sabato 15 marzo 2014

Allacciate le cinture. Un viaggio tra i sogni e il disincanto

Piove. E la macchina da presa scorre in slow motion radente alla pavimentazione stradale lavata dagli scrosci dell’acqua che cadono sulla città e confondo con i loro giochi passi e destini, anime cittadine e realtà metropolitane.

Le vite di Elena (Kasia Smutniak), Fabio (Filippo Scicchitano) e Silvia (Carolina Crescentini) sono legate dall’amicizia e dai tanti caffè e cappuccini che servono ai tavolini del bar dove lavorano. Tra loro un legame intenso, lungo una vita e qualche sogno da coltivare. Adagiato in uno scenario semi-teatrale quale il centro storico di Lecce, il nuovo film di Ferzan Ozpetek procede adagio, quasi osservante dei limiti di velocità previsti nei centri abitati. Selvaggio come le spiagge che entrano nelle inquadrature, poetico come le luci che animano la città di notte.

Nemmeno la ventata di erotismo portata dall’arrivo del “bell’Antonio” (Francesco Arca) sembra capace di scuotere quel ritmo da giornata assolata, di risolvere quel senso di arsura mentre una domanda ronza in testa alla fine del primo tempo: “Ma qui non succede mai nulla?”.


Ma si spengono le luci e la risposta arriva. Allacciate le cinture, appunto. La storia sta per decollare. Destinazione: la vita. Quella vera, quella che un mattino come nulla ti bussa alla porta e quando apri lei è lì per mostrarti il suo lato peggiore. Inizia così il secondo tempo, con un cambio di marcia narrativo che mantiene, però, l’andatura lenta e riflessiva del primo. A riempire lo schermo, insieme a qualche primo piano e ad una fotografia calda e mediterranea, c’è qualche risata. Perché la vita è così. Tragica e comica, incomprensibile anche quando parla di cose semplici.

Ozpetek scrive e dirige una pellicola sul disincanto esistenziale. Un film duro, spigoloso, pesante come una sasso posizionato sullo stomaco, scevro da ogni favola e privo di volteggi fantasiosi. Tutto è come potrebbe essere, e nulla va respinto. Semmai, va respirato.

Da vedere perché: decidere di oscurare un finale scontato puntando la luce sul passato, è il vero riscatto di questo film che poteva annoiare e invece si rivela pieno di sorprese taciute. Comprendere i tanti passaggi lasciati in sospeso è, così, la sua vera personalità. Risulta perdonabile, pertanto, lo schieramento di tematiche già note sebbene si attendano, con fiducia, nuovi lavori … nuovi davvero! 

Emanuela Macrì 

Pubblicato su La Voce del Trentino il 14 marzo 2014