C’è chi la chiama sorte, chi fato, chi disegno divino.
Non importa come deciderete di battezzarlo, perché in ogni caso non sarete voi
a scegliere … anche perché il caso è capace di tutto! Questo, almeno,
sembra pensare Eric (Lannick Gautry), invitato al matrimonio della
sua ex fidanzata, da cui si congeda con un ultimo (?) quarto d’ora d’amore. Al
termine si ritrova tra le mani i cartellini segnaposto, disordinati, del tavolo
che dividerà con altri sette bizzarri invitati e che è stato il palco
dell’ultimo atto della sua storia con Marie (Louise Monot).
L’assegnazione dei posti a tavola si rivelerà un gioco
di destini e fatalità, in cui le combinazioni di volta in volta pensate saranno
motore di storie dall’esito diverso. E non sempre scontato. In realtà, l’ex
fidanzato belloccio dallo sguardo tenero, tiene tra le dita i destini dei suoi
commensali, che sfilano davanti ai suoi, e nostri, in anteprima, nei tre
episodi che compongono la pellicola.
Non si tratta di flashback che mostrano un passato che
ritorna alla mente, ma circostanze, probabili ed immaginate, di un ipotetico e
parallelo presente, che in un turbine di sguardi, tradimenti, lacrime e
ripensamenti miscela matrimoni in crisi, storie che sbocciano e situazioni al
limite. I personaggi, ad ogni giro di giostra, si confrontano con il volto
che il destino mostra loro, cercando di mantenere la propria
identità, mentre la vita li travolge.
Se sposti un posto a tavola è il debutto sul grande schermo della regista francese Christelle
Raynal, che confeziona un prodotto onesto, in linea con il genere in cui si
accomoda e con il cinema francese. È una commedia sobria, con
qualche goccia osè che non stona, fresca ma non effervescente, delicata ma con
qualche sbavatura.
Imperfetta, come gli amori catturati nelle
inquadrature, forse scolastiche, ma non scialbe, e condite con alcune trovate
che danno un tocco di charme: l’uso dello split screen per narrare un incontro
fra due sconosciuti ed il suo riuso per avvolgere il loro ritrovarsi. Così come
delicata, e coerente con il tema, è la scelta di accompagnare i titoli di testa
ad un volo, immaginario, tra le pagine di un album nuziale in stile scrapbooking.
Tono su tono la fotografia, armoniosa nel suo virare
ad una gamma di colori cream impeccabili, eleganti e garbati. Il ritmo è
scorrevole, grazie ad un montaggio non invadente anche se pesa, in alcuni
passaggi, la scelta di rinunciare ai movimenti di macchina. Ma non
dimentichiamoci che è un’opera prima ed alcune finezze stilistiche possono
essere acquisite con il tempo e dopo qualche chilometro di pellicola.
Peccato che una parte della critica si dedichi a
considerare la scarsa novità del plot anziché valutare il prodotto finito e si
adoperi con tanto zelo a cercare tutti i precedenti enumerabili nella storia
del cinema, con un esercizio tanto inutile quanto deprimente. In un’ipotetica
classifica dei reati da pellicola, la riproposizione del tema appare un crimine
minore, sempre che lo sia.
Da vedere perché: non annoia e strappa più di un
sorriso. È intonato ad certo disimpegno estivo e ci ricorda che “a tutto c’è
rimedio, anche nel compromesso”. Rinuncia al moralismo e si chiede
“le cose accadono per caso?”. Secondo voi?
Emanuela Macrì
Pubblicato su la Voce del Trentino il 29 luglio 2013

