martedì 4 dicembre 2012

Il tratto ironico e deciso dell'Arte: Laurina Paperina

"Cosa resterà di questi anni Ottanta?" Ve lo state ancora chiedendo (come faceva Raf nella sua canzone di qualche anno fa)? Permettimi l'azzardo di una risposta: il mondo di Laurina Paperina, l’artista roveretana che, con quegli anni, pare abbia un rapporto per destino, non solo perché ci è nata, ma perché li ha respirati a fondo, perché a pane ed anni ’80 ci è cresciuta. Attenzione però non si tratta di arte prodotta in quel decennio, ma di un’arte che di quella cultura ne è il prodotto.

Il sogno della Pape bambina? Diventare uno dei Cavalieri dello Zodiaco (noto cartoon anni ’80 tratto da una serie di anime e manga giapponesi). E magari un futuro da fumettista. Di diventare un’artista no, non l’aveva davvero pensato. Perché i suoi occhi, allora, confondevano la figura del pittore con quella del paesaggista, in una sovrapposizione di ruoli senza soluzione di continuità.

Saranno poi gli anni all’istituto d’arte ad aprirle un mondo nuovo, con lo studio della storia dell’arte e delle molteplici forme che la stessa può assumere. Da lì la presa di coscienza di come il suo background fatto di serie televisive d’oltreoceano e film splatter potesse sposare la pittura e convivere con questa in uno stile che ora può dirsi definito. Ecco un tema interessante! Lo stile di Laurina, che io davvero non riesco a riassumere in poche parole. Così colgo l’occasione per aggirare l’ostacolo chiedendo a lei di chiarirmi la idee (anche perché, da parte mia e per quanto possibile, cerco di evitare il terreno insidioso dei generi).
“C’è chi mi definisce una (neo) Pop artist. Chi, invece, mi accosta al movimento Lowbrow (corrente artistica degli anni ’70 californiani, che cerca di sintetizzare la cultura e l’arte che nasce dalla strada strizzando l’occhio al mondo del comics underground) cosa che, devo confessare, non mi piace, non fosse altro perché un suo corrispondente italiano non è mai esistito!”.


Come nel gioco dell’oca (tanto per rimanere in tema di pennuti) siamo di nuovo al punto di partenza. Poco male. In sostanza, Laurina Paperina è un’artista ironica, con venature caustiche, che si definisce un frullatore. In effetti dai suoi coloratissimi dipinti è evidente come, passato sotto il suo abile pennello, ogni essere, animato o meno, ne esca radicalmente trasformato.

Il suo creato è un universo di personaggi fantastici e reali, di ieri e di oggi, mostri colorati, hamburgers umanizzati, supereroi e personaggi famosi. Sì ci sono anche loro, perché Laurina non ha certo paura di scomodare le celebrità ed i miti di ogni tempo: tra i tanti ci sono i Beatles e Michael Jackson, c’è Andy Wahrol, Sarah Lucas e Donald Baechler, Mickey Mouse e Wonder Woman, spesso stravolti nel loro aspetto fisico e magari vittime di umane atrocità. O peggio, del sarcasmo della Paperina.

Se Batman e Robin si abbandonano ad un bacio appassionato e Osama Bin Laden prende la forma di un Uniposca (il celebre pennarello prodotto, non a caso, dalla Osama), la Pantera Rosa tenta di strangolare Jeff Koons mentre Freddie Mercury ha sgozzato la Regina! Coraggiosa la Pape, senza dubbio. Capace di giocare con asprezza anche sulla (con?) la morte. Ed io, che l’argomento lo evito con reverenziale timore, mi chiedo perché lei, invece, ci dialoghi così spesso.

“La nostra frequentazione è una scoperta recente, che potremmo descrivere quale effetto collaterale di un’operazione di selezione di lavori recenti e non. Tornando su gran parte della mia produzione l’ho notata … No non mi ero mai accorta di quanto fosse presente nella mia arte”.

Un rapporto non cercato, il loro, ma prolifico. Tutta colpa della signora Fletcher (nota ai più come innegabile porta – jella), che apparendo in un’opera, ha poi ispirato, tra le altre, anche “How to kill the artists”, la serie animata centrata sulla morte di alcuni personaggi celebri, alcuni per mano delle proprie creature artistiche, come Jean Michel Basquiat, altri per improbabili incidenti, come Maurizio Cattelan, altri ancora sopraffatti da vizi indomabili, come Pablo Picasso.

Che sia un modo per burlarla? “Preferisco pensare ad una sorta di involontaria selezione naturale gestita. Devo aver pensato che, uccidendo i più grandi, avrei avuto maggiori chance per emergere come artista”. E detta così, con il sorriso sulle labbra, ti senti anche di assolverla! Tanto più che, non ha risparmiato dalla morte nemmeno sé stessa, come testimonia la serie “How to kill Laurina Paperina”.


Attenzione però: la Pape art non si riduce certo ad un manipolo di morti ammazzati e glorie del passato fatte a pezzi. Nei suoi sgargiantissimi disegni c’è molto di più. C’è ad esempio un uso sapiente e prepotente del colore, che per lei è un’esigenza d’espressione, e non cieca obbedienza alla tecnica. Eppure il suo sogno nel cassetto sarebbe realizzare opere in bianco e nero: lei ci prova “ma poi vedo i pennarelli, gli smalti colorati … è un’attrazione che non riesco a vincere … E soccombo, irrimediabilmente, a tutto ciò che brilla e luccica”.

Una volta, però c’è riuscita, realizzando in due mesi un’opera molto dettagliata di 2 x 1,5 mt. Ma non nega la forte tentazione di inserire del colore “che ne so magari un giallino fosforescente … tanto per dare un tono!” In questo senso anche le installazioni che ha realizzato con i neon, non sono nate per seguire una moda del momento ma da una precisa scelta estetica e cromatica, per la luminosità e la carica potente dei loro colori. Insomma il colore, nella Paperina, c’è, al di là della forma e del linguaggio espressivo che di volta in volta decide di usare.

E se qualcuno si è permesso, nel tempo, di affermare che “solo di disegnini”, è chiaro che ha parlato ignorando tanto il percorso artistico e l’evoluzione dello stile, quanto la tecnica usata “eseguo direttamente il disegno, non ci sono schizzi, nessun tratto a matita ma direttamente penna o pennarello”. Mica cosa da dilettanti…

La sua è una grande sicurezza che sottende, per forza, una decisa abilità “è un modus imparato tanti anni fa, alle scuole superiori, quando un professore (supplente) ci chiedeva di tralasciare lo schizzo. Da lì ho preso l’abitudine di pensare ed agire, disegnare senza ripensamenti”. Immediatezza e velocità d’esecuzione, che sono diventate anche una necessità “perché le idee magari nascono veloci ed io cerco di tenere il passo, di realizzarle sul momento”.

Una rapidità che ci fa capire bene la preferenza accordata alla pittura rispetto alla scultura, che ha conosciuto e praticato negli anni dell’accademia (sebbene minimizzi parlando di semplice “assemblaggio di oggetti di scarto”) ma accantonato perché “presuppone più fasi realizzative. Troppe attese che faticherei ad affrontare … sono troppo poco paziente per questo!”. Infatti, quella scultorea è un’attività che prevede una sequenza fatta di realizzazione e tempi di consolidamento non adatti, certo, alla furia artistica della Paperina. “Ma non è un addio! Diciamo che per ora ci guardiamo da lontano. Potremmo anche rincontrarci, un giorno o l’altro”. Già… il problema è: dove?


In giro per l’Italia, per le strade del vecchio continente, o magari negli Stati Uniti, tutti luoghi dove la vulcanica roveretana ha lavorato ed esposto. “Recentemente ho visitato San Francisco (fa la modesta ma si trovava lì per l’inaugurazione di una mostra personale, la sua, mica chiacchiere!). Il viaggio è un elemento fondamentale della mia arte, perché consente di confrontarsi con il mondo anche, e soprattutto, con quello dei non addetti ai lavori”.

Ed è una storia di viaggi, anzi di vere e proprie migrazioni, quella che mi racconta. I protagonisti sono, manco a dirlo, i suoi personaggi, mentre lo scenario che li accoglie è quello di alcune fotografie (rigorosamente rubate al Pape–fidanzato, peraltro consenziente). Una colonizzazione in piena regola, il cui risultato, beh… ve lo lascio scoprire da soli. Non senza, però, darvi un prezioso indizio: www.laurinapaperina.com

In fondo, forse, ha giocato anche il destino: tornando alla canzone di Raf, lui stesso rispondeva alla domanda indicando in “una fotografia” quel che rimane degli anni Ottanta.

Chiudo la porta dello Zio Pork Studio (… e la scelta del nome testimonia tutta la trentinità DOC della “bambina americana”) portando con me il segreto della sua ubicazione. Capitemi, sarebbe come rivelare la posizione geografica della Bat Caverna: non lo posso proprio fare!

Emanuela Macrì

pubblicato su La Voce del Trentino il 04 dicembre 2012