martedì 4 dicembre 2012

Il tratto ironico e deciso dell'Arte: Laurina Paperina

"Cosa resterà di questi anni Ottanta?" Ve lo state ancora chiedendo (come faceva Raf nella sua canzone di qualche anno fa)? Permettimi l'azzardo di una risposta: il mondo di Laurina Paperina, l’artista roveretana che, con quegli anni, pare abbia un rapporto per destino, non solo perché ci è nata, ma perché li ha respirati a fondo, perché a pane ed anni ’80 ci è cresciuta. Attenzione però non si tratta di arte prodotta in quel decennio, ma di un’arte che di quella cultura ne è il prodotto.

Il sogno della Pape bambina? Diventare uno dei Cavalieri dello Zodiaco (noto cartoon anni ’80 tratto da una serie di anime e manga giapponesi). E magari un futuro da fumettista. Di diventare un’artista no, non l’aveva davvero pensato. Perché i suoi occhi, allora, confondevano la figura del pittore con quella del paesaggista, in una sovrapposizione di ruoli senza soluzione di continuità.

Saranno poi gli anni all’istituto d’arte ad aprirle un mondo nuovo, con lo studio della storia dell’arte e delle molteplici forme che la stessa può assumere. Da lì la presa di coscienza di come il suo background fatto di serie televisive d’oltreoceano e film splatter potesse sposare la pittura e convivere con questa in uno stile che ora può dirsi definito. Ecco un tema interessante! Lo stile di Laurina, che io davvero non riesco a riassumere in poche parole. Così colgo l’occasione per aggirare l’ostacolo chiedendo a lei di chiarirmi la idee (anche perché, da parte mia e per quanto possibile, cerco di evitare il terreno insidioso dei generi).
“C’è chi mi definisce una (neo) Pop artist. Chi, invece, mi accosta al movimento Lowbrow (corrente artistica degli anni ’70 californiani, che cerca di sintetizzare la cultura e l’arte che nasce dalla strada strizzando l’occhio al mondo del comics underground) cosa che, devo confessare, non mi piace, non fosse altro perché un suo corrispondente italiano non è mai esistito!”.


Come nel gioco dell’oca (tanto per rimanere in tema di pennuti) siamo di nuovo al punto di partenza. Poco male. In sostanza, Laurina Paperina è un’artista ironica, con venature caustiche, che si definisce un frullatore. In effetti dai suoi coloratissimi dipinti è evidente come, passato sotto il suo abile pennello, ogni essere, animato o meno, ne esca radicalmente trasformato.

Il suo creato è un universo di personaggi fantastici e reali, di ieri e di oggi, mostri colorati, hamburgers umanizzati, supereroi e personaggi famosi. Sì ci sono anche loro, perché Laurina non ha certo paura di scomodare le celebrità ed i miti di ogni tempo: tra i tanti ci sono i Beatles e Michael Jackson, c’è Andy Wahrol, Sarah Lucas e Donald Baechler, Mickey Mouse e Wonder Woman, spesso stravolti nel loro aspetto fisico e magari vittime di umane atrocità. O peggio, del sarcasmo della Paperina.

Se Batman e Robin si abbandonano ad un bacio appassionato e Osama Bin Laden prende la forma di un Uniposca (il celebre pennarello prodotto, non a caso, dalla Osama), la Pantera Rosa tenta di strangolare Jeff Koons mentre Freddie Mercury ha sgozzato la Regina! Coraggiosa la Pape, senza dubbio. Capace di giocare con asprezza anche sulla (con?) la morte. Ed io, che l’argomento lo evito con reverenziale timore, mi chiedo perché lei, invece, ci dialoghi così spesso.

“La nostra frequentazione è una scoperta recente, che potremmo descrivere quale effetto collaterale di un’operazione di selezione di lavori recenti e non. Tornando su gran parte della mia produzione l’ho notata … No non mi ero mai accorta di quanto fosse presente nella mia arte”.

Un rapporto non cercato, il loro, ma prolifico. Tutta colpa della signora Fletcher (nota ai più come innegabile porta – jella), che apparendo in un’opera, ha poi ispirato, tra le altre, anche “How to kill the artists”, la serie animata centrata sulla morte di alcuni personaggi celebri, alcuni per mano delle proprie creature artistiche, come Jean Michel Basquiat, altri per improbabili incidenti, come Maurizio Cattelan, altri ancora sopraffatti da vizi indomabili, come Pablo Picasso.

Che sia un modo per burlarla? “Preferisco pensare ad una sorta di involontaria selezione naturale gestita. Devo aver pensato che, uccidendo i più grandi, avrei avuto maggiori chance per emergere come artista”. E detta così, con il sorriso sulle labbra, ti senti anche di assolverla! Tanto più che, non ha risparmiato dalla morte nemmeno sé stessa, come testimonia la serie “How to kill Laurina Paperina”.


Attenzione però: la Pape art non si riduce certo ad un manipolo di morti ammazzati e glorie del passato fatte a pezzi. Nei suoi sgargiantissimi disegni c’è molto di più. C’è ad esempio un uso sapiente e prepotente del colore, che per lei è un’esigenza d’espressione, e non cieca obbedienza alla tecnica. Eppure il suo sogno nel cassetto sarebbe realizzare opere in bianco e nero: lei ci prova “ma poi vedo i pennarelli, gli smalti colorati … è un’attrazione che non riesco a vincere … E soccombo, irrimediabilmente, a tutto ciò che brilla e luccica”.

Una volta, però c’è riuscita, realizzando in due mesi un’opera molto dettagliata di 2 x 1,5 mt. Ma non nega la forte tentazione di inserire del colore “che ne so magari un giallino fosforescente … tanto per dare un tono!” In questo senso anche le installazioni che ha realizzato con i neon, non sono nate per seguire una moda del momento ma da una precisa scelta estetica e cromatica, per la luminosità e la carica potente dei loro colori. Insomma il colore, nella Paperina, c’è, al di là della forma e del linguaggio espressivo che di volta in volta decide di usare.

E se qualcuno si è permesso, nel tempo, di affermare che “solo di disegnini”, è chiaro che ha parlato ignorando tanto il percorso artistico e l’evoluzione dello stile, quanto la tecnica usata “eseguo direttamente il disegno, non ci sono schizzi, nessun tratto a matita ma direttamente penna o pennarello”. Mica cosa da dilettanti…

La sua è una grande sicurezza che sottende, per forza, una decisa abilità “è un modus imparato tanti anni fa, alle scuole superiori, quando un professore (supplente) ci chiedeva di tralasciare lo schizzo. Da lì ho preso l’abitudine di pensare ed agire, disegnare senza ripensamenti”. Immediatezza e velocità d’esecuzione, che sono diventate anche una necessità “perché le idee magari nascono veloci ed io cerco di tenere il passo, di realizzarle sul momento”.

Una rapidità che ci fa capire bene la preferenza accordata alla pittura rispetto alla scultura, che ha conosciuto e praticato negli anni dell’accademia (sebbene minimizzi parlando di semplice “assemblaggio di oggetti di scarto”) ma accantonato perché “presuppone più fasi realizzative. Troppe attese che faticherei ad affrontare … sono troppo poco paziente per questo!”. Infatti, quella scultorea è un’attività che prevede una sequenza fatta di realizzazione e tempi di consolidamento non adatti, certo, alla furia artistica della Paperina. “Ma non è un addio! Diciamo che per ora ci guardiamo da lontano. Potremmo anche rincontrarci, un giorno o l’altro”. Già… il problema è: dove?


In giro per l’Italia, per le strade del vecchio continente, o magari negli Stati Uniti, tutti luoghi dove la vulcanica roveretana ha lavorato ed esposto. “Recentemente ho visitato San Francisco (fa la modesta ma si trovava lì per l’inaugurazione di una mostra personale, la sua, mica chiacchiere!). Il viaggio è un elemento fondamentale della mia arte, perché consente di confrontarsi con il mondo anche, e soprattutto, con quello dei non addetti ai lavori”.

Ed è una storia di viaggi, anzi di vere e proprie migrazioni, quella che mi racconta. I protagonisti sono, manco a dirlo, i suoi personaggi, mentre lo scenario che li accoglie è quello di alcune fotografie (rigorosamente rubate al Pape–fidanzato, peraltro consenziente). Una colonizzazione in piena regola, il cui risultato, beh… ve lo lascio scoprire da soli. Non senza, però, darvi un prezioso indizio: www.laurinapaperina.com

In fondo, forse, ha giocato anche il destino: tornando alla canzone di Raf, lui stesso rispondeva alla domanda indicando in “una fotografia” quel che rimane degli anni Ottanta.

Chiudo la porta dello Zio Pork Studio (… e la scelta del nome testimonia tutta la trentinità DOC della “bambina americana”) portando con me il segreto della sua ubicazione. Capitemi, sarebbe come rivelare la posizione geografica della Bat Caverna: non lo posso proprio fare!

Emanuela Macrì

pubblicato su La Voce del Trentino il 04 dicembre 2012 

venerdì 9 novembre 2012

L'Arte a tutto tondo. Niki de Saint Phalle

Se concordiamo con la tesi secondo cui l'arte è espressione di sé, allora non possiamo non parlare di Niki de Saint Phalle, artista pittrice, scultrice e regista cinematografica, nizzarda di nascita (classe 1930) ma cresciuta negli Stati Uniti d'America, cittadina del mondo per scelta, artista per destino. Una giovanissima sposa e madre che conosce troppo presto l'amarezza del dolore, del tormento dell'anima, del buio della vita, in un'esperienza durissima che supera grazie alla pittura, l'unica porta che la conduce fuori dalla sofferenza che la tortura. 

È un'arte che la de Saint Phalle fa esplodere, nel vero senso della parola quando, appena trentenne stupisce con performance dal vivo intitolate Shooting Paintings in cui, a colpi di carabina, fa saltare in aria alcune tavole in gesso che celano, sul retro, sacchetti di colore a tempera. Un modo, questo, che sembra riassumere l'esperienza vissuta: un fragore nell'anima che, anziché ucciderla, aveva liberato i colori che tratteneva.

Siamo nei primissimi anni Sessanta. Grazie al successo di queste esibizioni, Niki inizia a frequentare il gruppo dei Nouveaux Rèalistes, il movimento artistico europeo a maggioranza franco – italiana (spesso descritto come il corrispettivo europeo del New Dada d'oltreoceano) che, per creare, si avvale dell'uso di oggetti del quotidiano quale chiave di critica verso un mondo sempre più consumistico, ricco di materie inanimate e di umane individualità, donando loro nuovo significato senza intervenire sul significante.


È qui che ritrova lo scultore svizzero  conosciuto qualche anno prima. Nasce un nuovo amore ed ha inizio un rapporto che non sarà solo una promessa nuziale ma anche, e soprattutto, una fruttuosa e continuativa collaborazione artistica.

Nel 1966, sempre insieme, accetteranno l'invito del direttore del museo Moderna Museet di Stoccolma, Pontus Hulten, a confezionare quella che diverrà, per imposta volontà di Niki, la famosa Hon (che in svedese significa LEI), una gigantesca donna incinta, distesa sul dorso con le gambe disgiunte e leggermente flesse, in una posa che simula l'atto del partorire. Si tratta di un'opera visitabile ma temporanea, destinata a durare solo tre mesi, ricordando in questo gli apparati effimeri medievali, creati per celebrare eventi e poi distrutti.

Ma qui di antico c'è ben poco, se non il legame con la madre generatrice di vita, che si fa esperienza artistica fruibile attraverso un percorso a ritroso, una simbolica nascita al contrario: l'ingresso per i visitatori, per questo, viene fatto coincidere con il sesso della gigantesca scultura. Rinascere nell'arte tornando all'arte.

Ad attendere all'interno i visitatori (che dall'apertura alla distruzione dell'opera saranno più di centoventimila), vi è un tragitto composto da molteplici esperienze espressive: dalla piccola pinacoteca di falsi d'autore, all'esperimento della radio – scultura, si può godere dello spettacolo del cinema o di quello di una terrazza panoramica che domina dal pancione della Hon, prendere un caffè o visitare il planetario. Tutto senza mai uscire dalla Grande Madre che accoglie e sembra coccolare i suoi figli d'arte.


Hon è un'opera che entra a pieno titolo nella serie a cui la stessa de Saint Phalle darà nome Nanas, sculture di grandi dimensioni che percorrono profili e corpi femminili generosi nelle forme e coloratissimi nelle decorazioni epidermiche. Una copiosa produzione di esemplari che trovano il loro habitat nel mondo, come cita il titolo di dell'opera permanente ad Hannover, le Nanas conquistano le città.

Ma, credo, sarebbe più corretto dire che è Niki de Saint Phalle a conquistare il mondo, dalla Germania alla Terra Santa, da Parigi a San Diego la sua produzione, così come le sue collaborazioni, sono inarrestabili. Perché quell'arte da terapeutica è divenuta una linfa vitale.

E lavorerà anche in Italia, dove il suo passaggio è tutt'ora visibile e godibile grazie al Giardino dei Tarocchi, là dove arte e natura si sposano, sulle colline vicino al borgo di Capalbio, nella piccola frazione di Garavicchio, terra di confine tra Toscana e Lazio. Un lavoro iniziato alla fine degli anni '70 per il quale si avvarrà dell'aiuto non solo del marito Jean, ma anche di una nutrita squadra di artisti ed operatori, che troverà compimento alla fine degli anni '90.

Un viaggio tra i 22 Arcani maggiori dei tarocchi, rielaborati e proposti dall'artista sotto forma di enormi costruzioni, alcune abitabili, altre corredate da meccanismi semoventi che, lungi dall'inquietare attraggono il fruitore in un mondo caleidoscopico fatto di mattonelle smaltate dai colori vivissimi e da superfici a specchio. Un luogo magico che, aldilà dell'evocazione esoterica, sa incantare e sedurre. Il risultato è una passeggiata in un parco che, se siete nei dintorni, non potete perdere. È tornare a guardare attraverso occhi bambini, perdendosi nei riflessi e nei colori.


Perché qui è possibile visitare una piccola chiesetta con le pareti tappezzate di specchi, accolta nel ventre della Temperanza, oppure scrutare la linea dell'orizzonte dalla terrazza colorata preminentemente di blu elettrico, ricavata sul tetto dell'Imperatrice, che regala un affaccio sul mare toscano. Si può rimanere incantati da un cortile interno all'arcano dell'Imperatore, che rimanda ad un gusto tutto mediterraneo o ritrovarsi a leggere i testi scritti sulle mattonelle che ricoprono l'Appeso.

Un parco, un giardino colorato ed animato, un luogo fuori dal contesto che lo ospita, da cui si stacca nettamente, come testimonia la costruzione del muro di cinta che lo abbraccia e lo protegge. L'unica apertura concessa è l'edificio adibito a biglietteria, che permette l'ingresso e l'uscita dei visitatori, disegnato da Mario Botta.

Una storia di collaborazioni importanti, quella con l'architetto ticinese, che porterà all'apertura di un museo a Basilea dedicato all'arte di Tinguely, scomparso nel 1991, ed alla realizzazione di un'importante opera a Gerusalemme, L'Arca di Noè, disegnata da Botta e popolata dalle enormi creature policrome della de Saint Phalle.


Consigliatissima una capatina all'incantato borgo medievale di Capalbio che ospita, tra l'altro, il laboratorio di un artista locale (ma conosciuto anche oltreoceano) che lavora in una torre duecentesca e crea coloratissime opere dal gusto davvero originale: il suo nome è Dedò e la visita è irrinunciabile!

Emanuela Macrì



Pubblicato su La Voce del Trentino l'08 novembre 2012 

mercoledì 3 ottobre 2012

L'arte che sa far del bene. Daniela Perego

Nove Mesi… una gravidanza! No, non questa volta, o non esattamente. I nove mesi in questione si riferiscono al tempo a disposizione dell’artista fiorentina Daniela Perego, per realizzare il progetto che porta questo titolo, ed ha visto la sua arte protagonista a Trento. Nove mesi d’attesa sì, ma anche, e soprattutto, di lavoro, per mettere insieme pezzi di vita, visioni e momenti che prendono corpo in altrettante istantanee.

Ad accoglierci in via del Suffragio 24, nei locali messi a disposizione da Upload Art Project c’è lei, Daniela, ed un’onda colorata composta da un numero imprecisato di fotografie che tappezzano le pareti, divenendo quasi una loro seconda pelle. Un flusso ininterrotto di colori che virano dalle tinte più scure a quelle più candide, che danno un senso ed un andamento cromatico ai muri, incorniciando la stanza. 

Una fotoinstallazione che è il risultato, sorprendente, di tanti scatti. Tanti quanti ce ne possono stare in nove mesi di vita. “Il senso dell’opera sta nella sua trasformazione continua. Ogni visitatore può, infatti, staccare le immagini che decide di far proprie, di acquistare: il suo gesto diviene la manifestazione inequivocabile di tutti quei pezzi che si scollano, si perdono, spariscono dalla memoria delle persone colpite dal morbo d’Alzheimer”.


“Così facendo nell’opera si vanno a formare dei vuoti: sono i ricordi che non ci sono più, quelli che il morbo sottrae alla persone che colpisce” spiega l’artista. “E questo è un modo, il mio modo, per parlare di una malattia di cui così poco si dice, che troppo spesso si nasconde e si nega, quasi fosse una vergogna”.

Il risultato di questo gioco di continue sottrazioni è un colpo d’occhio di sicuro effetto, perché il vigore del bianco che s’impadronisce dello spazio prima occupato da un’immagine, spiazza e sconcerta. Lo scopo dell’esposizione non è solo quello di fornire un’occasione per toccare il tema della malattia, ma anche di sostenere l’associazione RENCUREME di Moena (TN) che dal 2010 opera per il sostegno delle famiglie e delle persone che vivono questo dramma, grazie alla generosa decisione dell’artista di devolvere l’intero ricavato delle vendite. Ed è per tutti un’opportunità per conoscere da vicino un’artista contemporanea ed il suo mondo.

Daniela Perego non è una fotografa, non propriamente, non solamente. Daniela Perego è un’artista con una visione del mondo fotografica, che non si limita a catturare le immagini: le pensa, le studia e le disegna col proprio sguardo. E poi… click.

Nel suo lavoro, in questo modo, abitano figure umane che ad un primo approccio sembrano subalterne, sconosciute e quasi ignorate dall’ambiente che le ospita, sia esso urbano o naturale. Ma osservando le opere che nascono dal suo “dentro” più intimo si capisce quanto non sia così.


L’artista fiorentina, nel suo creare ci mostra il rapporto continuo e fluido tra l’essere umano ed il territorio, che si dividono la scena senza mai contendersela. E se il primo non è una mera presenza, il secondo non si può definire una semplice cornice.

Non si tratta di corpi che presenziano, che si annullano nel tutto, ma di esseri umani che dominano la scena, che ne divengono il centro gravitante. Non un elemento giustapposto, quindi, ma il cuore pulsante del quadro d’insieme, soprattutto quando lo spazio cede il posto al colore, al vuoto, al non-luogo.

A questo punto si rende necessaria una visita, virtuale, al sito internet www.danielaperego.com che, nella sua veste grafica di assoluta semplicità, rispecchia, con il suo elegante movimento, l’anima della sua autrice. Dalle installazioni, alle fotografie, transitando per la sezione video, si potrà approfondire la conoscenza di opere che necessitano di tempo e riflessione.

Una visita che possiamo tradurre come un cammino sensoriale in cui si incontra il dolore e la sofferenza umana, come in “insanity” della sezione photo, oppure ci si può imbattere in opposizioni di luce e contrasti in positivo/negativo tra le opere di “body”, che individuano nella figura umana, in primissimo piano, l’interprete dello spazio circostante. E se l’ambiente è attore protagonista nella sezione “landscape”, lo stesso non si può dire di “portraits” in cui tende a sparire a favore di giochi di specchi e figure che si profilano grazie ad una sommatoria di immagini.


Da non trascurare anche i segmenti che raccolgono i video e le installazioni. Si tratta di un piccolo universo popolato di opere di immediatezza, di fruizione, ma che abbisognano, però, di grande attenzione, sia per i temi trattati ed il modo in cui essi vengono affrontati, sia per il loro esito estetico-artistico, grazie alla proposta di opere tanto differenti dal punto di vista delle scelte cromatiche, fotografiche e realizzative che sanno, però, evidenziare senza dubbi la medesima maternità.

Alcune di esse ripropongono volti e spazi già visti, ma ripensati e declinati ad un altro linguaggio. “Mi capita spesso di chiudere in un cassetto, di mettere in disparte le mie creature”, racconta Daniela Perego “mi capita poi, alla stessa maniera, di riscoprirle a distanza di tempo, di riuscire a capire perché le avevo abbandonate, e così di ripensarle e presentarle. Sì, spesso mi ci vuole del tempo per creare in modo soddisfacente, per dare forma concreta alle opere che vedo nel mio cuore”.

Così come è successo per le opere presentate alla collettiva intitolata Osservazione della natura in stato di quiete, accolta nei locali del museo Marino Marini di via S. Pancrazio a Firenze. “I lavori che propongo sono in realtà fotografie scattate qualche tempo fa e messe da parte. Il risultato ottenuto era lontano dall’obiettivo che mi ero proposta: quelle a stampa non erano le immagini attraverso cui avrei desiderato comunicare”.



“Quando le ho ritrovate ho cercato di capire cosa mancasse in loro, che cosa potesse completarle. Durante la fase di studio ho deciso di intervenire manualmente sulle immagini laddove trovavo che difettassero: dalle correzioni apportate, senza volerlo, sono nate opere nuove, che mescolano più tecniche e più linguaggi figurativi”.

Già… perché l’arte ha il grande dono di saper ospitare e raccogliere più discipline, di farle dialogare fra loro. Di creare sinergie e magie.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 3 ottobre 2012

sabato 4 agosto 2012

Lei e l'Arte... fuori dall'invisibile

Inizia una nuova avventura

Dove per invisibile si intende quella stanza abitata dall’arte femminile, rimasta chiusa ai più per troppo tempo, caduta nel silenzio, oscurata. Una zona d’ombra su cui è ora di far luce. L’arte delle donne è un mondo ingiustamente trascurato, da sempre, tanto dai testi scolastici quanto dalla tradizione culturale. Eppure l’arte è (anche) donna… eccome!

Certo, è innegabile il ruolo di primo piano ricoperto dalla figura femminile nelle opere di ogni tempo e nella storia dell’arte che di questa stessa figura si è ampiamente nutrita: da musa ispiratrice a modella, è stata attrice e diva indiscussa, ma mai protagonista principale. Alla donna artista non sono stati riservati ruoli di primo piano, né grandi spazi celebrativi.

A questo punto, credo, sia giunto il momento di tirar fuori dall’armadio quest’arte messa sotto naftalina, di rispolverare le vecchie opere che il tempo e l’incuria hanno voluto dimenticare, di dar voce ai nuovi codici ed alle forme sempre nuove che essi assumono. Non solo per parlare di qualcosa di nuovo ma anche, e soprattutto, per parlarne in modo nuovo.

Foto da http://www.streetartfever.com/

Ecco che cosa si propone di diventare questa rubrica: un appuntamento, un’occasione per incontrare ed esplorare l’universo delle donne d’arte che vivono, si esprimono e comunicano per mezzo di questo idioma espressivo. Diverrà un percorso emozionale che, tracciando profili e ritratti di artiste di ieri e di oggi, indagherà le loro passioni ed i loro turbamenti, per scoprire e riscoprirne la forma e la sostanza attraverso uno strumento d’eccellenza quale è l’arte.

Per sottrarre all’invisibile un mondo di creazioni e talenti. Un mondo che abita le pagine di un libro scritto a più mani, curato da Maria Antonietta Trasforini, dal titolo “Donne d'arte: storie e generazioni” edizioni Meltemi, che nasce dallo studio e dagli sguardi di dieci donne studiose d’arte.

Un’arte al femminile che, a questo punto, non ci rimane che incontrare. Facciamolo il prossimo 22 settembre alle ore 19.00 presso gli spazi espositivi di UpLoad Art Project di via del Suffragio n.24, che per due giorni ospiteranno la fotoinstallazione della fiorentina Daniela Perego intitolata Nove mesi.

Un evento organizzato da PROMART – Libera Associazione per la promozione delle Art di Trento in collaborazione con l’associazione RENCUREME di Moena (TN), un’opportunità per conoscere l’artista, che sarà presente, e partecipare alla trasformazione progressiva dell’installazione stessa, che vive di continue sottrazioni e sostituzioni. Sarà infatti possibile acquistare un pezzo dell’opera (dieci immagini da scegliere, staccare e farsi autografare) versando un contributo che sarà interamente devoluto alla ricerca per la cura dell’Alzheimer.

Da non dimenticare, infine, l’ottava Giornata del Contemporaneo prevista per sabato 06 ottobre 2012, dedicata all’arte contemporanea ed al suo pubblico, promossa da AMACI, l’Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani. Tra le iniziative dei musei trentini che hanno aderito, di cui è possibile trovare il programma sul sito www.amaci.org, è da segnalare la proposta di MAG, il Museo Alto Garda, che organizza laboratori creativi per bambini e visite guidate gratuite per tutti.

Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce Del Trentino il 04 agosto 2012

mercoledì 1 agosto 2012

Quando nasce un blog

A volte è un'idea che nasce dal caso, altre volte  è il caso che ti conduce all'idea.  

Questo blog nasce per raccogliere tutte quelle parole che, se lasciate libere, rischiano di volar via e perdersi.  

Questo blog è un guscio che protegge tutti quei momenti d'arte che il passare del tempo finisce per coprire con la polvere.  

Questo blog ospiterà alcuni degli articoli che ho già scritto e pubblicato e darà una casa a tutto quel che ancora c'è da scrivere. 

Potrebbe diventare tante cose e quindi questo blog... sarà quel che sarà.


Foto e testo Emanuela Macrì