lunedì 20 maggio 2013

L'altra faccia della medaglia. Effetti collaterali

C'è un occhio indagatore che, aprendo in un piano sequenza, a passo d'uomo inquadra e fotografa la scena di un omicidio ormai consumatosi. Sangue, impronte ma nessun rumore e nessun movimento, là dove regna la calma dopo un'evocata tempesta.

Stop. Il nastro si riavvolge ed il racconto riparte da tre mesi prima del delitto, quando Martin (Channing Tatum) dopo aver scontato una pena detentiva torna a riabbracciare la moglie Emily (Rooney Mara). Un ritorno alla vita che per questa coppia ha il sapore della sfida: l'obiettivo è quello di cancellare un incubo durato quattro anni e fare in modo che tutto torni ad essere com'era.

Una fase di reinserimento che si rivela tanto agevole per Martin quanto difficile per la sua consorte, che sembra ripiombata nella nebbia depressiva da cui era uscita qualche anno prima. 

Una mattina Emily cerca la morte a bordo della sua auto, spingendo sull'acceleratore e lanciandosi contro un muro dove, beffardamente, campeggia la scritta EXIT. Il tentato suicidio mette sulla sua strada il dr. Banks (Jude Law), uno psichiatra che cercherà di guidarla fuori da questa complicata situazione attraverso una terapia farmacologica associata ad una serie di sedute psicanalitiche settimanali.


Si alza il sipario. E Steven Soderbergh mette in scena un mondo abitato da persone dalla vita normale e dall'apparenza altrettanto ma che si scopriamo sull'orlo di un crisi di nervi. Un'umanità, consapevolmente, aggrappata ad una qualche molecola e sospesa tra un benessere chimico ed una felicità in blister.

Un mondo al limite della verità, dove la sincerità si mescola alla menzogna e diventa difficile capirne i contorni. I protagonisti sono quegli Effetti collaterali che danno il titolo a questa storia, attorno a cui ruotano l'esasperazione di una pretesa ricchezza e la bellezza truffatrice di una donna ingannevolmente fragile. Così, quello che dovrebbe essere il punto di ripartenza verso una nuova vita si trasforma, per converso, nel punto di non ritorno e le cose sembrano precipitare, per tutti in un ribaltamento di fronti che, come un ciclone, passa e lascia sul terreno morte e devastazione.

L'abilità dello sceneggiatore (Scott Z. Burns) sta nel togliere il gusto al colpo di scena, l'omicidio, che di fatto passa in secondo piano per lasciare al comando un plot di ferro. L'abilità dimostrata nell'uso del linguaggio del genere thriller, senza forzare su ritmi che mal si adatterebbero alla storia che raccontano, fa il resto.

Le ombre che spuntano dal passato sgomitano in un presente in cui, in primo piano, vi sono gli interessi di un business world senza scrupoli. Un mondo che sembra andare a braccetto con un sistema giudiziario, che non concede una seconda possibilità perché non si guarda mai indietro.

Foto fonte web

Ecco il segreto del successo di questo film, in bilico fra il dramma ed il giallo con delitto, che punta su una fotografia (Peter Andrews) alternativamente virata ai colori primari e su un racconto che senza dare risposte riesce ad avvincere giocando a proporre il dubbio. Bellissime, poi, le inquadrature dal basso verso il cielo, in cui lo spettatore ha la sensazione di stare sdraiato sul mondo a scrutare un universo che non gli appartiene.

Steven Soderbegh ci mette tutto il mestiere che sa e lo fa bene. Anni di set e di esperienza nel cinema non solo come regista ma anche come direttore della fotografia, montatore e sceneggiatore regalano il giusto sapore ad una pellicola riuscita.

Da vedere perché: non tutto è come sembra in un mondo in cui molto viene simulato e poco svelato, dove per tutto può esserci un accordo. Sì, proprio per tutto!! 

Emanuela Macrì 


Pubblicato su La Voce del Trentino il 19 maggio 2013