Difficile individuare il o la protagonista di questo
film: l’amore o forse la vita, l’amicizia o magari la libertà. Tutto questo e
molto altro. Ma non quello scandalo gridato, dopo la presentazione al Sundance
Film Festival 2013, per una storia che, certo, potrebbe suscitare
malumori ed imbarazzi tra i benpensanti ma non ha nulla di davvero immorale.
La scelta dell’argomento da trattare, sì, è
innegabilmente coraggiosa. Il film, infatti, è l’adattamento cinematografico di
un racconto di Doris Dressing, l’autrice inglese Premio Nobel per
la Letteratura nel 2007, che scrive il soggetto del film poi sceneggiato
da Christopher Hampton.
Lil (Naomi
Watts) e Roz (Robin Wright) vivono un’amicizia nata
insieme a loro. Cresciute in una sorta di Eden australiano affacciato sul mare
dai ritmi di vita lontani dalla frenesia urbana, condividono il quotidiano che
le vede diventare donne e madri. E se Lil farà i conti con la prematura
scomparsa del marito, la fine del matrimonio di Roz arriverà dopo molti anni di
vita coniugale.
A rimanere intatto ed inalterato è il
granitico rapporto fra le due donne, capace di resistere all’impatto con
l’inusuale doppio incrocio che le coinvolge insieme ai due figli ventenni Ian (Xavier
Samuel) e Tom (James Frecheville): le due si innamoreranno,
ricambiate, ognuna del figlio dell’altra. Ne
nasce un tandem di passioni inconfessate al mondo che beneficia del riparo da
sguardi indiscreti e chiacchiere malevoli offerto dalla splendida baia poco
antropizzata e piacevolmente battuta dalla brezza dell’oceano su cui si
affacciano le loro abitazioni.
Two Mothers si
presenta così: dedito al “cosa” raccontare piuttosto che al “come” farlo. La
regia di Anne Fontaine, tanto come la fotografia (Christophe
Beaucarne) ed il montaggio (Luc Barnier, Ceinwen Berry), tranne poche
eccezioni, si mostrano essere un abito lieve ed impalpabile, quanto i tessuti
indossati dalle protagoniste, ariosi e senza costrizioni.
Sono corpi in libertà, pronti a prendersi la vita che
vogliono, senza troppe remore, come sono abituati a fare. Sarà il tempo ad
intervenire e mostrare i limiti di rapporti, forse, sbilanciati per età ed
esperienze. E sono anime alla ricerca di un’isola dove vivere senza obblighi
morali da osservare, che nel film prende la forma di una piattaforma in
mezzo all’acqua; una sorta di zona franca dove trovare riposo dopo una nuotata
nelle acque, non sempre limpide, della vita.
Nessuna sconcezza, quindi. E nemmeno l’ombra di quella
tematica semi – incestuosa ventilata che avvolgerebbe come un velo questa
storia. Anche perché non è questo lo scopo del film, come dimostra una
sceneggiatura che non forza sul morbo delle relazioni, come potrebbe, pur non
risparmiando di mostrare una sessualità vissuta in piena coscienza dai suoi
protagonisti.
Uno scandalo? No, almeno per chi scrive,
che non senza malizia scorge un’operazione di marketing pubblicitario studiato
dalla produzione e cavalcato dal distributore italiano. Materia da lezioni di
economia e management che lasciamo, volentieri, fuori dalla sale di un film
piacevole agli occhi.
Da vedere: se si rinuncia e voler leggere nella
pellicola una sorta di inchiesta sulla femminile post 40enne, gioco avvilente
capace di togliere il gusto ad un film sincero che affronta, con sensualità,
una delle probabilità della vita. Senza fronzoli né schiavitù moraleggianti.
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 22 ottobre 2013
