martedì 25 giugno 2013

La rivincita di Pollicino. Dream Team

Di stelle cadute, il cielo del grande calcio, ne ha conosciute, e non poche. Non sempre la discesa dal vorticoso carrozzone mediatico/calcistico è un atterraggio morbido e non tutti, nel nuovo ruolo di ex, si trovano a proprio agio. Perché se c'è chi in qualche modo riesce a reinventarsi, per qualcun altro l'uscita dai campi di gioco si rivela essere l'ingresso in un incubo.

Ne sa qualcosa Patrick Orbèra, ieri celebratissima star del pallone, oggi alcoolista senza un impiego, separato dalla moglie e dalla vita. A salvarlo sarà l'amore per la piccola Luoise, quella figlia che ormai è l'unico motivo per cui vivere. Per poterle stare accanto, però, dovrà dimostrare di non essere quell'uomo violento conosciuto dalla legge in quanto tale.

La possibilità di riscatto arriva da un'isola della Bretagna, il cui unico sostentamento è una fabbrica conserviera a rischio chiusura. Per evitare la serrata e così il fallimento di un' intera comunità, la squadra locale si allena per entrare nelle fasi preliminari della Coppa di Francia. I proventi di un'eventuale riuscita dell'impresa riuscirebbero a salvare baracca e burattini.

Una sfida che l'ormai opaca stella Orbèra accetta a malincuore. E se la rosa di giocatori a disposizione non fa lo ben sperare, ci penserà il ripescaggio di altre vecchie glorie finite nel dimenticatoio, o in galera, a ridare fiducia e un tocco di pazzia. Una squadra improbabile per un obiettivo impossibile.


Commedia divertente, intelligentemente ironica e con una dosata vena grottesca. A sfilare in scarpini e calzoncini per risollevare le sorti di una squadra votata al fallimento, gli sceneggiatori Philippe e Marc de Chauveron chiamano un parco personaggi perfetto e formidabile, calato in una saporita realtà di confine che diviene, per tutti, terra di resurrezione e disintossicazione da ogni male.

Certo la vita sull'isola non è facile. Così come non è facile accettare di giocare su un campo con le margherite e di festeggiare la vittoria, di una squadra di serie C, mangiando crepes. Dopo una vita passata sotto i riflettori importanti del grande football, la frase sconsolata del portiere Marandella "mi sento come il Che ad una riunione sindacale" fotografa alla perfezione lo stato d'animo della sgarruppata truppa.

Ma c'è un tempo per rifarsi. Per scrollarsi via la delusione e capire quanto, una motivazione, possa essere più forte di un insperato miracolo. Che peraltro, non avverrà. Perché sarà una scommessa con il destino a raddrizzare vite dal percorso in discesa.

Dream Team è un film che punta molto sui contenuti, affrontati con lo smagliante sorriso dei giorni migliori, e mette in secondo piano gli artifici registici (Olivier Dahan) di cui, però, non fa a meno. Bellissima la scena iniziale che vede il vincente Orbèra lasciare il campo tra l'ovazione del pubblico e l'abbraccio dei compagni per infilare il tunnel, sempre più buio e deserto, della vita. Così come convincono le dissolvenze incrociate che riassumono in pochi minuti la partita della vita, lasciando alla musica il compito di evocare emozioni sudate e sogni da realizzare.

Da vedere per: "dare uno schiaffo morale al calcio euromilionario" come ben sottolinea la battuta di uno dei giocatori. E per farlo con una risata!

Emanuela Macrì 


mercoledì 19 giugno 2013

Il fondamentalista riluttante

Oggi è un docente nella nativa Lahore. Ieri era un promettente analista finanziario nella sfolgorante New York. La vita di Changez, come quella di molti altri e forse di tutti noi, ha deviato improvvisamente il suo corso, instradandosi su un percorso impensato ed impensabile, un martedì di settembre del 2001. Quel martedì che ha cambiato visioni e progetti, che ci ha cambiato la vita.

Giovane ambizioso dalla promettente carriera, dotato di una fine intelligenza mescolata ad una raffinata anima galante, viveva la sua vita da emigrato a due velocità. Spietato professionista in un mercato del lavoro che inizia la sua involuzione, ma allo stesso tempo amante appassionato e sincero, innamorato della sua compagna e della sua famiglia d’origine.

Poi però accade l’inimmaginabile e gli occhi che guardano il mondo non sono più gli stessi. Le Twin Towers, crollando, coprono di polvere e lacrime una città e migliaia di vite che, da quel preciso momento, subiranno decisi e dolorosi cambiamenti. La città cosmopolita sembra accartocciarsi su se stessa. Quel che ne rimane è il sogno che fu e l’incubo che sarà.


 

Per tutti è l’alba di una nuova esistenza che Mira Nair, regista indiana residente a New York, ha conosciuto da vicino. Lei che trionfava alla 58a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Monsoon Wedding solo tre giorni prima di quel martedì. Lei che due anni più tardi tornerà a Venezia con il film collettivo 11'09"01 - September 11, raccontando una storia simile a quella di questo suo ultimo film.

Ne Il fondamentalista riluttante Changez (Riz Ahmed), il protagonista, racconta al giornalista statunitense Bobby la sua storia, con la preghiera di non essere interrotto mentre parla della nuova realtà in cui si è trovato, catapultato. Una nuova vita che gli presenta un conto salato per colpe che non ha, in cui perde il suo amore e la sua identità di uomo.
In cui si vede cucire addosso i panni del nemico, solo perché le sue radici affondano in quell’Oriente che ha perso il fascino delle Mille ed una notte, ed acquisito la maschera di covo e fucina dell’odio e del fondamentalismo.

Ad insaporire un piatto già ricco di per sé, ci penserà anche una sceneggiatura (Ami Boghani, Mohsin Hamid, William Wheeler) che dal drammatico osa sconfinare nella spy storie senza perdere di vista, però, il tema dominante.

Ed una buona fotografia (Declan Quinn) che, dai colori sbiaditi della periferia scalcinata di Lahore, trova nel viraggio alle tinte sgargianti della luccicante New York, un abile espediente che permette, all’occhio dello spettatore, di posizionare geograficamente la narrazione senza il bisogno di, spesso antipatiche, scritte in sovraimpressione.


Foto fonte web

Un film che ci riporta al tempo in cui la scuola del sospetto contava ancora pochi alunni, e la multiculturalità sembrava la chiave per il futuro che oggi non riusciamo più nemmeno ad intravvedere. Una pellicola che in poco più di due ore ci trasporta attraverso il dolore di esistenze umiliate e sopraffate dalla Storia senza puntare il dito e tracciare confini tra torti e ragioni.

In cui la felice scelta di soffocare il rumore della violenza con le note della musica sacra, non riesce a riscattare la nota stonata della scelta di un titolo poco aggraziato e per nulla accattivante. Per una volta avremmo apprezzato l’opera dei fantasiosi traduttori e titolisti.


Da vedere per apprezzare la possibilità offerta dal cinema di guardare attraverso gli occhi dell’altro una storia che conosciamo fin troppo bene, ma spesso ci arriva filtrata in modo unilaterale. E per gustare un finale che veicola un messaggio importante.

Emanuela Macrì 

lunedì 3 giugno 2013

Epic. Il mondo segreto, in una favola green

Si aspettava di tutto Mary Katherine dalla vita. Tranne che suo padre avesse ragione. Già quel padre che, succube della sua dolce follia, si è lasciato sfuggire dalle mani tutto quel che aveva, dal lavoro all'amore di sua moglie. Quel che resta di quella vita è, oggi, una figlia adolescente che tenta di risvegliare da un sogno questo suo genitore forse troppo bambino.

Ci penserà poi il caso, o il destino, a dimostrare a M.K. che "anche se una cosa non la vedi, questo non significa che non ci sia", catapultando la giovanissima protagonista in quel mondo parallelo e miniaturizzato, fatato e meraviglioso ma costantemente minacciato. Quel mondo divenuto, per il suo papà, un'ossessione.

La scelta del titolo, Epic, si rifà a quella generazione di guerrieri che, vestiti di foglie e petali a cavallo di coloratissimi colibrì, si ergono a difesa della natura contro la forza distruttiva del male, ma anche a quell'insieme di personaggi dall'aria leggendaria calati in un'atmosfera vagamente arturiana, in cui il fantastico ed il terreno si mescolano e si completano. Il sottotitolo Il mondo segreto, invece, non ha bisogno di spiegazioni.


E se quell'universo che sfila sotto la lente d'ingrandimento non pare raccontare nulla di nuovo con la sua tragica e manichea divisione interna, lo stesso non si può dire per le emozioni che sa suscitare questo film d'animazione dall'anima eco - friendly, capace di veicolare con tanta efficacia il messaggio green.

Chris Wedge, abile regista già vincitore di un Oscar qualche anno fa, sa catturare il suo pubblico lasciando ad una dolce ragazza in leggins ed anfibi, il ruolo di tramite fra due mondi estranei. Ma anche e soprattutto, è notevole la scelta di lasciare ad un mondo parallelo l'onere di raccontare le sofferenze del nostro pianeta, dove la natura e l'ambiente combattono quotidianamente per non soccombere alla devastazione dell'inquinamento e di una, poco ragionevole, condotta di vita (dis)umana.

Una pellicola che colpisce piacevolmente anche per la maestria nel concedere ad uno strampalato millepiedi la carica di Custode della storia del (micro)popolo dei Leafmen, che nonostante la goffaggine e la scanzonata voglia di baldoria, è depositario del sapere e della tradizione della sua gente. Una popolazione di fiori umanizzati e di animali parlanti, di uomini in scala ridotta ma dall'alto valore morale, che incarnano lo spirito solidale del gruppo e lottano uniti per salvare l'ambiente che li circonda.

Da vedere. Anche per scoprire che "volare è bello. Ma così è di gran classe!"

Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce del Trentino il 2 giugno 2013