lunedì 29 luglio 2013

Se sposti un posto a tavola. Destini sulla giostra della vita

C’è chi la chiama sorte, chi fato, chi disegno divino. Non importa come deciderete di battezzarlo, perché in ogni caso non sarete voi a scegliere … anche perché il caso è capace di tutto! Questo, almeno, sembra pensare Eric (Lannick Gautry), invitato al matrimonio della sua ex fidanzata, da cui si congeda con un ultimo (?) quarto d’ora d’amore. Al termine si ritrova tra le mani i cartellini segnaposto, disordinati, del tavolo che dividerà con altri sette bizzarri invitati e che è stato il palco dell’ultimo atto della sua storia con Marie (Louise Monot).

L’assegnazione dei posti a tavola si rivelerà un gioco di destini e fatalità, in cui le combinazioni di volta in volta pensate saranno motore di storie dall’esito diverso. E non sempre scontato. In realtà, l’ex fidanzato belloccio dallo sguardo tenero, tiene tra le dita i destini dei suoi commensali, che sfilano davanti ai suoi, e nostri, in anteprima, nei tre episodi che compongono la pellicola.

Non si tratta di flashback che mostrano un passato che ritorna alla mente, ma circostanze, probabili ed immaginate, di un ipotetico e parallelo presente, che in un turbine di sguardi, tradimenti, lacrime e ripensamenti miscela matrimoni in crisi, storie che sbocciano e situazioni al limite. I personaggi, ad ogni giro di giostra, si confrontano con il volto che il destino mostra loro, cercando di mantenere la propria identità, mentre la vita li travolge.

Se sposti un posto a tavola è il debutto sul grande schermo della regista francese Christelle Raynal, che confeziona un prodotto onesto, in linea con il genere in cui si accomoda e con il cinema francese. È una commedia sobria, con qualche goccia osè che non stona, fresca ma non effervescente, delicata ma con qualche sbavatura.


Imperfetta, come gli amori catturati nelle inquadrature, forse scolastiche, ma non scialbe, e condite con alcune trovate che danno un tocco di charme: l’uso dello split screen per narrare un incontro fra due sconosciuti ed il suo riuso per avvolgere il loro ritrovarsi. Così come delicata, e coerente con il tema, è la scelta di accompagnare i titoli di testa ad un volo, immaginario, tra le pagine di un album nuziale in stile scrapbooking. 

Tono su tono la fotografia, armoniosa nel suo virare ad una gamma di colori cream impeccabili, eleganti e garbati. Il ritmo è scorrevole, grazie ad un montaggio non invadente anche se pesa, in alcuni passaggi, la scelta di rinunciare ai movimenti di macchina. Ma non dimentichiamoci che è un’opera prima ed alcune finezze stilistiche possono essere acquisite con il tempo e dopo qualche chilometro di pellicola.  

Peccato che una parte della critica si dedichi a considerare la scarsa novità del plot anziché valutare il prodotto finito e si adoperi con tanto zelo a cercare tutti i precedenti enumerabili nella storia del cinema, con un esercizio tanto inutile quanto deprimente. In un’ipotetica classifica dei reati da pellicola, la riproposizione del tema appare un crimine minore, sempre che lo sia.

Da vedere perché: non annoia e strappa più di un sorriso. È intonato ad certo disimpegno estivo e ci ricorda che “a tutto c’è rimedio, anche nel compromesso”. Rinuncia al moralismo e si chiede “le cose accadono per caso?”. Secondo voi?

Emanuela Macrì  


Pubblicato su la Voce del Trentino il 29 luglio 2013