Settant’anni dopo il debutto al lungometraggio di
Orson Welles che con l’indimenticabile capolavoro Quarto potere si
aggiudicava un Oscar per la sceneggiatura e ne sfiorava altri otto, quel
Potere, al cinema, fa un passo in avanti e cambia volto.
Prende le sembianze di Julian Assange (Benedict
Cumberbatch), già fondatore di WikiLeaks, il sito web
dell’omonima organizzazione internazionale ed ora rifugiato politico nella sede
dell’ambasciata ecuadoriana a Londra e del suo ex collaboratore e braccio
destro Daniel Domscheit-Berg (Daniel Brühl),
protagonisti della pellicola diretta dal newyorkese Bill Condon, Il
quinto potere.
Un profilo a due volti che muove dalle pagine dei due libri
che si sono occupati della vicenda: Wikileaks dei giornalisti del Guardian
David Leigh e Luke Harding e Inside Wikileaks, uscito dalla penna
di Domscheit-Berg. Un ritratto per nulla gradito al canuto australiano,
che disapprova tanto il progetto quanto il prodotto e deciderà di manifestare
il proprio dissenso stilando un elenco di imprecisioni, contenute nella
sceneggiatura di John Singer, da pubblicare sul sito. E non manca di bocciare
il film con un giudizio netto e sferzante: “troppo di parte. E distante dalla
verità”.
Assange, forse, ha ragione. E non potrebbe essere
altrimenti, se si considera che le fonti sono, a diverso titolo, parti in causa
e raccontano una versione dei fatti, la loro. Il punto di vista
dell’australiano, invece, risulta non pervenuto, come si nota nel segno che
tratteggia i lineamenti, non sempre limpidi, della sua figura.
A ripagare di tale mancanza arriva la provvidenziale,
ancor prima che superlativa, interpretazione di Cumberbatch, credibile nelle
espressioni e coadiuvato da un doppiaggio degno (evviva!!) che, diciamolo,
finisce per oscurare l’intero cast, per carisma ed intensità. Impresa non
facile, data la levatura.
Il quinto potere, pertanto,
al netto di tutte le polemiche di cui è stato oggetto sin dalla sua uscita in
patria, è un film che vale la pena di vedere. Per quei movimenti di
macchina, non sempre fluidi, ma adatti e ben alternati ad un montaggio
(Virginia Katz) che sa dire la sua. E per la scelta dell’ambientazione: Berlino
sembra una quadro animato e pulsante, gli altri luoghi e gli interni non sono
da meno.
Perché si affida ad un gioco, intelligente, di
assemblaggio di elementi visivi finalizzato a dare, allo spettatore, la
sensazione di stare in una enorme chat room. Con un rimbalzo tra
luoghi reali e metafisici da cui ottiene l’effetto sperato di straniamento,
senza indurre il senso di vertigine ma scommettendo sulla stratificazione
dello schermo.
Peccato, però, per l’opera di ripulitura subita dalle
immagini, che nel secondo tempo le risultano spogliate degli orpelli tecnici
vantati per tutta la prima parte, mentre la pellicola sposta il suo asse sul
contenuto, spezzando in questo modo quel ritmo da "cottura a fuoco medio”
che aveva stuzzicato i palati in celluloide. Un cambio di rotta necessario,
e adatto alla cadenza ansiogena assunta dalla narrazione per tempi e temi, che
risulta ben sposarsi con l’atmosfera ma toglie un po’ di sale
all’impasto.
Emanuela
Macrì
Pubblicato
su La Voce del Trentino il 29 ottobre 2013
