lunedì 25 marzo 2013

Gli amanti passeggeri. La verità di Almodovar da prendere al volo

Se il personale di bordo del volo 2549 della compagnia aerea Peninsula può esser definito pittoresco, il suo parco passeggeri non è certo da meno. E se al frizzante equipaggio si aggiunge un guasto tecnico dovuto alla trascuratezza del personale di terra, il risultato non può che essere un viaggio trasformato dalla disperata necessità di trovare un aeroporto in grado di accogliere un atterraggio d’emergenza.

Pedro Almodovar esplora l’umana società contemporanea trovandole casa nel genere della commedia ed alloggiandola per qualche ora a bordo di un aereo che, nelle mani sapienti del regista e sceneggiatore spagnolo, prende la forma di un microcosmo colorato al cui interno si riproducono, in scala ridotta, vizi e virtù del mondo che si intravvede appena sotto le nuvole.

Quello volante è un universo diviso tra, un’anestetizzata classe turistica, che viaggia chimicamente sedata ed avvolta nel buio, ed un’esuberante business - class animata da curiosi ed apparentemente impettiti personaggi. Il racconto, poi, è farcito di situazioni al limite, non nuove a chi ben conosce il cinema del cineasta castigliano e che ritrova in questo film, grazie ad un portfolio antropologico di personaggi dalla sovraccaricata caratterizzazione.


Quella che scorre fotogramma dopo fotogramma è una sfilata di modelli umani, poco conformi alla norma della morale ma che, anziché scandalizzare, riesce nell’intento di coinvolgere lo spettatore in un vortice empatico fatto di emozioni solidali, arrivando a comunicare tutta la propria, fragile ed oscura individualità.

Il volo diviene, poco a poco, una sorta di confessionale dove i passeggeri ed il personale viaggiante si spogliano dei loro ingombranti fardelli e fanno conti con la vita, mettendola a nudo, forse la prima volta.

Un po’ perché un difetto tecnologico lo impone, (l’unico telefono di bordo funzionante trasmette le chiamate verso Terra in stereofonia) un po’ perché la paura di morire fa ripensare al vissuto e fa ammettere gli errori commessi. Gli amanti passeggeri, quindi, è una storia di verità. Di umana e denudata verità.


Un film in cui le persone smettono i panni del personaggio per aprirsi alla realtà, per smettere di “vivere vicino all’abisso”. E sarà per quella atmosfera coloratissima da rivista patinata anni ’60, ottenuta grazie ad un uso senza sbavature della fotografia ed una serie di primissimi piani, che rende confortevole la visione, o per quell’alternarsi morbido di confidenze e gossip che strizza l’occhio all’incapacità di mantenere i segreti, che alla fine non si può non simpatizzare per questa allegra combriccola, con tutte le sue disperate imperfezioni (e chiudere un occhio su alcune scene che il montatore avrebbe potuto comodamente tagliare).

Bello, esagerato, con tanto Almodovar dentro. Questo è un film consigliato agli stomaci forti con un basso tasso di perbenismo e a tutte le persone convinte che, per pescare nel torbido, sia necessario frequentare i peggiori bar di Caracas!


Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce Del Trentino il 24 marzo 2013

domenica 10 marzo 2013

Il piatto forte del potere. La cuoca del Presidente

Hortence Laborie (Catherine Frot) vive nella campagna francese, dove gestisce un agriturismo, fino a quando un’improvvisa ed inaspettata assunzione la trasporta, di tutta fretta, a Parigi. Quel che l’aspetta nella capitale è un impiego di tutto rilievo: a chiedere la sua collaborazione è il Presidente della Repubblica, che la vuole a palazzo in qualità di chef personale.

Donna caparbia e capace si trova ad operare in un mondo chiuso. L’Eliseo, infatti, si presenta ai suoi occhi come un luogo ostile, maschile e maschilista, in cui la cucina personale presidenziale è in costante lotta con quella che si occupa di confezionare i pasti per il personale impiegatizio, denominata “generale”.

La cuoca del Presidente, è un film asciutto ma per nulla sgradevole: scevro di orpelli stilistici, si pone come obbiettivo quello di raccontare, trovando nel recupero analettico un mezzo stilistico efficace. L’alternanza di lunghi flashback, tra il presente in Antartide ed un trascorso nel cuore del potere francese, è il veicolo che permette di esprimere l’ingombro di un passato che, con il proprio vissuto, ha disegnato e dato forma all’oggi di Hortence.


Il merito del regista francese Christian Vincent è quello di giocare con un racconto lineare, senza picchi narrativi, riuscendo a non scadere nella noia. Potentemente oggettiva, la macchina da presa non è intenzionata ad indagare i sentimenti dei personaggi ma a svolgere la missione di pura testimone, che racconta una storia (vera) senza intervenire. Senza pizzi e né merletti.

Senza cedere alla rabbia al cospetto degli snervanti giochi di potere che si consumano anche nelle stanze dei fornelli, e senza esagerare nel sottolineare i momenti di culinaria intimità.

Ma se il punto debole è facilmente individuabile nell’improbabile figura del Presidente, la vera forza di questo film sta nella carrellata delle delizie gastronomiche, abilmente ritratte in primissimo piano, che propone. Delizie per l’anima che ingolosiscono e pacificano. Il contraltare perfetto di un mondo avvelenato da insane competizioni e ingiustificate lotte fra esseri umani.

Da vedere con un’accortezza: prima di recarvi al cinema, prenotate una cenetta sopraffina, perché uscirete dalla sala proiezioni affamati ed esigenti!

Emanuela Macrì 


Pubblicato su La Voce del Trentino il 27 gennaio 2015 

domenica 3 marzo 2013

La filosofia al potere: Viva la libertà

Tanto reale quanto fiabesco, con punte che sconfinano nella veggenza. Questo è Viva la libertà il nuovo film di Roberto Andò, uscito nelle sale il 14 febbraio. È la storia di Enrico Oliveri (Toni Servillo), il segretario del maggiore partito di centro sinistra e dell’opposizione.

La popolarità del leader viene messa in discussione sia dai sondaggi, che fotografano una caduta libera dei consensi, sia dai compagni del partito, che scrutano la situazione con malcelata diffidenza. Il protagonista è un politico opaco ed un uomo stanco. Inaspettatamente, e nel momento meno opportuno, decide di concedersi una vacanza dal tutto che lo sta soffocando, una pausa che gli permetta di respirare e stare lontano da quel mondo che lo respinge.


All’improvvisa e solitaria partenza, il suo fedele collaboratore Andrea Bottini (Valerio Mastandrea) cerca di porre rimedio trovando come unica, e altamente rischiosa, soluzione la temporanea sostituzione del segretario con il fratello gemello Giovanni, un docente di filosofia riabilitato dopo anni di ospedale psichiatrico, che vive nell’ombra della periferia e dimenticato da tutti scrive libri nascondendosi dietro uno pseudonimo.

Si profila un fallimento? A questa domanda Roberto Andò risponde cucinando un film godibile e sobrio, dimostrando grande abilità nel dosare ed amalgamare fra loro il beffardo ed il drammatico, mentre apparecchia una tavola già imbandita per un impeccabile finale.

Viva la libertà è una storia di occasioni, per tutti. L’opportunità per Giovanni di dare ai suoi pensieri la forma di parole ascoltate. La possibilità per Enrico di vivere nell’anonimato e scoprire il gusto del vivere. L’opportunità per Andrea di abbattere tutte le barriere mentali che lo ingrigiscono.

È una pellicola che accoglie la bipolarità del mondo in cui viviamo per riassumerla con una regia che indugia sui volti e sui piedi delle persone, i due capi estremi di un’umanità di cui racconta i contrasti: la spossatezza del politico contro e l’ironia del (valutato) folle, lo stupore dei colleghi di partito di fronte alla nuova linea contro il cinismo di chi trama alle spalle, lo sgomento che si trasforma in sorriso per chi ha il coraggio di osare e di credere in qualcuno.


Un gioco di contrapposizioni che trova espressione anche nella sintassi della fotografia, grazie ad un’alternanza di scene illuminate da vivide luci ad altre girate in ottundenti penombre. La forza di questo film, quindi, non risiede solo in ciò che racconta, ma anche nel modo in cui lo fa. È un film pieno di espressività, di volti e mani che parlano, di occhi che indagano, piedi e passi che comunicano.

Andò dirige magistralmente un’orchestra di attori capaci e credibili. Non solo Toni Servillo, cui viene affidato il doppio ruolo di Enrico/Giovanni, ma anche Valerio Mastandrea, Michela Cescon e Anna Bonaiuto confermano la grande attitudine della nutrita (e spesso sottostimata) schiera di cavalli di razza che il cinema italiano può vantare.

Da vedere per: assaporare la politica che vorremmo e scoprire che la passione può essere la chiave per liberarci dalla paura.

Emanuela Macrì  


Pubblicato su La Voce Del Trentino il 02 marzo 2013