Se concordiamo con la tesi
secondo cui l'arte è espressione di sé, allora non possiamo non parlare di Niki
de Saint Phalle, artista pittrice, scultrice e regista cinematografica, nizzarda di
nascita (classe 1930) ma cresciuta negli Stati Uniti d'America, cittadina del
mondo per scelta, artista per destino. Una giovanissima sposa e madre che
conosce troppo presto l'amarezza del dolore, del tormento dell'anima, del buio
della vita, in un'esperienza durissima che supera grazie alla pittura, l'unica
porta che la conduce fuori dalla sofferenza che la tortura.
È un'arte che la de Saint
Phalle fa esplodere, nel vero senso della parola quando, appena trentenne
stupisce con performance dal vivo intitolate Shooting Paintings in cui, a colpi di carabina, fa
saltare in aria alcune tavole in gesso che celano, sul retro, sacchetti di
colore a tempera. Un modo, questo, che sembra riassumere l'esperienza vissuta:
un fragore nell'anima che, anziché ucciderla, aveva liberato i colori che
tratteneva.
Siamo
nei primissimi anni Sessanta. Grazie al successo di queste esibizioni, Niki
inizia a frequentare il gruppo dei Nouveaux Rèalistes, il movimento artistico
europeo a maggioranza franco – italiana (spesso descritto come il corrispettivo
europeo del New Dada d'oltreoceano) che, per creare, si avvale dell'uso di
oggetti del quotidiano quale chiave di critica verso un mondo sempre più
consumistico, ricco di materie inanimate e di umane individualità, donando loro
nuovo significato senza intervenire sul significante.
È qui che ritrova lo scultore
svizzero conosciuto qualche anno prima. Nasce un nuovo amore ed ha inizio un rapporto
che non sarà solo una promessa nuziale ma anche, e soprattutto, una fruttuosa e
continuativa collaborazione artistica.
Nel 1966, sempre insieme, accetteranno
l'invito del direttore del museo Moderna Museet di Stoccolma, Pontus Hulten, a
confezionare quella che diverrà, per imposta volontà di Niki, la famosa Hon
(che in svedese significa LEI), una gigantesca donna incinta, distesa sul dorso
con le gambe disgiunte e leggermente flesse, in una posa che simula l'atto del
partorire. Si tratta di un'opera visitabile ma temporanea, destinata a durare
solo tre mesi, ricordando in questo gli apparati effimeri medievali, creati per
celebrare eventi e poi distrutti.
Ma qui di antico c'è ben poco,
se non il legame con la madre generatrice di vita, che si fa esperienza
artistica fruibile attraverso un percorso a ritroso, una simbolica nascita al
contrario: l'ingresso per i visitatori, per questo, viene fatto coincidere con
il sesso della gigantesca scultura. Rinascere nell'arte tornando all'arte.
Ad
attendere all'interno i visitatori (che dall'apertura alla distruzione
dell'opera saranno più di centoventimila), vi è un tragitto composto da
molteplici esperienze espressive: dalla piccola pinacoteca di falsi d'autore,
all'esperimento della radio – scultura, si può godere dello spettacolo del
cinema o di quello di una terrazza panoramica che domina dal pancione della Hon,
prendere un caffè o visitare il planetario. Tutto senza mai uscire dalla Grande
Madre che accoglie e sembra coccolare i suoi figli d'arte.
Hon è un'opera che entra a
pieno titolo nella serie a cui la stessa de Saint Phalle darà nome Nanas,
sculture di grandi dimensioni che percorrono profili e corpi femminili generosi
nelle forme e coloratissimi nelle decorazioni epidermiche. Una copiosa
produzione di esemplari che trovano il loro habitat nel mondo, come cita il
titolo di dell'opera permanente ad Hannover, le Nanas conquistano le città.
Ma, credo, sarebbe più corretto
dire che è Niki de Saint Phalle a conquistare il mondo, dalla Germania alla
Terra Santa, da Parigi a San Diego la sua produzione, così come le sue
collaborazioni, sono inarrestabili. Perché quell'arte da terapeutica è divenuta
una linfa vitale.
E lavorerà anche in Italia,
dove il suo passaggio è tutt'ora visibile e godibile grazie al Giardino
dei Tarocchi, là dove arte e natura si sposano, sulle colline
vicino al borgo di Capalbio, nella
piccola frazione di Garavicchio, terra di confine tra Toscana e Lazio. Un
lavoro iniziato alla fine degli anni '70 per il quale si avvarrà dell'aiuto non
solo del marito Jean, ma anche di una nutrita squadra di artisti ed operatori,
che troverà compimento alla fine degli anni '90.
Un
viaggio tra i 22 Arcani maggiori dei tarocchi, rielaborati e proposti
dall'artista sotto forma di enormi costruzioni, alcune abitabili, altre
corredate da meccanismi semoventi che, lungi dall'inquietare attraggono il
fruitore in un mondo caleidoscopico fatto di mattonelle smaltate dai colori
vivissimi e da superfici a specchio. Un luogo magico che, aldilà
dell'evocazione esoterica, sa incantare e sedurre. Il risultato è una passeggiata
in un parco che, se siete nei dintorni, non potete perdere. È tornare a
guardare attraverso occhi bambini, perdendosi nei riflessi e nei colori.
Perché qui è possibile visitare
una piccola chiesetta con le pareti tappezzate di specchi, accolta nel ventre
della Temperanza, oppure scrutare la linea dell'orizzonte dalla terrazza
colorata preminentemente di blu elettrico, ricavata sul tetto dell'Imperatrice,
che regala un affaccio sul mare toscano. Si può rimanere incantati da un
cortile interno all'arcano dell'Imperatore, che rimanda ad un gusto tutto
mediterraneo o ritrovarsi a leggere i testi scritti sulle mattonelle che
ricoprono l'Appeso.
Un parco, un giardino colorato
ed animato, un luogo fuori dal contesto che lo ospita, da cui si stacca
nettamente, come testimonia la costruzione del muro di cinta che lo abbraccia e
lo protegge. L'unica apertura concessa è l'edificio adibito a biglietteria, che
permette l'ingresso e l'uscita dei visitatori, disegnato da Mario
Botta.
Una
storia di collaborazioni importanti, quella con l'architetto ticinese, che
porterà all'apertura di un museo a Basilea dedicato all'arte di Tinguely,
scomparso nel 1991, ed alla realizzazione di un'importante opera a Gerusalemme,
L'Arca di Noè,
disegnata da Botta e popolata dalle enormi creature policrome della de Saint
Phalle.
Consigliatissima una capatina all'incantato
borgo medievale di Capalbio che ospita, tra l'altro, il laboratorio di un
artista locale (ma conosciuto anche oltreoceano) che lavora in una torre
duecentesca e crea coloratissime opere dal gusto davvero originale: il suo nome
è Dedò e
la visita è irrinunciabile!
Emanuela
Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino l'08 novembre 2012