venerdì 1 novembre 2013

Il quinto potere. Il coraggio è contagioso

Settant’anni dopo il debutto al lungometraggio di Orson Welles che con l’indimenticabile capolavoro Quarto potere si aggiudicava un Oscar per la sceneggiatura e ne sfiorava altri otto, quel Potere, al cinema, fa un passo in avanti e cambia volto. 

Prende le sembianze di Julian Assange (Benedict Cumberbatch), già fondatore di WikiLeaks, il sito web dell’omonima organizzazione internazionale ed ora rifugiato politico nella sede dell’ambasciata ecuadoriana a Londra e del suo ex collaboratore e braccio destro Daniel Domscheit-Berg (Daniel Brühl), protagonisti della pellicola diretta dal newyorkese Bill Condon, Il quinto potere.

Un profilo a due volti che muove dalle pagine dei due libri che si sono occupati della vicenda: Wikileaks dei giornalisti del Guardian David Leigh e Luke Harding e  Inside Wikileaks, uscito dalla penna di Domscheit-Berg. Un ritratto per nulla gradito al canuto australiano, che disapprova tanto il progetto quanto il prodotto e deciderà di manifestare il proprio dissenso stilando un elenco di imprecisioni, contenute nella sceneggiatura di John Singer, da pubblicare sul sito. E non manca di bocciare il film con un giudizio netto e sferzante: “troppo di parte. E distante dalla verità”.


Assange, forse, ha ragione. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che le fonti sono, a diverso titolo, parti in causa e raccontano una versione dei fatti, la loro. Il punto di vista dell’australiano, invece, risulta non pervenuto, come si nota nel segno che tratteggia i lineamenti, non sempre limpidi, della sua figura. 

A ripagare di tale mancanza arriva la provvidenziale, ancor prima che superlativa, interpretazione di Cumberbatch, credibile nelle espressioni e coadiuvato da un doppiaggio degno (evviva!!) che, diciamolo, finisce per oscurare l’intero cast, per carisma ed intensità. Impresa non facile, data la levatura.

Il quinto potere, pertanto, al netto di tutte le polemiche di cui è stato oggetto sin dalla sua uscita in patria, è un film che vale la pena di vedere. Per quei movimenti di macchina, non sempre fluidi, ma adatti e ben alternati ad un montaggio (Virginia Katz) che sa dire la sua. E per la scelta dell’ambientazione: Berlino sembra una quadro animato e pulsante, gli altri luoghi e gli interni non sono da meno.

Perché si affida ad un gioco, intelligente, di assemblaggio di elementi visivi finalizzato a dare, allo spettatore, la sensazione di stare in una enorme chat room. Con un rimbalzo tra luoghi reali e metafisici da cui ottiene l’effetto sperato di straniamento, senza indurre il senso di vertigine ma scommettendo sulla  stratificazione dello schermo.

Peccato, però, per l’opera di ripulitura subita dalle immagini, che nel secondo tempo le risultano spogliate degli orpelli tecnici vantati per tutta la prima parte, mentre la pellicola sposta il suo asse sul contenuto, spezzando in questo modo quel ritmo da "cottura a fuoco medio” che aveva stuzzicato i palati in celluloide. Un cambio di rotta necessario, e adatto alla cadenza ansiogena assunta dalla narrazione per tempi e temi, che risulta ben sposarsi con l’atmosfera ma toglie un po’ di sale all’impasto. 

Emanuela Macrì  



Pubblicato su La Voce del Trentino il 29 ottobre 2013