venerdì 9 novembre 2012

L'Arte a tutto tondo. Niki de Saint Phalle

Se concordiamo con la tesi secondo cui l'arte è espressione di sé, allora non possiamo non parlare di Niki de Saint Phalle, artista pittrice, scultrice e regista cinematografica, nizzarda di nascita (classe 1930) ma cresciuta negli Stati Uniti d'America, cittadina del mondo per scelta, artista per destino. Una giovanissima sposa e madre che conosce troppo presto l'amarezza del dolore, del tormento dell'anima, del buio della vita, in un'esperienza durissima che supera grazie alla pittura, l'unica porta che la conduce fuori dalla sofferenza che la tortura. 

È un'arte che la de Saint Phalle fa esplodere, nel vero senso della parola quando, appena trentenne stupisce con performance dal vivo intitolate Shooting Paintings in cui, a colpi di carabina, fa saltare in aria alcune tavole in gesso che celano, sul retro, sacchetti di colore a tempera. Un modo, questo, che sembra riassumere l'esperienza vissuta: un fragore nell'anima che, anziché ucciderla, aveva liberato i colori che tratteneva.

Siamo nei primissimi anni Sessanta. Grazie al successo di queste esibizioni, Niki inizia a frequentare il gruppo dei Nouveaux Rèalistes, il movimento artistico europeo a maggioranza franco – italiana (spesso descritto come il corrispettivo europeo del New Dada d'oltreoceano) che, per creare, si avvale dell'uso di oggetti del quotidiano quale chiave di critica verso un mondo sempre più consumistico, ricco di materie inanimate e di umane individualità, donando loro nuovo significato senza intervenire sul significante.


È qui che ritrova lo scultore svizzero  conosciuto qualche anno prima. Nasce un nuovo amore ed ha inizio un rapporto che non sarà solo una promessa nuziale ma anche, e soprattutto, una fruttuosa e continuativa collaborazione artistica.

Nel 1966, sempre insieme, accetteranno l'invito del direttore del museo Moderna Museet di Stoccolma, Pontus Hulten, a confezionare quella che diverrà, per imposta volontà di Niki, la famosa Hon (che in svedese significa LEI), una gigantesca donna incinta, distesa sul dorso con le gambe disgiunte e leggermente flesse, in una posa che simula l'atto del partorire. Si tratta di un'opera visitabile ma temporanea, destinata a durare solo tre mesi, ricordando in questo gli apparati effimeri medievali, creati per celebrare eventi e poi distrutti.

Ma qui di antico c'è ben poco, se non il legame con la madre generatrice di vita, che si fa esperienza artistica fruibile attraverso un percorso a ritroso, una simbolica nascita al contrario: l'ingresso per i visitatori, per questo, viene fatto coincidere con il sesso della gigantesca scultura. Rinascere nell'arte tornando all'arte.

Ad attendere all'interno i visitatori (che dall'apertura alla distruzione dell'opera saranno più di centoventimila), vi è un tragitto composto da molteplici esperienze espressive: dalla piccola pinacoteca di falsi d'autore, all'esperimento della radio – scultura, si può godere dello spettacolo del cinema o di quello di una terrazza panoramica che domina dal pancione della Hon, prendere un caffè o visitare il planetario. Tutto senza mai uscire dalla Grande Madre che accoglie e sembra coccolare i suoi figli d'arte.


Hon è un'opera che entra a pieno titolo nella serie a cui la stessa de Saint Phalle darà nome Nanas, sculture di grandi dimensioni che percorrono profili e corpi femminili generosi nelle forme e coloratissimi nelle decorazioni epidermiche. Una copiosa produzione di esemplari che trovano il loro habitat nel mondo, come cita il titolo di dell'opera permanente ad Hannover, le Nanas conquistano le città.

Ma, credo, sarebbe più corretto dire che è Niki de Saint Phalle a conquistare il mondo, dalla Germania alla Terra Santa, da Parigi a San Diego la sua produzione, così come le sue collaborazioni, sono inarrestabili. Perché quell'arte da terapeutica è divenuta una linfa vitale.

E lavorerà anche in Italia, dove il suo passaggio è tutt'ora visibile e godibile grazie al Giardino dei Tarocchi, là dove arte e natura si sposano, sulle colline vicino al borgo di Capalbio, nella piccola frazione di Garavicchio, terra di confine tra Toscana e Lazio. Un lavoro iniziato alla fine degli anni '70 per il quale si avvarrà dell'aiuto non solo del marito Jean, ma anche di una nutrita squadra di artisti ed operatori, che troverà compimento alla fine degli anni '90.

Un viaggio tra i 22 Arcani maggiori dei tarocchi, rielaborati e proposti dall'artista sotto forma di enormi costruzioni, alcune abitabili, altre corredate da meccanismi semoventi che, lungi dall'inquietare attraggono il fruitore in un mondo caleidoscopico fatto di mattonelle smaltate dai colori vivissimi e da superfici a specchio. Un luogo magico che, aldilà dell'evocazione esoterica, sa incantare e sedurre. Il risultato è una passeggiata in un parco che, se siete nei dintorni, non potete perdere. È tornare a guardare attraverso occhi bambini, perdendosi nei riflessi e nei colori.


Perché qui è possibile visitare una piccola chiesetta con le pareti tappezzate di specchi, accolta nel ventre della Temperanza, oppure scrutare la linea dell'orizzonte dalla terrazza colorata preminentemente di blu elettrico, ricavata sul tetto dell'Imperatrice, che regala un affaccio sul mare toscano. Si può rimanere incantati da un cortile interno all'arcano dell'Imperatore, che rimanda ad un gusto tutto mediterraneo o ritrovarsi a leggere i testi scritti sulle mattonelle che ricoprono l'Appeso.

Un parco, un giardino colorato ed animato, un luogo fuori dal contesto che lo ospita, da cui si stacca nettamente, come testimonia la costruzione del muro di cinta che lo abbraccia e lo protegge. L'unica apertura concessa è l'edificio adibito a biglietteria, che permette l'ingresso e l'uscita dei visitatori, disegnato da Mario Botta.

Una storia di collaborazioni importanti, quella con l'architetto ticinese, che porterà all'apertura di un museo a Basilea dedicato all'arte di Tinguely, scomparso nel 1991, ed alla realizzazione di un'importante opera a Gerusalemme, L'Arca di Noè, disegnata da Botta e popolata dalle enormi creature policrome della de Saint Phalle.


Consigliatissima una capatina all'incantato borgo medievale di Capalbio che ospita, tra l'altro, il laboratorio di un artista locale (ma conosciuto anche oltreoceano) che lavora in una torre duecentesca e crea coloratissime opere dal gusto davvero originale: il suo nome è Dedò e la visita è irrinunciabile!

Emanuela Macrì



Pubblicato su La Voce del Trentino l'08 novembre 2012