domenica 28 maggio 2017

Tutto quello che vuoi. Se vuoi, puoi

Terra difficile quella della memoria. Soprattutto quando la senti franare sotto i piedi, perché tradisce o si prende gioco dell’età sparigliando le carte sul tavolo. Di qualsiasi età, ben inteso: perché se spesso diamo la colpa all’avanzare degli anni per i ricordi sparsi come briciole, è altrettanto vero che allo stesso tempo non ci soffermiamo per dare la giusta importanza a tutto quel passato che non ha fatto in tempo a materializzarsi in ricordo.

Alessandro (Andrea Carpenzano), ventidue anni spesi al tavolino di un bar a dialogare di nulla con gli amici, non ha messo da parte nessun ricordo sua madre, prematuramente scomparsa. Giorgio (Giuliano Montaldo) invece, poeta ottantacinquenne, la vita l’ha vissuta tutta e pienamente, ma nei suoi giorni hanno preso il sopravvento alcuni vuoti che lo trattengono tra un lucido passato e un inesistente presente, vissuto con la leggerezza dell’inconsapevole.

Il loro sarà un incontro fortuito per un’amicizia improbabile capace, però, di trasformarsi in dono. Così Tutto quello che vuoi (regia di Francesco Bruni) può diventare tutto quello che ottieni, se sei pronto a gettare lo sguardo appena più in là di un “potrei” per superare la barriera dell’età e della distanza. Il resto è un racconto di passeggiate pomeridiane infarcite di dialoghi sospesi tra la profondità dell’esperienza e la noia della gioventù.

Tema e svolgimento, quelli scelti da Bruni, non nuovi alla settima arte, ma non per questo dal risultato disprezzabile, anzi. Piace e convince il gioco della rivisitazione del passato che pare davvero azzeccato: se le frasi incise dall’anziano poeta in preda alla disperazione sulle pareti di casa agli occhi dei ragazzi appaiono come graffiti, ecco che una partita di calcio alla Playstation può ricordare il grande Torino, con la sua formazione da recitare a memoria, quasi come fosse una preghiera.

Iniziato come un teen movie, Tutto quello che vuoi si rivela presto un film capace di andare un po’ più in là. Senza la pretesa di essere un capolavoro ma con la sapienza di aver scelto due interpreti, , pieni nel loro ruolo e per questo credibili, distanti il punto giusto sulla scala della vita, ma non per questo riluttanti all’incontrarsi a metà strada.

Tra qualche sigaretta e parolaccia di troppo, frasi che sembrano insensate e fuori tempo, di uno ieri di sofferenza mischiata a bellezza, di guerra e amori vissuti. Di tesori che arrivano a noi, in un presente che filtra tutto attraverso lo schermo di uno smartphone, dove il confronto con una casa piena di libri e ricordi è il giusto contraltare del vuoto delle famiglie contemporanee, e del vuoto delle stanze che rispecchia quello dei propri rapporti.


Da vedere per: capire che il tempo lascia eredità che non possiamo permetterci vadano soffiate al vento. Consigliato all’adolescenza e prima maturità, magari in una visione in compagnia di qualcuno con qualche anno in più tra le mani. Per comprendere tutti quei valori che non possono essere dimenticati. E che un “Posso?” può aprire una storia che è tutta un’altra storia.

Emanuela Macrì


Pubblicato il 15 maggio 2017 su VivoCult 

sabato 1 aprile 2017

Elle. Le incomprensibili distanze di un universo chiuso

È difficile scrivere di film difficile, soprattutto, da digerire. Perché Elle di Paul Verhoeven, regista e sceneggiatore olandese, ma qui decisamente france mood, è proprio questo, un sasso sullo stomaco. E non servono i Golden Globe vinti, peraltro due, o i Premi Cesar, ancora due, a descrivere una pellicola tanto ruvida da trovare in una battuta del copione, in quella “visione asettica del mondo” il suo riassunto più efficace. 

Il mondo sotto la lente di ingrandimento e lo sguardo del grigio felino di casa, è quello di Michèle (una strepitosa Isabelle Huppert), vero centro della scena e non solo dell’inquadratura. È lei, anzi, Elle, a catalizzare ogni attenzione dell’universo chiuso che la circonda, con le durezze del suo atteggiamento e le incomprensibili distanze che mette tra un glaciale sé e le presenze che si aggirano come figuranti nella sua esistenza. 


Poco agevole anche il trattamento che riserva alla propria interiorità, in cui un’infanzia inquietante che esce piano piano dall’opacità, confligge con un presente composto da una costante tensione sessuale, incroci familiari e rapporti interpersonali confusi, a renderlo più vicino a una matassa di lana grezza e aggrovigliata che ai morbidi ed eleganti tessuti che vestono la donna. Nemmeno l’aggressione tra le mura domestiche e la violenza, anche sessuale, subita sembrano riuscire a toccarla davvero. 

Non la nasconde, infatti, raccontando l’accaduto agli amici, ma non si lascia sopraffare: quel che le succede attorno, si tratti della morte di un congiunto o il respingimento da parte del figlio, l’accettazione della nuova compagna dell’ex marito o un’attrazione per il vicino di casa, viene incamerato e archiviato, senza conseguenze emotive apparenti. Non a caso Michèle, con trascorsi nel mondo della letteratura e dell’editoria, dirige una casa di produzione di videogiochi, una realtà virtuale e immaginaria che sembra calzarle a pennello: il suo quotidiano è costituito da una serie di schemi da affrontare e superare con un telecomando a guidare il tutto, anche la sospensione del gioco o il suo abbandono.

Un paradigma ripreso anche dalla sceneggiatura di David Birke (che prende per soggetto Oh… il romanzo di Philippe Djian) e dal montaggio di Job Burg, che insieme danno vita a un racconto sgretolato in scene brevi ma di giornalistica efficacia: nel suo farsi, infatti, la cronaca ricompone i cocci di una vita frantumata dagli avvenimenti, risistemandoli sull’asse della regola delle 5W. Dal quando al dove, passando per il chi e il cosa, sembra però tralasciare il perché, facendone, purtroppo, il peggiore difetto di un film che per questo fatica ad arrivare, nella sua giusta misura, al pubblico delle sale.


Elle, tanto atteso al cinema dopo il passaggio sulla Croisette di Cannes, è consigliato a un pubblico adulto e non troppo affamato, che accetti il compromesso di un impiattamento egregio a scapito di un menù dalle molte (troppe) mini porzioni, quando alcuni ingredienti avrebbero meritano una attenzione maggiore. 

Se si accettano le condizioni del gioco, quindi, si può passare allo schema successivo e godersi la notevole interpretazione di un’attrice perfetta e credibile in un ruolo, volutamente, indefinibile. Un film da vedere, comunque, perché sa ricavarsi lo spazio per l’analisi, una volta usciti dalla sala.

Emanuela Macrì


domenica 5 marzo 2017

La Cappella Brancacci, l’imperdibile a Firenze

Appena fuori dagli itinerari turistici più battuti: la potete trovare lì, l’incantevole Cappella Brancacci, nascosta (ma si fa solo per dire) nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze. Pietra miliare per ogni studioso e appassionato d’arte, meno conosciuta al grande pubblico, la Cappella contiene al suo interno uno dei maggiori contributi della pittura del Rinascimento fiorentino, e sulle sue pareti ha visto cimentarsi in una sorta di duello al pennello, due pittori che incarneranno con le loro anime artistiche, i due approcci artistici del tempo. 


Siamo nei primi anni del XV secolo in una Firenze che, giovandosi dei successi politici e di una discreta crescita economica, fai i conti con la tradizione tardogotica alla quale non rinuncia aprendo, comunque, la porta all’innovazione, per diventare teatro di una straordinaria fioritura artistica, capace di regalare alla città e al mondo, capolavori rimasti ineguagliati. Da qualche decennio sono attivi l’architetto Filippo Brunelleschi e l’amico Donatello, lo scultore, ai quali si aggiungerà un più giovane pittore, originario di Arezzo ma formatosi e attivo nella città di Dante: si tratta di Tommaso di ser Giovanni Mone Cassai o più semplicemente, Masaccio.

Emblema di questo confronto tra tradizione artistica trecentesca e innovazione è la Cappella Brancacci, terreno di scontro, puramente pittorico, che vede confrontarsi da una parte Masolino da Panicale, il volto conservatore e classicista del tempo, dall’altra, Masaccio l’innovatore, il rivoluzionario, il maggior poeta figurativo del suo tempo. Talento straordinario e genio compreso già all’epoca tanto che i lavori nella Cappella subiranno un rallentamento prima a causa della chiamata per altri lavori e l’abbandono poi da parte di Masaccio, chiamato a Roma dal Papa Martino V.

Il risultato sarà un vero gioiello, una serie di affreschi divisi in quadri e narranti le Storie di San Pietro, sistemati su due registri, completati dalla volta. Lungo le pareti della Cappella, dunque, si aprono al visitatore tanto le storie dell’apostolo e primo papa quanto la sfida artistica tra i due pittori che, decidendo di alternare le opere con l’intento di dare organicità al tutto, regaleranno alla storia dell’arte una lezione unica nel suo genere: dal linguaggio allo stile, dall’uso della luce all’impatto emotivo, tutto è contrapposizione e diversa visione. 

Basta paragonare i quadri, l’uno in fronte all’altro e rappresentanti il medesimo soggetto, all’ingresso della cappella: il confronto tra l’intensa e struggente Cacciata dei Progenitori di Masaccio, con la morbidezza e il chiarore delle figure del Peccato originale di Masolino donano la certezza di trovarsi davanti a due momenti e modi artistici differenti.

Una lezione di storia dell’arte, dunque, al prezzo del biglietto (link) e alla portata anche del visitatore più pigro: basterà spingersi un po’ più in là di Palazzo Pitti e della Basilica di Santo Spirito per rimanere incantati dalla bellezza di una cappella che nonostante rimaneggiamenti e i danni del furioso incendio del 1771, ha conservato tutto il suo fascino quattrocentesco.

Ultima curiosità. La storia ci dice che il padre della pittura rinascimentale fiorentina non farà ritorno da Roma dove morirà poco dopo il suo arrivo nel 1428 per avvelenamento, secondo quanto tramanda Vasari. Una morte precoce, dunque, a soli 27 anni. Che sia forse irreverente, chiedersi se anche Tommaso di ser Giovanni Mone Cassai possa entrare in quel (maledetto) Club27, il macabro circolo delle star morte a quell’età? Chi scrive si prende questo rischio, con la convinzione che a un riformatore come Masaccio non dispiacerebbe essere accostato ad artisti del calibro di Janis Joplin e Jim Morrison.

Emanuela Macrì

mercoledì 1 marzo 2017

Jackie, un’umanità svelata al netto di gossip e mondanità

No, non è un biopic. E se consideriamo la materia trattata, difficilmente potrebbe esserlo: come può un solo film, infatti, raccontare, riuscire a contenere un personaggio come Jackie, una donna alla quale nemmeno serviva il cognome per farsi riconoscere?  Pablo Larraìn, ma ancor di più Noah Oppenheim che il film lo ha sceneggiato, questo lo sapevano fin dall’inizio. E allora no, non è un biopic, anche per via della scelta di restringere il campo a pochi giorni della vita della signora Kennedy, quelli che dal celeberrimo sparo di Dallas l’accompagneranno alla sepoltura del marito.

Al netto di gossip e mondanità, la pellicola scivola lungo l’asse dei ricordi, un continuum costituito da una lunga intervista rilasciata a un giornalista, non meglio identificato, a pochi giorni dall’ultimo, estremo, saluto. In mezzo, una pioggia di flashblack, che cadono come appuntiti cristalli su una ricostruzione attenta ai particolari e, proprio per questo, carica di difficoltà. La prima, naturalmente, è quella che Jackie (una magistrale Natalie Portman) incontra nel tradurre in suoni un dolore ancora vivo, capace di debordare da una gestualità appena accennata anche nella nevrosi, dalle parole tra loro spesso sganciate, da quelle pause che si aprono come crepe e dalle quali sembra uscire un raggio di buio. 


Una sigaretta dietro l’altra, mentre i contorni di un’umanità svelata con insistiti primissimi piani, corpi contundenti e quasi affaticanti alla visione, sembrano bruciare senza tregua. Perché il lutto lo si guarda da vicino, perché non c’è altro modo. Anche se la signora “o ex signora Kennedy, come mi volete chiamare ora” tanto per dirla con la protagonista, non si nasconde ma, anzi, decide di mostrare il suo tailleur Chanel rosa macchiato dal sangue del marito, perché il mondo sappia che cosa gli hanno fatto. 

Una narrazione scissa tra passato e presente, dunque, inguainata nella perfezione di inquadrature geometriche e di proporzioni filmiche maniacalmente misurate, figlie di un’ossessione che sembra trovare eco nello studio millimetrico della cerimonia funebre, disegnata sulla misura di quella di Abraham Lincoln, un altro presidente assassinato. Il tutto avvolto, impastato da una fotografia granulosa e volutamente vintage, sixty. 


Il resto è il ritratto di un’umana difficoltà nell’affrontare il cambiamento e la solitudine, abilmente giocato con una serie, convulsa e metaforica, di cambi d’abito con qualche bicchiere (e pillola) di troppo mentre in sottofondo suona un disco, sempre lo stesso: è Camelot, il preferito di JFK, quello che spesso la sera risuonava e aleggiava tra le stanze del secondo piano della Casa Bianca, degli appartamenti privati della famiglia presidenziale. “Per ricordare che per un breve e radioso momento c’è stata un’altra Camelot, dopo quella di Re Artù. Un luogo dove uomini qualunque hanno deciso di combattere per un ideale comune.”

Un appunto? Il tema e la messa in scena avrebbero meritato un formato panoramico, anche quale omaggio al Cinemascope, tanto in auge al tempo dei fatti.

di Emanuela Macrì


Pubblicato su VivoCult il 24 febbraio 2017 

domenica 29 gennaio 2017

Un microcosmo al ritmo di jazz: La La Land

Se almeno una volta nella vita vi siete chiesti “come sarebbe andata se…?”, La La Land è un film per voi. Se invece non vi siete mai o non ancora interrogati sul tema, nessun problema, La La Land è comunque un film per voi. Perché se esibisce un biglietto da visita con la descrizione musical, si rivela una pellicola capace di cambiare pelle nel suo farsi, maturare, seguire nel processo di crescita i suoi protagonisti.

Una narrazione che cambia passo, dunque, tanto da non sembrare nemmeno più la stessa, al termine delle oltre due ore di proiezione a fare i conti con la vita e l’amore, gli insuccessi, i sogni e con questi ultimi lì, come stelle fisse di un cielo posticcio sopra una città immobile, muta spettatrice e nel contempo motore di ogni azione. La città dei sogni.

In mezzo a tutto, solo apparentemente inconsapevoli, Sebastian e Mia, gli impeccabili Ryan Goslin e Emma Stone, geniale musicista e autoeletto paladino del jazz lui, attrice per destino e frequentatrice di casting per vocazione lei, al centro di universo che sulle prime sembra somigliare a un paesaggio con neve in una sfera di cristallo ma ben presto imporrà loro di staccarsi dalla favola per scontrarsi con le logiche sottese dai desideri realizzati.

Foto fonte web

Galeotto fu l’ingorgo stradale tramutatosi in un balletto corale su tetti e cofani, e un impiego da pianista, destinato a durare solo lo spazio di una sera. E complice una macchina da presa dai movimenti fluidi, che nell’ostinato inseguimento dei protagonisti non dimentica di includere ogni singolo particolare, mentre abbatte limiti fisici e pareti mentali.

La La Land, dunque, è una scatola che racchiude, proteggendolo, un ideale teatro di posa per il reale, un microcosmo in cui la vita riproduce sé stessa senza, apparente, soluzione di continuità, con un enorme ritratto di Ingrid Bergman sulla parete e il jazz a scaldare e versare da bere a sogni che trovano il loro naturale habitat nei luoghi, anche metafisici, del cinema, dal Griffith Observatory a Gioventù bruciata, il film che consacrò James Dean.

Stupisce la scelta di Damien Chazelle, regista e sceneggiatore poco più che trentenne, di modellare con le regole di un musical un film che, di fatto, non lo è e se appartiene a un genere è quello, non cinematografico, del coraggio. Il risultato, però, è una scommessa vinta, e la candidatura a ben quattordici premi Oscar parla, anche, di un pericolo scampato e del coraggio, appunto, di affrontare l’ennesima indagine dei rapporti uomo-donna che avrebbe potuto prestare il fianco alla noia.


E invece no. Perché il cinema è capace di artifici sconosciuti alla vita reale e può riavvolgere il nastro per farci chiedere “Come sarebbe andata se…?”. In questo film lo fa con un meccanismo affatto nuovo, ma in maniera davvero coinvolgente e convincente.
Giudizio critico? Lascia il segno.


di Emanuela Macrì

giovedì 7 aprile 2016

La promessa di Angelo Vercesi

“Meglio giocare che allenare, non ho dubbi! Come da bambino quando la voglia di giocare si mescolava a quella di toccare, fisicamente, il pallone. Crescendo le cose non sono cambiate, non per me. Nonostante tutto”. Nonostante il primo pallone di Angelo Vercesi, oggi allenatore della Volley 2002 Forlì, non fosse destinato a bagher e alzate. 

Un inizio da calciatore il suo, infatti, ma poi il fratello maggiore, già insegnante di educazione fisica, decide di aprire una scuola di pallavolo con Angelo pronto a seguirlo, a tradire il grande amore per scoprirne uno più grande, la pallavolo, lo sport che non avrebbe più lasciato. Quello che lo vedrà nel ruolo di alzatore fino alla migrazione verso la panchina.

Un nuovo posto, ma nello stesso universo, con un incarico che gli riserverà grandi soddisfazioni. Come quel primo storico scudetto vinto a Pesaro, quello del “Se vinco il titolo vado a Loreto in bicicletta” e della promessa poi mantenuta con una pedalata (non una scampagnata, ma una sgambata di quasi 90 km) ripresa dalle telecamere della Rai e racchiusa nelle immagini del libro dedicato dalla società al primo tricolore. 

Un fioretto onorato ma, soprattutto, un’occasione per tornare al santuario che spesso lo vedeva dialogare con Dio. “Quello con la preghiera – racconta Angelo - è un appuntamento quotidiano. Un momento che mi riservo ogni giorno per ringraziare”. Per render omaggio alla vita e per sentirsi vicino a mamma Marlene, che gli ha trasmesso questa spiritualità. 


E sarà un caso, forse o forse no, che il suo ritorno sulla panchina di Forlì, dopo alcuni anni lontano dall’Italia e dal nostro campionato, coincidesse con il giorno della Madonna del Fuoco, patrona della città romagnola di destinazione. Un ritorno che Angelo non aveva messo in preventivo ma che ha dato subito i suoi frutti migliori, come la firma sulla Coppa Italia di serie A2 alzata al cielo di Ravenna. 

Una vittoria di tutti. Della squadra, della società, dello staff e di Marco Breviglieri, che su questa panchina mi ha preceduto. Molto del lavoro è suo”. E di un altro fioretto?  “No, questa volta no. Anche se una promessa c’è stata ed quella di sposare Vera. Un impegno ancora più importante”. E senza scampo, viste le tante telecamere e macchine fotografiche che catturando il momento ne sono testimoni.

Un futuro in due, dunque, da riempire di sogni, anche professionali. E se dovesse esprimerne uno? “Vorrei avere ancora la possibilità – conclude Angelo - il piacere di lavorare e trovare ancora spazio in questo sport. Avere il modo di consigliare, accompagnare, aiutare giocatrici e società a realizzare i loro sogni. Di continuare a fare quello che faccio, come lo sto facendo: mosso non dal denaro ma dalla passione per il volley”. Quella passione che gli fa dire, alle atlete, di crederci ed esserci in ogni azione. “Perché nemmeno un pallone cada nella nostra metà del campo”.

E allora va bene, accettiamo che giocare sia meglio di allenare. Però anche la seconda non è poi tanto male, se ti chiami Angelo Vercesi.

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani

                            Pubblicato sul nr. 129 di iVolleymagazine del 6 aprile 2016


giovedì 24 dicembre 2015

Schiacciate e clarinetto per Maria Segura Pallarès

Il sassofono ha una maggiore sonorità rispetto al clarinetto ma questo, a differenza del primo, ha il vantaggio di poter suonare in un’orchestra. Questa l’essenza di una battuta di un celebre film di qualche anno fa. Questa, anche, l’essenza di Maria Segura Pallarès, clarinettista provetta e schiacciatrice della Delta Informatica Trentino Rosa, arrivata dalla Spagna in questo estremo angolo di nord passando per la Sardegna e una stagione, la scorsa, tra le fila dell’Entu Olbia. “Giocare in Italia – racconta Maria – era nella lista dei desideri da trasformare in realtà e un passaggio obbligato per raggiungere quella maturità sportiva e tecnica alla quale ambisco”.

Dopo qualche anno nella massima serie del campionato iberico in una società, quella del CVB Barcelona, e in una situazione resa perfetta anche dall’arrivo da Madrid della sua amica di sempre Sofia, per Maria arriva la chiamata d’imbarco e l’occasione di misurarsi con un’altra pallavolo. “Una scelta che rifarei altre mille volte, se necessario. Nonostante il peso del distacco dalla mia casa e da una squadra divenuta nel tempo una seconda famiglia, allargata. Una vera e propria orchestra”. Una partenza, la sua, impreziosita da una frase che papà le sussurra all’orecchio: “Buona fortuna! Ma non dimenticare che la fortuna va cercata!”. Ma “anche aiutata - aggiunge Maria, ricordando - con lavoro e dedizione. La buona sorte non va sfruttata ma gestita”. Una precisazione che, senza gettare la benché minima ombra di presunzione, la dice lunga su questa atleta giovane ma coscienziosa, scanzonata ma risoluta, allegra ma diligente.



E se la strada del volley la porta lontana dalla Catalogna, non va dimenticato quel tracciato inatteso che al volley l’aveva condotta, da bambina, quando sognava un futuro con la divisa da vigile del fuoco: “La scelta, in fatto di sport – racconta sorridendo la schiacciatrice spagnola – era caduta sul calcio. Ma per non soffrire di solitudine, visto che nessuna delle mie compagne di classe voleva tirar calci ad un pallone, ho ripiegato sulla pallavolo”. A farle capire quanto fortunata e azzeccata sia stata quella scelta operata quasi per caso ci penseranno poi la vita e quella maglia numero 16 vestita con orgoglio nel doppio ruolo di opposta nella Nazionale spagnola e schiacciatrice nella squadra di club. 

Un cambio che Maria gradisce e accoglie con la serenità che la contraddistingue. Una duplice identità sportiva che non le dispiace e risulta confacente all’astrologia che la vuole nata sotto il segno dei Gemelli e, a quanto pare, sotto una buona stella. Sotto il cielo della Barcellona del 1992, infatti, nella stessa estate in cui la piccola Segura vedeva la luce per la prima volta, atleti e squadre nazionali si sfidavano nei XXV Giochi Olimpici. E sarà un caso, o forse no, ma se un obiettivo da raggiungere nella vita di Maria non ha ancora preso forma, per quanto riguarda la carriera non vi è dubbio alcuno: c’è un desiderio che ha tanti colori ma un solo nome, Olimpiade

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani


Pubblicato sul nr.126 di IVolleymagazine del 23 dicembre 2015