domenica 29 gennaio 2017

Un microcosmo al ritmo di jazz: La La Land

Se almeno una volta nella vita vi siete chiesti “come sarebbe andata se…?”, La La Land è un film per voi. Se invece non vi siete mai o non ancora interrogati sul tema, nessun problema, La La Land è comunque un film per voi. Perché se esibisce un biglietto da visita con la descrizione musical, si rivela una pellicola capace di cambiare pelle nel suo farsi, maturare, seguire nel processo di crescita i suoi protagonisti.

Una narrazione che cambia passo, dunque, tanto da non sembrare nemmeno più la stessa, al termine delle oltre due ore di proiezione a fare i conti con la vita e l’amore, gli insuccessi, i sogni e con questi ultimi lì, come stelle fisse di un cielo posticcio sopra una città immobile, muta spettatrice e nel contempo motore di ogni azione. La città dei sogni.

In mezzo a tutto, solo apparentemente inconsapevoli, Sebastian e Mia, gli impeccabili Ryan Goslin e Emma Stone, geniale musicista e autoeletto paladino del jazz lui, attrice per destino e frequentatrice di casting per vocazione lei, al centro di universo che sulle prime sembra somigliare a un paesaggio con neve in una sfera di cristallo ma ben presto imporrà loro di staccarsi dalla favola per scontrarsi con le logiche sottese dai desideri realizzati.

Foto fonte web

Galeotto fu l’ingorgo stradale tramutatosi in un balletto corale su tetti e cofani, e un impiego da pianista, destinato a durare solo lo spazio di una sera. E complice una macchina da presa dai movimenti fluidi, che nell’ostinato inseguimento dei protagonisti non dimentica di includere ogni singolo particolare, mentre abbatte limiti fisici e pareti mentali.

La La Land, dunque, è una scatola che racchiude, proteggendolo, un ideale teatro di posa per il reale, un microcosmo in cui la vita riproduce sé stessa senza, apparente, soluzione di continuità, con un enorme ritratto di Ingrid Bergman sulla parete e il jazz a scaldare e versare da bere a sogni che trovano il loro naturale habitat nei luoghi, anche metafisici, del cinema, dal Griffith Observatory a Gioventù bruciata, il film che consacrò James Dean.

Stupisce la scelta di Damien Chazelle, regista e sceneggiatore poco più che trentenne, di modellare con le regole di un musical un film che, di fatto, non lo è e se appartiene a un genere è quello, non cinematografico, del coraggio. Il risultato, però, è una scommessa vinta, e la candidatura a ben quattordici premi Oscar parla, anche, di un pericolo scampato e del coraggio, appunto, di affrontare l’ennesima indagine dei rapporti uomo-donna che avrebbe potuto prestare il fianco alla noia.


E invece no. Perché il cinema è capace di artifici sconosciuti alla vita reale e può riavvolgere il nastro per farci chiedere “Come sarebbe andata se…?”. In questo film lo fa con un meccanismo affatto nuovo, ma in maniera davvero coinvolgente e convincente.
Giudizio critico? Lascia il segno.


di Emanuela Macrì