martedì 22 ottobre 2013

L’amore al quadrato. Two Mothers

Difficile individuare il o la protagonista di questo film: l’amore o forse la vita, l’amicizia o magari la libertà. Tutto questo e molto altro. Ma non quello scandalo gridato, dopo la presentazione al Sundance Film Festival 2013, per una storia che, certo, potrebbe suscitare malumori ed imbarazzi tra i benpensanti ma non ha nulla di davvero immorale.

La scelta dell’argomento da trattare, sì, è innegabilmente coraggiosa. Il film, infatti, è l’adattamento cinematografico di un racconto di Doris Dressing, l’autrice inglese Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, che scrive il soggetto del film poi sceneggiato da Christopher Hampton.

Lil (Naomi Watts) e Roz (Robin Wright) vivono un’amicizia nata insieme a loro. Cresciute in una sorta di Eden australiano affacciato sul mare dai ritmi di vita lontani dalla frenesia urbana, condividono il quotidiano che le vede diventare donne e madri. E se Lil farà i conti con la prematura scomparsa del marito, la fine del matrimonio di Roz arriverà dopo molti anni di vita coniugale.

A rimanere intatto ed inalterato è il granitico rapporto fra le due donne, capace di resistere all’impatto con l’inusuale doppio incrocio che le coinvolge insieme ai due figli ventenni Ian (Xavier Samuel) e Tom (James Frecheville): le due si innamoreranno, ricambiate, ognuna del figlio dell’altra. Ne nasce un tandem di passioni inconfessate al mondo che beneficia del riparo da sguardi indiscreti e chiacchiere malevoli offerto dalla splendida baia poco antropizzata e piacevolmente battuta dalla brezza dell’oceano su cui si affacciano le loro abitazioni.


Two Mothers si presenta così: dedito al “cosa” raccontare piuttosto che al “come” farlo. La regia di Anne Fontaine, tanto come la fotografia (Christophe Beaucarne) ed il montaggio (Luc Barnier, Ceinwen Berry), tranne poche eccezioni, si mostrano essere un abito lieve ed impalpabile, quanto i tessuti indossati dalle protagoniste, ariosi e senza costrizioni.

Sono corpi in libertà, pronti a prendersi la vita che vogliono, senza troppe remore, come sono abituati a fare. Sarà il tempo ad intervenire e mostrare i limiti di rapporti, forse, sbilanciati per età ed esperienze. E sono anime alla ricerca di un’isola dove vivere senza obblighi morali da osservare, che nel film prende la forma di una piattaforma in mezzo all’acqua; una sorta di zona franca dove trovare riposo dopo una nuotata nelle acque, non sempre limpide, della vita.

Nessuna sconcezza, quindi. E nemmeno l’ombra di quella tematica semi – incestuosa ventilata che avvolgerebbe come un velo questa storia. Anche perché non è questo lo scopo del film, come dimostra una sceneggiatura che non forza sul morbo delle relazioni, come potrebbe, pur non risparmiando di mostrare una sessualità vissuta in piena coscienza dai suoi protagonisti.

Uno scandalo? No, almeno per chi scrive, che non senza malizia scorge un’operazione di marketing pubblicitario studiato dalla produzione e cavalcato dal distributore italiano. Materia da lezioni di economia e management che lasciamo, volentieri, fuori dalla sale di un film piacevole agli occhi.

Da vedere: se si rinuncia e voler leggere nella pellicola una sorta di inchiesta sulla femminile post 40enne, gioco avvilente capace di togliere il gusto ad un film sincero che affronta, con sensualità, una delle probabilità della vita. Senza fronzoli né schiavitù moraleggianti.


Emanuela Macrì 


Pubblicato su La Voce del Trentino il 22 ottobre 2013