mercoledì 28 gennaio 2015

Il nome del figlio, nel nome del figlio

Con un salto siamo nel Duemila, alle porte dell’universo, importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi”. Così cantavano Paolo, Betta, Sandro e Claudio, liceali spensierati in un’estate dei primi anni Ottanta, sulle note di Telefonami tra vent’anni di Lucio Dalla

E vent’anni, anzi trenta, sono passati da allora e sembrano così lontani da una sera di un Duemila avanzato in cui Paolo (Alessandro Gassman) si trova a festeggiare l’imminente paternità a casa della sorella Betta (Valeria Golino) e del cognato Sandro (Luigi Lo Cascio) in compagnia dell’amico di sempre Claudio (Rocco Papaleo).

Paolo che si è gettato alle spalle un passato da primogenito di famiglia radical chic, ha sposato la bella e (apparentemente) inconsistente Simona (Micaela Ramazzotti) fa l’agente immobiliare e guida un ingombrante SUV, oltre che una smodata sbruffoneria.



Sua sorella Betta, invece, è rimasta imbrigliata nella rete della precarietà dell’insegnamento e dell’opaca vita famigliare, divisa tra il suo matrimonio con Sandro, docente universitario, e l’amicizia con Claudio, musicista e probabile omosessuale nonché depositario di ogni suo segreto.

Tra loro Simona, l’ultima arrivata e ad arrivare. Fuori tempo e fuori contesto ma centrata nel ruolo della svampita che le azzecca tutte. Ha persino scritto un libro, tanto trash che nessuno dei commensali è intenzionato al leggerlo, tanto attuale da scalare le classifiche di vendita, tanto centrato che della sua protagonista basta l’iniziale. Il nome si può omettere.

Sarà Il nome del figlio, o meglio uno scherzo ad esso legato, ad infuocare una serata tiepida e una commedia dal ritmo soave ma dall’anima potente. Perché Francesca Archibugi dimostra grande abilità nel direzionare un film lungo le vie di una sceneggiatura educata e intelligente, ma allo stesso tempo spietata e sincera.

E di saper accompagnare la macchina da presa tra i cieli romani e poi giù, per 90 minuti tra la terrazza e i vani di una casa invasa dai libri, tra le pieghe e le piaghe della famiglia, in un confronto serrato con il passato che non dà tregua a chi non sa uscirne.


Il nome del figlio, o nel suo nome è un viaggio nel passato, andata e ritorno, biglietto unico. Con qualche salto nella gioventù, per scoprire come eravamo e come siamo anche se, come dice Betta “non siamo più come prima. Il prima non c’è più”.

E così tutto si anima e tutti si animano in nome di qualcosa e nel proprio nome, mentre “i bambini ci guardano” (come titolava il bellissimo film di Vittorio De Sica del 1943) e non riescono a dormire perché gli adulti gridano. Quei bambini di oggi che ci guardano attraverso droni che telecomandano con il tablet, quando i bambini di ieri si accontentavano di accovacciarsi e spiare i grandi da dietro una siepe.

Il risultato, ad ogni buon conto, non cambia. Perché i piccoli sono sempre, e loro malgrado, chiamati a fare i conti con il presente e con il passato. Magari attraverso nomi pesanti e carichi di significati che oggi si perdono tra le beffe dei compagni di scuola, tra il cinismo politicamente scorretto e il sarcasmo qualunquista di genitori troppo o troppo poco adulti. 

Da vedere perché: vale la pena di capire che “di tempo per cambiare ce n’è”. Come sosteneva Lucio Dalla.

Emanuela Macrì


mercoledì 7 gennaio 2015

Le regole segrete del gioco. The Imitation Game

Ci sono verità che affiorano dopo cinquant’anni, liberate dalla ganascia del Segreto di Stato che le costringeva al silenzio. Ci sono storie che non dovrebbe subire l’ingiuria della polvere ma essere raccontate, perché se ne possa raccogliere l’insegnamento. 

Poi però ci si scontra con il diritto e la politica. E allora ci si accorge che le storie, le umane vicende, seppur eccezionali, possono essere sacrificate alla ragion di Stato. Perché il Potere, a volte (e troppo spesso) vince sulla Bellezza.

Alan Turing (Benedict Cumberbatch) è un bambino prodigio. Nell’Inghilterra del post Grande Guerra, studia in un collegio maschile e si lega a Christopher, un suo coetaneo con cui condivide la passione per la crittografia e, forse, un adolescenziale amore che tenta di nascondere.

Nel 1951, divenuto docente e studioso di matematica, subisce un tentativo di furto al quale consegue un arresto per atto osceni: nell’Inghilterra del tempo l’omosessualità è un reato e sebbene Turing non si macchi di alcun atto che si possa reputare realmente osceno, si vedrà processato e condannato ad una terapia ormonale mirata alla riduzione della libido e, quindi, alla progressiva incapacità sessuale.


Tra i due periodi si colloca una guerra, la seconda Guerra mondiale, da vincere per la Gran Bretagna anche sul piano della strategia. Anche grazie al contributo e al lavoro delle menti inglesi più brillanti, tra le quali spicca proprio quella di Alan Turing, il quale mette studi e intuizioni, nonché le grandi abilità in campo crittografico al servizio del Governo inglese, in una missione segreta e che rimarrà tale.

Il regista norvegese Morten Tyldum incornicia la vita di Turing in un biopic dalla fattura impeccabile e perfettamente aderente ai canoni del genere ma non per questo scontato. La decisione di correre in maniera (solo apparentemente) disordinata sull’asse temporale, ad esempio, regala grande organicità al racconto, riuscendo nell’intento di raccontare un’esistenza mettendone a fuoco i momenti cruciali senza rinunciare alla visione in campo lungo della vita e della Storia.

The Imitation Game risulta un film ricco e denso, che non affida a particolari picchi narrativi la sua intensità, ma preferisce una messa in scena sobria e un ritmo regolare, mentre può contare sulla lodevole interpretazione di un cast di prim'ordine. La sceneggiatura si muove tra i piani della segretezza e della strategia, cui fanno eco tanto il titolo quanto ogni aspetto della storia.

In mezzo si trattano codici da decifrare, tattiche belliche da non rivelare, segreti inaccessibili e lavori sotto copertura che si intrecciano, in gioco imitativo, alla vita dei singoli protagonisti di questa storia, con le loro intimità da tutelare, costretti a scelte dolorose e silenzi che vanno oltre la missione. Il tutto chiuso in poche stanze dove numeri e macchine possono decidere della vita di milioni di persone.

Da vedere? Sì, per conoscere tutti i particolari che qui non sono stati (volutamente) svelati.

Emanuela Macrì