Youth.
La giovinezza.
Non proprio o, meglio, non solo. Perché Paolo Sorrentino scrive e dirige un film sulla vita e sulla consapevolezza che il suo
scorrere sa donare, per poi divertirsi a confondere lo spettatore con un titolo
che veste come una gonna troppo stretta e troppo corta.
Non
una pellicola sulla primavera della vita, dunque. Ma
nemmeno sul suo autunno, sebbene l’hotel che accoglie i protagonisti del
racconto con i loro bagagli carichi di vissuto e tanto presente, a tratti
sembri assomigliare più ad un ospizio che ad una spa. E il dubbio, ad ogni buon
conto, rimane anche dopo l’ultimo titolo di coda.
“Da giovani si vede tutto da vicino:
quello è il futuro. Da vecchi si vede tutto da lontano: quello è il passato”
dice un affermato (e attempato) regista che ha il volto e la bellezza senza
tempo di Harvey Keitel,
mentre il suo consuocero (Michael
Caine) e amico di sempre fa i conti con una carriera che
ritiene, insindacabilmente conclusa. Insindacabilmente?
Se
il primo è alle prese con la scrittura del suo film testamento ed un finale
dello stesso che tarda ad arrivare alla sua penna, il secondo deve confrontarsi
con una vita, passata, da direttore d’orchestra proprio lui che, nel ruolo di
padre e marito, non è riuscito nemmeno a tenere il tempo dei ritmi familiari.
Attorno
ai due uomini, e i loro quotidiani confronti tanto sul dosaggio giornaliero di
urina prodotta quanto sullo stato di salute della prostata, danza una
variopinta umanità che sembra avere il preciso compito di scardinare stereotipi
e sbattere la porta in faccia ai pregiudizi.
Tra
questi spiccano un giovane attore californiano (Paul Dano) capace di togliersi la
patina di bello e dannato dichiarando di leggere (e conoscere!) Novalis mentre Miss
Universo (Madalina Ghenea)
dimostra di non essere solo una statua vivente di rara bellezza ma, anche e
soprattutto, di avere un cervello, brillante, e un’insospettabile dose di
ironia.
Sorrentino semina tra i suoi
fotogrammi, con solita abilità, messaggi e visioni, simboli e allusioni senza
trascurare anche il minimo particolare (a proposito: avete notato la serie dei
quadri che adornano le pareti interne dell’hotel?), scrivendo un film corale,
complesso e affascinante, incartato in una fotografia tanto limpida che sembra
conficcarsi nei grigi cieli elvetici dell’ambientazione.
Da
vedere perché: è un film in cui si trovano e si raccontano più visioni sulla
vita. Per sfatare il mito di una gioventù disimpegnata e incapace di fare i
conti con il passato, anche con quello collettivo. Per capire che “è il desiderio che ci rende vivi”
e non la cronologia che il tempo incide sulla pelle. Occhi
puntati sulla vita, insomma. Vi sembra poco?
Emanuela
Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentin il 5 giugno 2015
