Oggi è un docente nella nativa
Lahore. Ieri era un promettente analista finanziario nella sfolgorante New
York. La vita di Changez, come quella di molti altri e forse di tutti noi, ha
deviato improvvisamente il suo corso, instradandosi su un percorso impensato ed
impensabile, un martedì di settembre del 2001. Quel martedì che ha cambiato
visioni e progetti, che ci ha cambiato la vita.
Giovane ambizioso dalla
promettente carriera, dotato di una fine intelligenza mescolata ad una
raffinata anima galante, viveva la sua vita da emigrato a due velocità.
Spietato professionista in un mercato del lavoro che inizia la sua involuzione,
ma allo stesso tempo amante appassionato e sincero, innamorato della sua
compagna e della sua famiglia d’origine.
Poi però accade l’inimmaginabile
e gli occhi che guardano il mondo non sono più gli stessi. Le Twin Towers,
crollando, coprono di polvere e lacrime una città e migliaia di vite che, da
quel preciso momento, subiranno decisi e dolorosi cambiamenti. La città
cosmopolita sembra accartocciarsi su se stessa. Quel che ne rimane è il sogno
che fu e l’incubo che sarà.
Per tutti è l’alba di una nuova
esistenza che Mira Nair, regista indiana residente a New York, ha conosciuto da
vicino. Lei che trionfava alla 58a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Monsoon
Wedding solo tre giorni prima di quel martedì. Lei che due anni più
tardi tornerà a Venezia con il film collettivo 11'09"01 - September 11, raccontando una storia simile a
quella di questo suo ultimo film.
Ne Il fondamentalista riluttante
Changez (Riz Ahmed), il protagonista, racconta al giornalista statunitense
Bobby la sua storia, con la preghiera di non essere interrotto mentre parla
della nuova realtà in cui si è trovato, catapultato. Una nuova vita che gli presenta
un conto salato per colpe che non ha, in cui perde il suo amore e la sua
identità di uomo.
In cui si vede cucire addosso i
panni del nemico, solo perché le sue radici affondano in quell’Oriente che ha
perso il fascino delle Mille ed una notte, ed acquisito la maschera di covo e
fucina dell’odio e del fondamentalismo.
Ad insaporire un piatto già
ricco di per sé, ci penserà anche una sceneggiatura (Ami Boghani, Mohsin Hamid,
William Wheeler) che dal drammatico osa sconfinare nella spy storie senza perdere
di vista, però, il tema dominante.
Ed una buona fotografia (Declan
Quinn) che, dai colori sbiaditi della periferia scalcinata di Lahore, trova nel
viraggio alle tinte sgargianti della luccicante New York, un abile espediente
che permette, all’occhio dello spettatore, di posizionare geograficamente la
narrazione senza il bisogno di, spesso antipatiche, scritte in
sovraimpressione.
Un film che ci riporta al tempo in cui la scuola del sospetto contava ancora pochi alunni, e la multiculturalità sembrava la chiave per il futuro che oggi non riusciamo più nemmeno ad intravvedere. Una pellicola che in poco più di due ore ci trasporta attraverso il dolore di esistenze umiliate e sopraffate dalla Storia senza puntare il dito e tracciare confini tra torti e ragioni.
In cui la felice scelta di
soffocare il rumore della violenza con le note della musica sacra, non riesce a
riscattare la nota stonata della scelta di un titolo poco aggraziato e per
nulla accattivante. Per una volta avremmo apprezzato l’opera dei fantasiosi
traduttori e titolisti.
Da vedere per apprezzare la
possibilità offerta dal cinema di guardare attraverso gli occhi dell’altro una
storia che conosciamo fin troppo bene, ma spesso ci arriva filtrata in modo
unilaterale. E per gustare un finale che veicola un messaggio importante.
Emanuela
Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino
il 18 giugno 2013 http://lavocedeltrentino.it/index.php/cineworld/7714-cineworld-il-fondamentalista-riluttante-mai-fidarsi-delle-apparenze-e-nemmeno-dei-pregiudizi-2

