Tanto reale quanto fiabesco, con punte che sconfinano
nella veggenza. Questo è Viva la libertà
il nuovo film di Roberto Andò, uscito nelle sale il 14 febbraio. È la storia di
Enrico Oliveri (Toni Servillo), il segretario del maggiore partito di centro
sinistra e dell’opposizione.
La popolarità del leader viene messa in discussione
sia dai sondaggi, che fotografano una caduta libera dei consensi, sia dai
compagni del partito, che scrutano la situazione con malcelata diffidenza. Il
protagonista è un politico opaco ed un uomo stanco. Inaspettatamente, e nel
momento meno opportuno, decide di concedersi una vacanza dal tutto che lo sta
soffocando, una pausa che gli permetta di respirare e stare lontano da quel
mondo che lo respinge.
All’improvvisa e solitaria partenza, il suo fedele
collaboratore Andrea Bottini (Valerio Mastandrea) cerca di porre rimedio trovando
come unica, e altamente rischiosa, soluzione la temporanea sostituzione del
segretario con il fratello gemello Giovanni, un docente di filosofia
riabilitato dopo anni di ospedale psichiatrico, che vive nell’ombra della
periferia e dimenticato da tutti scrive libri nascondendosi dietro uno
pseudonimo.
Si profila un fallimento? A questa domanda Roberto
Andò risponde cucinando un film godibile e sobrio, dimostrando grande abilità
nel dosare ed amalgamare fra loro il beffardo ed il drammatico, mentre apparecchia
una tavola già imbandita per un impeccabile finale.
Viva la libertà è una storia di occasioni, per tutti. L’opportunità
per Giovanni di dare ai suoi pensieri la forma di parole ascoltate. La
possibilità per Enrico di vivere nell’anonimato e scoprire il gusto del vivere. L’opportunità per Andrea
di abbattere tutte le barriere mentali che lo ingrigiscono.
È una pellicola che accoglie la bipolarità del mondo
in cui viviamo per riassumerla con una regia che indugia sui volti e sui piedi
delle persone, i due capi estremi di un’umanità di cui racconta i contrasti: la
spossatezza del politico contro e l’ironia del (valutato) folle, lo stupore dei
colleghi di partito di fronte alla nuova linea contro il cinismo di chi trama
alle spalle, lo sgomento che si trasforma in sorriso per chi ha il coraggio di
osare e di credere in qualcuno.
Un gioco di contrapposizioni che trova espressione
anche nella sintassi della fotografia, grazie ad un’alternanza di scene
illuminate da vivide luci ad altre girate in ottundenti penombre. La forza di
questo film, quindi, non risiede solo in ciò che racconta, ma anche nel modo in
cui lo fa. È un film pieno di espressività, di volti e mani che parlano, di
occhi che indagano, piedi e passi che comunicano.
Andò dirige magistralmente un’orchestra di attori
capaci e credibili. Non solo Toni Servillo, cui viene affidato il doppio ruolo
di Enrico/Giovanni, ma anche Valerio Mastandrea, Michela Cescon e Anna Bonaiuto
confermano la grande attitudine della nutrita (e spesso sottostimata) schiera
di cavalli di razza che il cinema italiano può vantare.
Da vedere per: assaporare la politica che vorremmo e
scoprire che la passione può essere la chiave per liberarci dalla paura.
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce Del Trentino il 02 marzo 2013

