lunedì 14 aprile 2014

Nynphomaniac Vol.1

Tanto rumore per nulla? Il rischio c’era ma, diciamolo subito, si tratta di un pericolo scampato. Nynphomaniac di Lars von Trier arriva nelle sale italiane sul rullo di tamburi, lasciando dietro sé polemiche, clamore, dichiarazioni, tanta curiosità e un po’ di (in)sano e immancabile gossip. 

Tanto rumore, si diceva. Troppo. Poi le luci si abbassano e il silenzio cala sui primi titoli di testa. Basta poco per accorgersi della fortunata mano di carte toccataci in sorte: bastano quei fiocchi di neve, soffici e minuscoli, che cadono su un corpo privo di sensi e sanguinante, riverso a terra, sull’asfalto di un vicolo deserto.

Basta un assolo si chitarra a squarciare la scena per aprire nuove vie interpretative e l’arrivo di un anziano soccorritore (Stellan Skarsgård) dai modi affabili. Niente polizia e niente ambulanze per Joe (Charlotte Gainsbourg): una tazza di thé caldo con del latte è tutto ciò che chiede. Un pigiama asciutto ed un letto, poi, completeranno la base di partenza di quest’opera a metà strada tra la letteratura e la cinematografia. 

Non solo per la suddivisione in capitoli, che peraltro risulta essere perfetta, e la struttura della narrazione a flashback che avvolge l’intero film, ma anche, e soprattutto, per via di quel “Vol.1” che accompagna il titolo, sostituendo la consueta dicitura “parte”. Una scelta ben precisa, quindi.


Intorno c’è tanto cinema nordeuropeo, con quella delicata fotografia da giornata uggiosa in procinto di migliorare e con un montaggio rispettoso dei pieni e dei vuoti della messa in scena, sapiente nell’inserire immagini estranee al racconto ma evocative, collocate al punto giusto. 

Dentro, un racconto paragonabile ad un microscopio, strumento per analizzare l’amore che giace sul vetrino, sotto la lente di ingrandimento, ovvero la narratrice.

Un trattato sui sentimenti mascherato (o pubblicizzato?) da maratona del sesso, che certo non manca, sebbene quella disponibile, per il momento, sia una versione ridotta rispetto all’originale. Non ci vuole poi molto, comunque, a capire la sfida lanciata alla convenzioni e alla morale da von Trier con questo film.

Un film che risulta stratificato per contenuti e seminato di briciole per il pubblico attento, con l’introduzione, continua ma non caotica, di tematiche importanti e questioni spinose mentre si operano decisi cambi di fotografia e di intensità narrativa.

Una pellicola densa e importante come le citazioni che vi si trovano (la concezione epicurea della morte, su tutte), cruda ma potente come le materie che tratta (la religione per esempio), estranea allo scandalo cercato dai media forse lontano dalle nelle intenzioni di chi l’ha pensata, scritta e diretta. 

Non si fatica a capire, infatti, quanto le chiacchiere e i fiumi d’inchiostro risultino essere aria fritta di fronte a un’opera così strutturata, piena ma incompleta: si attende, infatti, il “Vol.2”.  

Da vedere perché: cinque minuti di Uma Thurman, in versione madre angosciata e angosciante, tolgono il respiro. Tanto per l’interpretazione, molto più che convincente, quanto per la pesantezza e la delicatezza dell’argomento che toccano, la sottile e micidiale violenza che i bambini contesi possono subire.

Emanuela Macrì