mercoledì 19 giugno 2013

Il fondamentalista riluttante

Oggi è un docente nella nativa Lahore. Ieri era un promettente analista finanziario nella sfolgorante New York. La vita di Changez, come quella di molti altri e forse di tutti noi, ha deviato improvvisamente il suo corso, instradandosi su un percorso impensato ed impensabile, un martedì di settembre del 2001. Quel martedì che ha cambiato visioni e progetti, che ci ha cambiato la vita.

Giovane ambizioso dalla promettente carriera, dotato di una fine intelligenza mescolata ad una raffinata anima galante, viveva la sua vita da emigrato a due velocità. Spietato professionista in un mercato del lavoro che inizia la sua involuzione, ma allo stesso tempo amante appassionato e sincero, innamorato della sua compagna e della sua famiglia d’origine.

Poi però accade l’inimmaginabile e gli occhi che guardano il mondo non sono più gli stessi. Le Twin Towers, crollando, coprono di polvere e lacrime una città e migliaia di vite che, da quel preciso momento, subiranno decisi e dolorosi cambiamenti. La città cosmopolita sembra accartocciarsi su se stessa. Quel che ne rimane è il sogno che fu e l’incubo che sarà.


 

Per tutti è l’alba di una nuova esistenza che Mira Nair, regista indiana residente a New York, ha conosciuto da vicino. Lei che trionfava alla 58a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Monsoon Wedding solo tre giorni prima di quel martedì. Lei che due anni più tardi tornerà a Venezia con il film collettivo 11'09"01 - September 11, raccontando una storia simile a quella di questo suo ultimo film.

Ne Il fondamentalista riluttante Changez (Riz Ahmed), il protagonista, racconta al giornalista statunitense Bobby la sua storia, con la preghiera di non essere interrotto mentre parla della nuova realtà in cui si è trovato, catapultato. Una nuova vita che gli presenta un conto salato per colpe che non ha, in cui perde il suo amore e la sua identità di uomo.
In cui si vede cucire addosso i panni del nemico, solo perché le sue radici affondano in quell’Oriente che ha perso il fascino delle Mille ed una notte, ed acquisito la maschera di covo e fucina dell’odio e del fondamentalismo.

Ad insaporire un piatto già ricco di per sé, ci penserà anche una sceneggiatura (Ami Boghani, Mohsin Hamid, William Wheeler) che dal drammatico osa sconfinare nella spy storie senza perdere di vista, però, il tema dominante.

Ed una buona fotografia (Declan Quinn) che, dai colori sbiaditi della periferia scalcinata di Lahore, trova nel viraggio alle tinte sgargianti della luccicante New York, un abile espediente che permette, all’occhio dello spettatore, di posizionare geograficamente la narrazione senza il bisogno di, spesso antipatiche, scritte in sovraimpressione.


Foto fonte web

Un film che ci riporta al tempo in cui la scuola del sospetto contava ancora pochi alunni, e la multiculturalità sembrava la chiave per il futuro che oggi non riusciamo più nemmeno ad intravvedere. Una pellicola che in poco più di due ore ci trasporta attraverso il dolore di esistenze umiliate e sopraffate dalla Storia senza puntare il dito e tracciare confini tra torti e ragioni.

In cui la felice scelta di soffocare il rumore della violenza con le note della musica sacra, non riesce a riscattare la nota stonata della scelta di un titolo poco aggraziato e per nulla accattivante. Per una volta avremmo apprezzato l’opera dei fantasiosi traduttori e titolisti.


Da vedere per apprezzare la possibilità offerta dal cinema di guardare attraverso gli occhi dell’altro una storia che conosciamo fin troppo bene, ma spesso ci arriva filtrata in modo unilaterale. E per gustare un finale che veicola un messaggio importante.

Emanuela Macrì