sabato 6 giugno 2015

Occhi puntati sulla vita. Youth. La giovinezza

Youth. La giovinezza. Non proprio o, meglio, non solo. Perché Paolo Sorrentino scrive e dirige un film sulla vita e sulla consapevolezza che il suo scorrere sa donare, per poi divertirsi a confondere lo spettatore con un titolo che veste come una gonna troppo stretta e troppo corta.

Non una pellicola sulla primavera della vita, dunque. Ma nemmeno sul suo autunno, sebbene l’hotel che accoglie i protagonisti del racconto con i loro bagagli carichi di vissuto e tanto presente, a tratti sembri assomigliare più ad un ospizio che ad una spa. E il dubbio, ad ogni buon conto, rimane anche dopo l’ultimo titolo di coda.

“Da giovani si vede tutto da vicino: quello è il futuro. Da vecchi si vede tutto da lontano: quello è il passato” dice un affermato (e attempato) regista che ha il volto e la bellezza senza tempo di Harvey Keitel, mentre il suo consuocero (Michael Caine) e amico di sempre fa i conti con una carriera che ritiene, insindacabilmente conclusa. Insindacabilmente?

Se il primo è alle prese con la scrittura del suo film testamento ed un finale dello stesso che tarda ad arrivare alla sua penna, il secondo deve confrontarsi con una vita, passata, da direttore d’orchestra proprio lui che, nel ruolo di padre e marito, non è riuscito nemmeno a tenere il tempo dei ritmi familiari.

Attorno ai due uomini, e i loro quotidiani confronti tanto sul dosaggio giornaliero di urina prodotta quanto sullo stato di salute della prostata, danza una variopinta umanità che sembra avere il preciso compito di scardinare stereotipi e sbattere la porta in faccia ai pregiudizi.

Tra questi spiccano un giovane attore californiano (Paul Dano) capace di togliersi la patina di bello e dannato dichiarando di leggere (e conoscere!) Novalis mentre Miss Universo (Madalina Ghenea) dimostra di non essere solo una statua vivente di rara bellezza ma, anche e soprattutto, di avere un cervello, brillante, e un’insospettabile dose di ironia.

Sorrentino semina tra i suoi fotogrammi, con solita abilità, messaggi e visioni, simboli e allusioni senza trascurare anche il minimo particolare (a proposito: avete notato la serie dei quadri che adornano le pareti interne dell’hotel?), scrivendo un film corale, complesso e affascinante, incartato in una fotografia tanto limpida che sembra conficcarsi nei grigi cieli elvetici dell’ambientazione.

Da vedere perché: è un film in cui si trovano e si raccontano più visioni sulla vita. Per sfatare il mito di una gioventù disimpegnata e incapace di fare i conti con il passato, anche con quello collettivo. Per capire che “è il desiderio che ci rende vivi” e non la cronologia che il tempo incide sulla pelle. Occhi puntati sulla vita, insomma. Vi sembra poco? 

Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce del Trentin il 5 giugno 2015