domenica 28 dicembre 2014

Quando un sentimento sparisce. L’amore bugiardo

Il 5 luglio è QUEL GIORNO. Il giorno in cui Amy (Rosamund Pike) sparisce dalla sua lussuosa casa nel Missouri lasciando dietro di sé una lunga striscia di misteri e dubbi. È il giorno in cui Nick (Ben Affleck), suo marito, le avrebbe annunciato la fine del loro matrimonio. Proprio nel giorno in cui avrebbero dovuto festeggiare del loro quinto anniversario. 

Inizia così una ricerca che prende la forma di una caccia al tesoro, non a caso il regalo scelto ogni anno da Amy per l’anniversario e che ora, con la scomparsa della donna, tinge di giallo e insaporisce di dubbio e suspence la vicenda. Perché da subito ogni indizio sembra condurre alla colpevolezza del marito, il primo sospettato e indagato, in un caso in cui sembra ci sia poco da capire perché tutto appare sin troppo chiaro.

Soprattutto se la narrazione coincide con il punto di vista di Nick il quale si proclama innocente mentre sembra fare a pugni con qualche scheletro intenzionato ad uscir dall’armadio. Soprattutto se dal nulla spunta una giovane amante e un diario, scritto da Amy, che ripercorre le tappe di una vita matrimoniale tanto stellare negli esordi quanto fallimentare negli ultimi tempi, L’amore bugiardo del titolo.


E soprattutto se, inaspettatamente, il punto di vista della narrazione cambia insieme al suo ritmo e a quel velo di inquietudine steso dalla lentezza del racconto si mescolano la sorpresa e l’impensabile in un crescendo di tensione e curiosità. David Fincher, il regista statunitense di Seven (1995), Fight Club (1999) e The Social Network (2010), dirige l’adattamento cinematografico del romanzo L’amore bugiardo scritto da Gillian Flynn, sceneggiatrice (e si nota!) del film.

Il risultato è un qualcosa di poetico, sinistro e impercettibilmente sarcastico quando scivola in alcuni clichè a stelle strisce, probabilmente sacrificabili. Ma è, allo stesso tempo, un prodotto di alta qualità, capace di inchiodare alla poltrona anche gli spettatori meno pazienti per circa 145 minuti, senza annoiarli. Il gioco della semina di indizi, smentite, allusioni, abilmente mescolato alla scelta di più mezzi narrativi, dalla voce off alla scrittura, dall’uso abile e mai ridondante del flashback alla fotografia elegante ma non invadente, trasforma una pellicola cinematografica in un filo sospeso in aria.

Una strutturata sceneggiatura, poi, conduce tanto i protagonisti quanto il pubblico, a percorrere quel filo cercando un equilibrio fra il sentore di colpevolezza e il dubbio d’innocenza, grazie alla meticolosa e sorprendente (ri)costruzione di una probabile scena del crimine. Meritate le quattro nomination ai Golden Globe 2015: migliore regia e migliore sceneggiatura, migliore colonna sonora originale e migliore attrice protagonista in un film drammatico.

Da vedere perché: nulla è come sembra e tutto può rivelarsi mutevole. Basta solo guardare ogni cosa con altri occhi. In questo film, come nella vita.

Emanuela Macrì


sabato 6 dicembre 2014

Magic in the Moonlight. Allen e la magia dell’amore

Magic in the Moonlight. Titoli di coda. Si riaccendono le luci e si apre un bivio: commedia apprezzabile o lodevole ragionamento sulla vita?

Tanti saluti a quella parte di pubblico (e verosimilmente di critica) che imboccherà la prima via uscendo dalla sala. Perché questo viaggio sarà diverso e lo sarà per tutte le persone le quali, aguzzando la vista, troveranno i particolari celati nella vignetta abilmente dipinta da Woody Allen, come in famoso gioco enigmistico. 

Come in un numero gioco di prestigio, in uno di quelli con cui il maestro orientale Wei Ling Soo è solito incantare il suo pubblico. Peccato sia tutta una finta scenica. Peccato che “L’unico superpotere certo brandisce una falce” e tutto il resto sia un’invenzione per trovare conforto davanti a domande che non avranno risposta. Peccato che molto di quel che vediamo sia solo un imbroglio.

Non esiste nemmeno il mago cinese, infatti, perché sotto il kimono e i baffetti si nasconde Stanley Crawford (Colin Firth), il cinico e famoso illusionista britannico chiamato a smascherare Sophie Baker (Emma Stone), la sedicente sensitiva della provincia americana che sta incantando il sud della Francia con i suoi potere paranormali. E non esiste alcuna magia, perché non esiste un mondo altro al di fuori di quello che cade sotto i nostri occhi. Nemmeno in un’Europa di fine anni Venti, accarezzata dai tocchi di poesia fotografica ed elegantemente adagiata tra i fotogrammi dell’ultima creatura del (quasi) ottantenne Allen.


Ma l’imprevisto e l’incredibile sono lì, dietro l’angolo, pronti a rendersi palesi in ogni attimo. E persino uno scettico come Stanley, alla fine, può ricredersi. Perché il dono di Sophie gli si rivela quale “spettacolo, scienza, filosofia e religione” e l’uomo nulla può davanti ad una tale rivelazione.
Magie di una vita che con i suoi accadimenti porta a riconsiderare, a cambiare faccia e opinione. Sempre che non si tratti di un inganno. Sempre che i segni interpretati quali messaggi non siano altro che l’opera dell’astuzia e della meschinità di una certa (bassa) umanità che abbisogna di imbrogliare per continuare a vivere.

Da vedere per: deliziarsi davanti alla magia dell’amore a prima vista. Una magia vera, senza bisogno di esser messa alla prova, capace di non morire in un mondo in cui tutto è fasullo.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 06 dicembre 2014