Se il personale di bordo del volo 2549 della compagnia aerea
Peninsula può esser definito pittoresco, il suo parco passeggeri non è certo da
meno. E se al frizzante equipaggio si aggiunge un guasto tecnico dovuto alla
trascuratezza del personale di terra, il risultato non può che essere un
viaggio trasformato dalla disperata necessità di trovare un aeroporto in grado
di accogliere un atterraggio d’emergenza.
Pedro Almodovar esplora l’umana società contemporanea trovandole casa
nel genere della commedia ed alloggiandola per qualche ora a bordo di un aereo
che, nelle mani sapienti del regista e sceneggiatore spagnolo, prende la forma
di un microcosmo colorato al cui interno si riproducono, in scala ridotta, vizi
e virtù del mondo che si intravvede appena sotto le nuvole.
Quello volante è un universo diviso tra, un’anestetizzata classe
turistica, che viaggia chimicamente sedata ed avvolta nel buio, ed
un’esuberante business - class
animata da curiosi ed apparentemente impettiti personaggi. Il racconto, poi, è
farcito di situazioni al limite, non nuove a chi ben conosce il cinema del
cineasta castigliano e che ritrova in questo film, grazie ad un portfolio
antropologico di personaggi dalla sovraccaricata caratterizzazione.
Quella che scorre fotogramma dopo fotogramma è una sfilata di
modelli umani, poco conformi alla norma della morale ma che, anziché
scandalizzare, riesce nell’intento di coinvolgere lo spettatore in un vortice
empatico fatto di emozioni solidali, arrivando a comunicare tutta la propria,
fragile ed oscura individualità.
Il volo diviene, poco a poco, una sorta di confessionale dove i passeggeri ed il personale viaggiante si spogliano dei loro ingombranti
fardelli e fanno conti con la vita, mettendola a nudo, forse la prima volta.
Un po’ perché un difetto tecnologico lo impone, (l’unico telefono
di bordo funzionante trasmette le chiamate verso Terra in stereofonia) un po’
perché la paura di morire fa ripensare al vissuto e fa ammettere gli errori
commessi. Gli amanti passeggeri, quindi, è una storia di verità. Di umana e
denudata verità.
Un film in cui le persone smettono i panni del personaggio per
aprirsi alla realtà, per smettere di “vivere vicino all’abisso”. E sarà per
quella atmosfera coloratissima da rivista patinata anni ’60, ottenuta grazie ad
un uso senza sbavature della fotografia ed una serie di primissimi piani, che
rende confortevole la visione, o per quell’alternarsi morbido di confidenze e
gossip che strizza l’occhio all’incapacità di mantenere i segreti, che alla
fine non si può non simpatizzare per questa allegra combriccola, con tutte le
sue disperate imperfezioni (e chiudere un occhio su alcune scene che il
montatore avrebbe potuto comodamente tagliare).
Bello, esagerato, con tanto Almodovar dentro. Questo è un film
consigliato agli stomaci forti con un basso tasso di perbenismo e a tutte le
persone convinte che, per pescare nel torbido, sia necessario frequentare i
peggiori bar di Caracas!
Emanuela
Macrì
Pubblicato su La Voce Del Trentino il 24 marzo 2013




