domenica 5 marzo 2017

La Cappella Brancacci, l’imperdibile a Firenze

Appena fuori dagli itinerari turistici più battuti: la potete trovare lì, l’incantevole Cappella Brancacci, nascosta (ma si fa solo per dire) nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze. Pietra miliare per ogni studioso e appassionato d’arte, meno conosciuta al grande pubblico, la Cappella contiene al suo interno uno dei maggiori contributi della pittura del Rinascimento fiorentino, e sulle sue pareti ha visto cimentarsi in una sorta di duello al pennello, due pittori che incarneranno con le loro anime artistiche, i due approcci artistici del tempo. 


Siamo nei primi anni del XV secolo in una Firenze che, giovandosi dei successi politici e di una discreta crescita economica, fai i conti con la tradizione tardogotica alla quale non rinuncia aprendo, comunque, la porta all’innovazione, per diventare teatro di una straordinaria fioritura artistica, capace di regalare alla città e al mondo, capolavori rimasti ineguagliati. Da qualche decennio sono attivi l’architetto Filippo Brunelleschi e l’amico Donatello, lo scultore, ai quali si aggiungerà un più giovane pittore, originario di Arezzo ma formatosi e attivo nella città di Dante: si tratta di Tommaso di ser Giovanni Mone Cassai o più semplicemente, Masaccio.

Emblema di questo confronto tra tradizione artistica trecentesca e innovazione è la Cappella Brancacci, terreno di scontro, puramente pittorico, che vede confrontarsi da una parte Masolino da Panicale, il volto conservatore e classicista del tempo, dall’altra, Masaccio l’innovatore, il rivoluzionario, il maggior poeta figurativo del suo tempo. Talento straordinario e genio compreso già all’epoca tanto che i lavori nella Cappella subiranno un rallentamento prima a causa della chiamata per altri lavori e l’abbandono poi da parte di Masaccio, chiamato a Roma dal Papa Martino V.

Il risultato sarà un vero gioiello, una serie di affreschi divisi in quadri e narranti le Storie di San Pietro, sistemati su due registri, completati dalla volta. Lungo le pareti della Cappella, dunque, si aprono al visitatore tanto le storie dell’apostolo e primo papa quanto la sfida artistica tra i due pittori che, decidendo di alternare le opere con l’intento di dare organicità al tutto, regaleranno alla storia dell’arte una lezione unica nel suo genere: dal linguaggio allo stile, dall’uso della luce all’impatto emotivo, tutto è contrapposizione e diversa visione. 

Basta paragonare i quadri, l’uno in fronte all’altro e rappresentanti il medesimo soggetto, all’ingresso della cappella: il confronto tra l’intensa e struggente Cacciata dei Progenitori di Masaccio, con la morbidezza e il chiarore delle figure del Peccato originale di Masolino donano la certezza di trovarsi davanti a due momenti e modi artistici differenti.

Una lezione di storia dell’arte, dunque, al prezzo del biglietto (link) e alla portata anche del visitatore più pigro: basterà spingersi un po’ più in là di Palazzo Pitti e della Basilica di Santo Spirito per rimanere incantati dalla bellezza di una cappella che nonostante rimaneggiamenti e i danni del furioso incendio del 1771, ha conservato tutto il suo fascino quattrocentesco.

Ultima curiosità. La storia ci dice che il padre della pittura rinascimentale fiorentina non farà ritorno da Roma dove morirà poco dopo il suo arrivo nel 1428 per avvelenamento, secondo quanto tramanda Vasari. Una morte precoce, dunque, a soli 27 anni. Che sia forse irreverente, chiedersi se anche Tommaso di ser Giovanni Mone Cassai possa entrare in quel (maledetto) Club27, il macabro circolo delle star morte a quell’età? Chi scrive si prende questo rischio, con la convinzione che a un riformatore come Masaccio non dispiacerebbe essere accostato ad artisti del calibro di Janis Joplin e Jim Morrison.

Emanuela Macrì

mercoledì 1 marzo 2017

Jackie, un’umanità svelata al netto di gossip e mondanità

No, non è un biopic. E se consideriamo la materia trattata, difficilmente potrebbe esserlo: come può un solo film, infatti, raccontare, riuscire a contenere un personaggio come Jackie, una donna alla quale nemmeno serviva il cognome per farsi riconoscere?  Pablo Larraìn, ma ancor di più Noah Oppenheim che il film lo ha sceneggiato, questo lo sapevano fin dall’inizio. E allora no, non è un biopic, anche per via della scelta di restringere il campo a pochi giorni della vita della signora Kennedy, quelli che dal celeberrimo sparo di Dallas l’accompagneranno alla sepoltura del marito.

Al netto di gossip e mondanità, la pellicola scivola lungo l’asse dei ricordi, un continuum costituito da una lunga intervista rilasciata a un giornalista, non meglio identificato, a pochi giorni dall’ultimo, estremo, saluto. In mezzo, una pioggia di flashblack, che cadono come appuntiti cristalli su una ricostruzione attenta ai particolari e, proprio per questo, carica di difficoltà. La prima, naturalmente, è quella che Jackie (una magistrale Natalie Portman) incontra nel tradurre in suoni un dolore ancora vivo, capace di debordare da una gestualità appena accennata anche nella nevrosi, dalle parole tra loro spesso sganciate, da quelle pause che si aprono come crepe e dalle quali sembra uscire un raggio di buio. 


Una sigaretta dietro l’altra, mentre i contorni di un’umanità svelata con insistiti primissimi piani, corpi contundenti e quasi affaticanti alla visione, sembrano bruciare senza tregua. Perché il lutto lo si guarda da vicino, perché non c’è altro modo. Anche se la signora “o ex signora Kennedy, come mi volete chiamare ora” tanto per dirla con la protagonista, non si nasconde ma, anzi, decide di mostrare il suo tailleur Chanel rosa macchiato dal sangue del marito, perché il mondo sappia che cosa gli hanno fatto. 

Una narrazione scissa tra passato e presente, dunque, inguainata nella perfezione di inquadrature geometriche e di proporzioni filmiche maniacalmente misurate, figlie di un’ossessione che sembra trovare eco nello studio millimetrico della cerimonia funebre, disegnata sulla misura di quella di Abraham Lincoln, un altro presidente assassinato. Il tutto avvolto, impastato da una fotografia granulosa e volutamente vintage, sixty. 


Il resto è il ritratto di un’umana difficoltà nell’affrontare il cambiamento e la solitudine, abilmente giocato con una serie, convulsa e metaforica, di cambi d’abito con qualche bicchiere (e pillola) di troppo mentre in sottofondo suona un disco, sempre lo stesso: è Camelot, il preferito di JFK, quello che spesso la sera risuonava e aleggiava tra le stanze del secondo piano della Casa Bianca, degli appartamenti privati della famiglia presidenziale. “Per ricordare che per un breve e radioso momento c’è stata un’altra Camelot, dopo quella di Re Artù. Un luogo dove uomini qualunque hanno deciso di combattere per un ideale comune.”

Un appunto? Il tema e la messa in scena avrebbero meritato un formato panoramico, anche quale omaggio al Cinemascope, tanto in auge al tempo dei fatti.

di Emanuela Macrì


Pubblicato su VivoCult il 24 febbraio 2017