“Meglio giocare che
allenare, non ho dubbi! Come da bambino quando la voglia di giocare si mescolava
a quella di toccare, fisicamente, il pallone. Crescendo le cose non sono cambiate,
non per me. Nonostante tutto”. Nonostante il primo pallone di Angelo Vercesi,
oggi allenatore della Volley 2002 Forlì, non fosse destinato a bagher e alzate.
Un inizio da calciatore il suo, infatti, ma poi il fratello maggiore, già insegnante
di educazione fisica, decide di aprire una scuola di pallavolo con Angelo
pronto a seguirlo, a tradire il grande amore per scoprirne uno più grande, la
pallavolo, lo sport che non avrebbe più lasciato. Quello che lo vedrà nel ruolo
di alzatore fino alla migrazione verso la panchina.
Un nuovo posto, ma nello
stesso universo, con un incarico che gli riserverà grandi soddisfazioni. Come
quel primo storico scudetto vinto a Pesaro, quello del “Se vinco il titolo vado
a Loreto in bicicletta” e della promessa poi mantenuta con una pedalata (non
una scampagnata, ma una sgambata di quasi 90 km) ripresa dalle telecamere della
Rai e racchiusa nelle immagini del libro dedicato dalla società al primo
tricolore.
Un fioretto onorato ma, soprattutto, un’occasione per tornare al
santuario che spesso lo vedeva dialogare con Dio. “Quello con la preghiera –
racconta Angelo - è un appuntamento quotidiano. Un momento che mi riservo ogni
giorno per ringraziare”. Per render omaggio alla vita e per sentirsi vicino a
mamma Marlene, che gli ha trasmesso questa spiritualità.
E sarà un caso, forse
o forse no, che il suo ritorno sulla panchina di Forlì, dopo alcuni anni
lontano dall’Italia e dal nostro campionato, coincidesse con il giorno della
Madonna del Fuoco, patrona della città romagnola di destinazione. Un ritorno
che Angelo non aveva messo in preventivo ma che ha dato subito i suoi frutti
migliori, come la firma sulla Coppa Italia di serie A2 alzata al cielo di
Ravenna.
Una vittoria di tutti. Della squadra, della società, dello staff e di
Marco Breviglieri, che su questa panchina mi ha preceduto. Molto del lavoro è
suo”. E di un altro fioretto? “No,
questa volta no. Anche se una promessa c’è stata ed quella di sposare Vera. Un
impegno ancora più importante”. E senza scampo, viste le tante telecamere e
macchine fotografiche che catturando il momento ne sono testimoni.
Un futuro in due,
dunque, da riempire di sogni, anche professionali. E se dovesse esprimerne uno?
“Vorrei avere ancora la possibilità – conclude Angelo - il piacere di lavorare
e trovare ancora spazio in questo sport. Avere il modo di consigliare,
accompagnare, aiutare giocatrici e società a realizzare i loro sogni. Di
continuare a fare quello che faccio, come lo sto facendo: mosso non dal denaro
ma dalla passione per il volley”. Quella passione che gli fa dire, alle atlete,
di crederci ed esserci in ogni azione. “Perché nemmeno un pallone cada nella
nostra metà del campo”.
E allora va bene,
accettiamo che giocare sia meglio di allenare. Però anche la seconda non è poi
tanto male, se ti chiami Angelo Vercesi.
Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani
Pubblicato sul nr. 129 di iVolleymagazine del 6 aprile 2016
