lunedì 31 marzo 2014

Her. Lei, lui e l'Oscar

In un futuro quanto mai contemporaneo Theodore (Joaquin Phoenix) vive in uno stato di apnea emotiva mentre cerca di sopravvivere alla fine di una storia d’amore. Intorno a lui un mondo dominato da una tecnologia tanto avanzata da aver permeato ogni strato della vita e disumanizzato i rapporti, quasi totalmente annullati.

Muove da qui Spike Jonze nel suo bellissimo Her, dove lei è un’incorporea fidanzata dalla voce suadente e lui un uomo tanto deluso dalla vita da spingersi ogni giorno di più nella propria solitudine, fatta di videogiochi fantascientifici e spicciole compagnie virtuali.

Il resto è una storia d’amore improbabile tra un individuo e un sistema operativo intelligente che, sfuggendo agli schemi di programma, si dimostra capace di provare emozioni, in un vortice umanizzante di curiosità, dolore e felicità.

A insaporire di curiosità questa sceneggiatura, che vanta un meritatissimo Oscar 2014, ci pensano elementi come la curiosa professione del protagonista, che scrive lettere per conto terzi, dettando missive personali ad un computer che elabora e trascrive testi intrisi di poesia e sentimento, e una cura del particolare lodevole, che solo un occhio disattento potrebbe non cogliere.

Dettagli fondamentali per capire fino in fondo questo film, giocato sui contrasti di un oggi ipermoderno in lotta con gli elementi di un passato che si ostina a tornare senza tregua o forse, semplicemente, che non se vuole andare. Piace l’umana comprensione dei coprotagonisti, pochi per la verità, che scelgono di non giudicare ma di capire le altrui esigenze, elevandosi sul piano morale e staccandosi da una quotidianità quasi eremitica, fatta di appartamenti sterili e semibui e di un autoimposto isolamento.

E poi dialoghi intensi, tempi narrativi ottimamente scanditi e una fotografia che non tradisce mai l’essenza di una pellicola pronta a scoprirsi indagine sociologica, nel suo rincorrere un uomo in bilico tra un’atavica solitudine e un futuristico paesaggio dominato da grattacieli e metropolitane di superficie.

Da vedere perché: sorprende. Tanto perché si tratta di un film recitato davvero bene, quanto perché affonda le mani e plasma una materia ostica, esplorando i bassifondi e le retrovie della solitudine e dei rapporti interpersonali.

Emanuela Macrì 


sabato 15 marzo 2014

Allacciate le cinture. Un viaggio tra i sogni e il disincanto

Piove. E la macchina da presa scorre in slow motion radente alla pavimentazione stradale lavata dagli scrosci dell’acqua che cadono sulla città e confondo con i loro giochi passi e destini, anime cittadine e realtà metropolitane.

Le vite di Elena (Kasia Smutniak), Fabio (Filippo Scicchitano) e Silvia (Carolina Crescentini) sono legate dall’amicizia e dai tanti caffè e cappuccini che servono ai tavolini del bar dove lavorano. Tra loro un legame intenso, lungo una vita e qualche sogno da coltivare. Adagiato in uno scenario semi-teatrale quale il centro storico di Lecce, il nuovo film di Ferzan Ozpetek procede adagio, quasi osservante dei limiti di velocità previsti nei centri abitati. Selvaggio come le spiagge che entrano nelle inquadrature, poetico come le luci che animano la città di notte.

Nemmeno la ventata di erotismo portata dall’arrivo del “bell’Antonio” (Francesco Arca) sembra capace di scuotere quel ritmo da giornata assolata, di risolvere quel senso di arsura mentre una domanda ronza in testa alla fine del primo tempo: “Ma qui non succede mai nulla?”.


Ma si spengono le luci e la risposta arriva. Allacciate le cinture, appunto. La storia sta per decollare. Destinazione: la vita. Quella vera, quella che un mattino come nulla ti bussa alla porta e quando apri lei è lì per mostrarti il suo lato peggiore. Inizia così il secondo tempo, con un cambio di marcia narrativo che mantiene, però, l’andatura lenta e riflessiva del primo. A riempire lo schermo, insieme a qualche primo piano e ad una fotografia calda e mediterranea, c’è qualche risata. Perché la vita è così. Tragica e comica, incomprensibile anche quando parla di cose semplici.

Ozpetek scrive e dirige una pellicola sul disincanto esistenziale. Un film duro, spigoloso, pesante come una sasso posizionato sullo stomaco, scevro da ogni favola e privo di volteggi fantasiosi. Tutto è come potrebbe essere, e nulla va respinto. Semmai, va respirato.

Da vedere perché: decidere di oscurare un finale scontato puntando la luce sul passato, è il vero riscatto di questo film che poteva annoiare e invece si rivela pieno di sorprese taciute. Comprendere i tanti passaggi lasciati in sospeso è, così, la sua vera personalità. Risulta perdonabile, pertanto, lo schieramento di tematiche già note sebbene si attendano, con fiducia, nuovi lavori … nuovi davvero! 

Emanuela Macrì 

Pubblicato su La Voce del Trentino il 14 marzo 2014