C'è un occhio indagatore che, aprendo in un piano
sequenza, a passo d'uomo inquadra e fotografa la scena di un omicidio ormai
consumatosi. Sangue, impronte ma nessun rumore e nessun movimento, là dove
regna la calma dopo un'evocata tempesta.
Stop. Il nastro si riavvolge ed il racconto riparte da
tre mesi prima del delitto, quando Martin (Channing Tatum) dopo aver scontato
una pena detentiva torna a riabbracciare la moglie Emily (Rooney Mara). Un
ritorno alla vita che per questa coppia ha il sapore della sfida: l'obiettivo è
quello di cancellare un incubo durato quattro anni e fare in modo che tutto
torni ad essere com'era.
Una fase di reinserimento che si rivela tanto agevole
per Martin quanto difficile per la sua consorte, che sembra ripiombata nella
nebbia depressiva da cui era uscita qualche anno prima.
Una mattina Emily cerca
la morte a bordo della sua auto, spingendo sull'acceleratore e lanciandosi
contro un muro dove, beffardamente, campeggia la scritta EXIT. Il tentato
suicidio mette sulla sua strada il dr. Banks (Jude Law), uno psichiatra che
cercherà di guidarla fuori da questa complicata situazione attraverso una
terapia farmacologica associata ad una serie di sedute psicanalitiche
settimanali.
Si alza il sipario. E Steven Soderbergh mette
in scena un mondo abitato da persone dalla vita normale e dall'apparenza
altrettanto ma che si scopriamo sull'orlo di un crisi di nervi. Un'umanità,
consapevolmente, aggrappata ad una qualche molecola e sospesa tra un benessere
chimico ed una felicità in blister.
Un mondo al limite della verità, dove la sincerità si
mescola alla menzogna e diventa difficile capirne i contorni. I protagonisti
sono quegli Effetti collaterali che danno il titolo a questa
storia, attorno a cui ruotano l'esasperazione di una pretesa ricchezza e la
bellezza truffatrice di una donna ingannevolmente fragile. Così, quello che
dovrebbe essere il punto di ripartenza verso una nuova vita si trasforma, per
converso, nel punto di non ritorno e le cose sembrano precipitare, per tutti in
un ribaltamento di fronti che, come un ciclone, passa e lascia sul terreno
morte e devastazione.
L'abilità dello sceneggiatore (Scott Z. Burns) sta nel
togliere il gusto al colpo di scena, l'omicidio, che di fatto passa in
secondo piano per lasciare al comando un plot di ferro. L'abilità dimostrata
nell'uso del linguaggio del genere thriller, senza forzare su ritmi che mal si
adatterebbero alla storia che raccontano, fa il resto.
Le ombre che spuntano dal passato sgomitano in un
presente in cui, in primo piano, vi sono gli interessi di un business world
senza scrupoli. Un mondo che sembra andare a braccetto con un sistema
giudiziario, che non concede una seconda possibilità perché non si guarda mai
indietro.
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| Foto fonte web |
Ecco il segreto del successo di questo film, in bilico
fra il dramma ed il giallo con delitto, che punta su una fotografia (Peter
Andrews) alternativamente virata ai colori primari e su un racconto che senza
dare risposte riesce ad avvincere giocando a proporre il dubbio. Bellissime,
poi, le inquadrature dal basso verso il cielo, in cui lo spettatore ha la
sensazione di stare sdraiato sul mondo a scrutare un universo che non gli
appartiene.
Steven Soderbegh ci mette tutto il mestiere che sa e
lo fa bene. Anni di set e di esperienza nel cinema non solo come regista ma
anche come direttore della fotografia, montatore e sceneggiatore regalano il
giusto sapore ad una pellicola riuscita.
Da vedere perché: non tutto è come sembra in un mondo
in cui molto viene simulato e poco svelato, dove per tutto può esserci un
accordo. Sì, proprio per tutto!!
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 19 maggio 2013

