È difficile scrivere di film difficile, soprattutto, da digerire. Perché Elle di Paul Verhoeven, regista e sceneggiatore olandese, ma qui decisamente france mood, è proprio questo, un sasso sullo stomaco. E non servono i Golden Globe vinti, peraltro due, o i Premi Cesar, ancora due, a descrivere una pellicola tanto ruvida da trovare in una battuta del copione, in quella “visione asettica del mondo” il suo riassunto più efficace.
Il mondo sotto la lente di ingrandimento e lo sguardo del grigio felino di casa, è quello di Michèle (una strepitosa Isabelle Huppert), vero centro della scena e non solo dell’inquadratura. È lei, anzi, Elle, a catalizzare ogni attenzione dell’universo chiuso che la circonda, con le durezze del suo atteggiamento e le incomprensibili distanze che mette tra un glaciale sé e le presenze che si aggirano come figuranti nella sua esistenza.
Poco agevole anche il trattamento che riserva alla propria interiorità, in cui un’infanzia inquietante che esce piano piano dall’opacità, confligge con un presente composto da una costante tensione sessuale, incroci familiari e rapporti interpersonali confusi, a renderlo più vicino a una matassa di lana grezza e aggrovigliata che ai morbidi ed eleganti tessuti che vestono la donna. Nemmeno l’aggressione tra le mura domestiche e la violenza, anche sessuale, subita sembrano riuscire a toccarla davvero.
Non la nasconde, infatti, raccontando l’accaduto agli amici, ma non si lascia sopraffare: quel che le succede attorno, si tratti della morte di un congiunto o il respingimento da parte del figlio, l’accettazione della nuova compagna dell’ex marito o un’attrazione per il vicino di casa, viene incamerato e archiviato, senza conseguenze emotive apparenti. Non a caso Michèle, con trascorsi nel mondo della letteratura e dell’editoria, dirige una casa di produzione di videogiochi, una realtà virtuale e immaginaria che sembra calzarle a pennello: il suo quotidiano è costituito da una serie di schemi da affrontare e superare con un telecomando a guidare il tutto, anche la sospensione del gioco o il suo abbandono.
Un paradigma ripreso anche dalla sceneggiatura di David Birke (che prende per soggetto Oh… il romanzo di Philippe Djian) e dal montaggio di Job Burg, che insieme danno vita a un racconto sgretolato in scene brevi ma di giornalistica efficacia: nel suo farsi, infatti, la cronaca ricompone i cocci di una vita frantumata dagli avvenimenti, risistemandoli sull’asse della regola delle 5W. Dal quando al dove, passando per il chi e il cosa, sembra però tralasciare il perché, facendone, purtroppo, il peggiore difetto di un film che per questo fatica ad arrivare, nella sua giusta misura, al pubblico delle sale.
Elle, tanto atteso al cinema dopo il passaggio sulla Croisette di Cannes, è consigliato a un pubblico adulto e non troppo affamato, che accetti il compromesso di un impiattamento egregio a scapito di un menù dalle molte (troppe) mini porzioni, quando alcuni ingredienti avrebbero meritano una attenzione maggiore.
Se si accettano le condizioni del gioco, quindi, si può passare allo schema successivo e godersi la notevole interpretazione di un’attrice perfetta e credibile in un ruolo, volutamente, indefinibile. Un film da vedere, comunque, perché sa ricavarsi lo spazio per l’analisi, una volta usciti dalla sala.
Emanuela Macrì
Pubblicato su VivoCult il 24 marzo 2017 http://www.vivovolley.net/2017/03/24/elle-le-incomprensibili-distanze-di-un-universo-chiuso/
