"Cosa resterà di questi anni Ottanta?" Ve lo state ancora chiedendo (come faceva Raf nella sua canzone di qualche anno fa)? Permettimi l'azzardo di una risposta: il mondo di Laurina Paperina, l’artista roveretana che, con quegli anni, pare abbia un rapporto
per destino, non solo perché ci è nata, ma perché li ha respirati a fondo,
perché a pane ed anni ’80 ci è cresciuta. Attenzione però non si tratta di arte
prodotta in quel decennio, ma di un’arte che di quella cultura ne è il
prodotto.
Il sogno della Pape bambina? Diventare uno dei Cavalieri dello
Zodiaco (noto cartoon anni ’80 tratto da una serie di anime e manga
giapponesi). E magari un futuro da fumettista. Di diventare un’artista no, non
l’aveva davvero pensato. Perché i suoi occhi, allora, confondevano la figura
del pittore con quella del paesaggista, in una sovrapposizione di ruoli senza
soluzione di continuità.
Saranno poi gli anni all’istituto d’arte ad aprirle un mondo
nuovo, con lo studio della storia dell’arte e delle molteplici forme che la
stessa può assumere. Da lì la presa di coscienza di come il suo background
fatto di serie televisive d’oltreoceano e film splatter potesse sposare la
pittura e convivere con questa in uno stile che ora può dirsi definito. Ecco un tema interessante! Lo stile di Laurina, che io davvero non
riesco a riassumere in poche parole. Così colgo l’occasione per aggirare
l’ostacolo chiedendo a lei di chiarirmi la idee (anche perché, da parte mia e
per quanto possibile, cerco di evitare il terreno insidioso dei generi).
“C’è chi mi definisce una (neo) Pop artist. Chi, invece, mi
accosta al movimento Lowbrow (corrente artistica degli anni ’70 californiani,
che cerca di sintetizzare la cultura e l’arte che nasce dalla strada strizzando
l’occhio al mondo del comics underground) cosa che, devo confessare, non mi
piace, non fosse altro perché un suo corrispondente italiano non è mai
esistito!”.
Come nel gioco dell’oca (tanto per rimanere in tema di pennuti) siamo di nuovo al punto di partenza. Poco male. In sostanza, Laurina Paperina è un’artista ironica, con venature caustiche, che si definisce un frullatore. In effetti dai suoi coloratissimi dipinti è evidente come, passato sotto il suo abile pennello, ogni essere, animato o meno, ne esca radicalmente trasformato.
Il suo creato è un universo di personaggi fantastici e reali, di
ieri e di oggi, mostri colorati, hamburgers umanizzati, supereroi e personaggi
famosi. Sì ci sono anche loro, perché Laurina non ha certo paura di scomodare
le celebrità ed i miti di ogni tempo: tra i tanti ci sono i Beatles e Michael
Jackson, c’è Andy Wahrol, Sarah Lucas e Donald Baechler, Mickey Mouse e Wonder
Woman, spesso stravolti nel loro aspetto fisico e magari vittime di umane
atrocità. O peggio, del sarcasmo della Paperina.
Se Batman e Robin si abbandonano ad un bacio appassionato e Osama
Bin Laden prende la forma di un Uniposca (il celebre pennarello prodotto, non a
caso, dalla Osama), la Pantera Rosa tenta di strangolare Jeff Koons mentre
Freddie Mercury ha sgozzato la Regina! Coraggiosa la Pape, senza dubbio. Capace
di giocare con asprezza anche sulla (con?) la morte. Ed io, che l’argomento lo
evito con reverenziale timore, mi chiedo perché lei, invece, ci dialoghi così spesso.
“La nostra frequentazione è una scoperta recente, che potremmo
descrivere quale effetto collaterale di un’operazione di selezione di lavori
recenti e non. Tornando su gran parte della mia produzione l’ho notata … No non
mi ero mai accorta di quanto fosse presente nella mia arte”.
Un rapporto non cercato, il loro, ma prolifico. Tutta colpa della
signora Fletcher (nota ai più come innegabile porta – jella), che apparendo in
un’opera, ha poi ispirato, tra le altre, anche “How to kill the artists”, la
serie animata centrata sulla morte di alcuni personaggi celebri, alcuni per
mano delle proprie creature artistiche, come Jean Michel Basquiat, altri per
improbabili incidenti, come Maurizio Cattelan, altri ancora sopraffatti da vizi
indomabili, come Pablo Picasso.
Che sia un modo per burlarla? “Preferisco pensare ad una sorta di
involontaria selezione naturale gestita. Devo aver pensato che, uccidendo i più
grandi, avrei avuto maggiori chance per emergere come artista”. E detta così,
con il sorriso sulle labbra, ti senti anche di assolverla! Tanto più che, non
ha risparmiato dalla morte nemmeno sé stessa, come testimonia la serie “How to
kill Laurina Paperina”.
Attenzione però: la Pape art non si riduce certo ad un manipolo di
morti ammazzati e glorie del passato fatte a pezzi. Nei suoi sgargiantissimi
disegni c’è molto di più. C’è ad esempio un uso sapiente e prepotente del
colore, che per lei è un’esigenza d’espressione, e non cieca obbedienza alla
tecnica. Eppure il suo sogno nel cassetto sarebbe realizzare opere in bianco e
nero: lei ci prova “ma poi vedo i pennarelli, gli smalti colorati … è
un’attrazione che non riesco a vincere … E soccombo, irrimediabilmente, a tutto
ciò che brilla e luccica”.
Una volta, però c’è riuscita, realizzando in due mesi un’opera
molto dettagliata di 2 x 1,5 mt. Ma non nega la forte tentazione di inserire
del colore “che ne so magari un giallino fosforescente … tanto per dare un
tono!” In questo senso anche le installazioni che ha realizzato con i neon, non
sono nate per seguire una moda del momento ma da una precisa scelta estetica e
cromatica, per la luminosità e la carica potente dei loro colori. Insomma il
colore, nella Paperina, c’è, al di là della forma e del linguaggio espressivo
che di volta in volta decide di usare.
E se qualcuno si è permesso, nel tempo, di affermare che “solo di
disegnini”, è chiaro che ha parlato ignorando tanto il percorso artistico e
l’evoluzione dello stile, quanto la tecnica usata “eseguo direttamente il
disegno, non ci sono schizzi, nessun tratto a matita ma direttamente penna o
pennarello”. Mica cosa da dilettanti…
La sua è una grande sicurezza che sottende, per forza, una decisa
abilità “è un modus imparato tanti anni fa, alle scuole superiori, quando un
professore (supplente) ci chiedeva di tralasciare lo schizzo. Da lì ho preso
l’abitudine di pensare ed agire, disegnare senza ripensamenti”. Immediatezza e
velocità d’esecuzione, che sono diventate anche una necessità “perché le idee
magari nascono veloci ed io cerco di tenere il passo, di realizzarle sul
momento”.
Una rapidità che ci fa capire bene la preferenza accordata alla
pittura rispetto alla scultura, che ha conosciuto e praticato negli anni
dell’accademia (sebbene minimizzi parlando di semplice “assemblaggio di oggetti
di scarto”) ma accantonato perché “presuppone più fasi realizzative. Troppe
attese che faticherei ad affrontare … sono troppo poco paziente per questo!”.
Infatti, quella scultorea è un’attività che prevede una sequenza fatta di
realizzazione e tempi di consolidamento non adatti, certo, alla furia artistica
della Paperina. “Ma non è un addio! Diciamo che per ora ci guardiamo da
lontano. Potremmo anche rincontrarci, un giorno o l’altro”. Già… il problema è:
dove?
In giro per l’Italia, per le strade del vecchio continente, o
magari negli Stati Uniti, tutti luoghi dove la vulcanica roveretana ha lavorato
ed esposto. “Recentemente ho visitato San Francisco (fa la modesta ma si
trovava lì per l’inaugurazione di una mostra personale, la sua, mica
chiacchiere!). Il viaggio è un elemento fondamentale della mia arte, perché
consente di confrontarsi con il mondo anche, e soprattutto, con quello dei non
addetti ai lavori”.
Ed è una storia di viaggi, anzi di vere e proprie migrazioni,
quella che mi racconta. I protagonisti sono, manco a dirlo, i suoi personaggi,
mentre lo scenario che li accoglie è quello di alcune fotografie (rigorosamente
rubate al Pape–fidanzato, peraltro consenziente). Una colonizzazione in piena
regola, il cui risultato, beh… ve lo lascio scoprire da soli. Non senza, però,
darvi un prezioso indizio: www.laurinapaperina.com
In fondo, forse, ha giocato anche il destino: tornando alla
canzone di Raf, lui stesso rispondeva alla domanda indicando in “una
fotografia” quel che rimane degli anni Ottanta.
Chiudo la porta dello Zio Pork Studio (… e la scelta del nome
testimonia tutta la trentinità DOC della “bambina americana”) portando con me
il segreto della sua ubicazione. Capitemi, sarebbe come rivelare la posizione
geografica della Bat Caverna: non lo posso proprio fare!
Emanuela Macrì
pubblicato su La Voce del Trentino il 04 dicembre 2012
