giovedì 12 dicembre 2013

L'acustica perfetta di Daria Bignardi

Svegliarsi in una mattina come tante e scoprire che, nella tazza del solito caffè, galleggia il nuovo capitolo, inaspettato, della vita. Arno non trova una sola spiegazione plausibile quando Sara, sua moglie, una mattina di dicembre sparisce nel nulla. 

Quando con una mossa scelta e scellerata lascia una famiglia un marito e tre figli, preferendovi l’oblio. Eppure non è la prima volta che lei se ne va.Ho amato nella vita una donna sola: quando mi lasciò, non la rividi per sedici anni”.

Apprezzo poco gli abbandoni, per la verità. Mentre credo, fortemente, nella potenza del destino che ricongiunge due vite perchè è probabile che abbiano qualcosa da dirsi, ancora. Ecco cosa mi colpisce di questa storia e mi attrae, magneticamente, verso le sue pagine



Perché trattano una materia incandescente come lava, l’abbandono, mescolandola all’amore tra due adolescenti rimasto sospeso negli anni della lontananza. Arno aspetta, inconsapevole, il ritorno di quell’amore che non ha mai dimenticato. Nell’attesa costruisce, con dedizione e impegno, una vita da cui ottiene tutto quel che desidera.

Sara si materializza all’improvviso, un pomeriggio, per caso. “Se qualcuno me lo avesse predetto, gli avrei riso in faccia. Lei invece sembrava sapesse tutto. Come se mi stesse aspettando”. E quella macchia indelebile ma un po’ sbiadita di una storia fa, riprende colore.

Lasciatisi ragazzini inesperti, si riscoprono da adulti, amandosi senza confrontarsi né affrontarsi mai, vivendo giorni (quasi sempre) pieni e sereni. Ma un animo inquieto non si placa con due giorni di bonaccia: il vento, prima o poi, torna a soffiare. E il suo sibilo sembra suggerire che, andarsene, è l’unica medicina contro il malessere quotidiano.

L’acustica perfetta, ed. Mondadori (2012), è un romanzo che scorre sul nastro della scoperta. Daria Bignardi (nella foto fonte internet), la sua autrice, disegna il profilo, convincente, di una coppia di oggi. Sara è una donna ed una mamma a tempo pieno: ha messo da parte un passato a cui non pensa mai per vivere il suo oggi.




Arno, invece, ha realizzato ogni desiderio cresciuto con lui: il lavoro che sognava, la donna che voleva, la famiglia che pensava. Tutto sulla linea retta del suo vivere, senza interrogativi, senza riflessioni. “Abbiamo tre bravissimi figli, una vita invidiabile, non c’è nulla che io non abbia fatto per lei, è stata, ed è tuttora, la luce dei miei occhi”. Un bilancio in attivo, insomma.

Peccato che il momento di tirare le somme arrivi e tutto in un attimo venga messo in discussione. Odiosa e puntuale la domanda che si presenta alle labbra di Arno “chi ho sposato? Chi è la donna che amo da quasi trent’anni?” ma soprattutto “Come ha fatto a vivere tredici anni con me, fare tre figli con me, e non dirmi mai niente? E dov’è adesso?”.

La forza di questo romanzo sta nello sviscerare ciò che spesso ignoriamo di un abbandono, quell’energia generatrice di incontri e scoperte, quando non di riscoperte. Arno (nome inusuale ma perfetto per il personaggio poichè evoca il pacifico scorrere di un fiume nel proprio letto) non è un uomo stupido e nemmeno anaffettivo.

Difetta solo di troppa semplicità nel guardare la vita. E questo gli impedisce di coglierne le sfumature in filigrana. La fuga di Sara lo metterà davanti ad una realtà che prima era schermata dalla comodità di un “tutto bene” ed a tutte quelle relazioni che prima sembravano sufficientemente considerate senza esserlo, naturalmente.



Forse Arno è l’unico a rimanere fuori dalla vita di Sara perché è l’unico a non capire come starci dentro. Nessuno si stupisce della sua sparizione, nessuno sembra preoccuparsene. Tutti la accettano come un evento naturale, quasi l’avessero preventivata. Persino il di lui padre, Guelfo, che gli occhi del figlio descrivono come “il grande assente, il fricchettone, l’economista pazzo” è improvvisamente “diventato psicologo e sa perché mia moglie se ne è andata”.

La ricerca di una spiegazione è il faro che illumina un percorso ad ostacoli, fra relazioni da approfondire ed analisi faticose ma necessarie. Un viaggio anche fisico, tra Milano e la Sardegna, passando per la Liguria e sconfinando in Trentino, e una lettura piacevole, ironica e drammatica al punto giusto. Profonda, per chi lo vorrà.

Come la frase che scoverete tra le ultime pagine, che suona bene anche perché intonata ad un’aura di pacificazione “ho sentito il dolore, sì, e l’ho messo in quello che amo”. Un romanzo che intrigherà i lettori trentini non solo per via della vicenda che anima un piccolo paesino di questa angolo di mondo ma anche la scoperta di una scritta, a matita, sulla prima pagina della copia in prestito alla Biblioteca Comunale di Trento: “dono anonimo”. E il mistero di infittisce…