiva intitolata Osservazione della natura in stato di quiete, accolta nei locali del museo Marino Marini di via S. Pancrazio a Firenze. “I lavori che propongo sono in realtà fotografie scattate qualche tempo fa e messe da parte. Il risultato ottenuto era lontano dall’obiettivo che mi ero proposta: quelle a stampa non erano le immagini attraverso cui avrei desiderato comunicare”.



“Quando le ho ritrovate ho cercato di capire cosa mancasse in loro, che cosa potesse completarle. Durante la fase di studio ho deciso di intervenire manualmente sulle immagini laddove trovavo che difettassero: dalle correzioni apportate, senza volerlo, sono nate opere nuove, che mescolano più tecniche e più linguaggi figurativi”.

Già… perché l’arte ha il grande dono di saper ospitare e raccogliere più discipline, di farle dialogare fra loro. Di creare sinergie e magie.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 3 ottobre 2012