Si torna nel passato, si scende
la scala dei grigi e ci siede sull’ultimo gradino. Quello del bianco e nero.
Lo si fa
con Alexander
Payne in Nebraska, un
film aspro e senza sconti, un po’ come la vita. Il resto è affidato al viaggio
intrapreso da David Grant (Will
Forte) alla ricerca del dialogo con suo padre Woody (Bruce Dern) perso
nel suoi silenzi, sospeso tra senilità e voluto disinteresse per l’altrui
quotidiano.
Un viaggio che riesce, pur
senza volerlo e solo per qualche giorno, a riunire una famiglia sgretolata
negli affetti e che, comunque, non riuscirà nell’impresa di ritrovarsi.
In mezzo al lacerante nulla
esistenziale si stendono sterminate praterie da ammirare attraverso i vetri
dell’auto legate da un filo sottile che unisce mondi distanti. A far da perno
narrativo, nonché giostra emozionale della pellicola, ci sono i rapporti
interpersonali, qualsiasi forma essi abbiano.
E c’è il passato che cerca nel
presente le parole per specchiarsi in un colloquio inconsistente fra
generazioni. C’è un figlio alla ricerca di risposte in mezzo ad una steppa che
divide i suoi genitori; ci sono i ricordi di una vita che si intrecciano e scazzottano
con i problemi e i dolori e il denaro, capace di rimettere tutto in discussione
e di peggiorare ogni situazione, come se ce ne fosse bisogno.
Complice, silenziosa ma non per
questo innocente, la provincia lasciata
tanti anni prima ed oggi teatro di una scrostata realtà di abbandono e
desolazione, dove la crisi economica ed umana la fa da padrona.
Una cittadina che maschera
un’esistenza sempre uguale a sé stessa, fatta di strade deserte spazzate dal
vento e squallidi bar dove il passato non si distingue dal presente in cui ogni
giorno è un triste rito che si perpetua senza scosse.
Un cammino verso un riscatto
improbabile, che appare a tratti impossibile. Quasi quanto il motore
dell’azione del viaggio stesso: la riscossione di una vincita
milionaria ma inesistente, annunciata via lettera all’ormai semi-demente Woody,
incapacità di individuare un inganno pubblicitario dalla realtà.
A colpire è la caustica
disillusione degli anziani nei confronti della vita, pronta a tagliare con la
sua lama affilata ogni tentativo di dolcezza. Non c’è speranza nel presente,
perché è figlio del passato. E per la dolcezza non c’è posto, né tempo da
dedicare. Nulla cambierà e (forse) nemmeno importa.
Nebraska non
è una pellicola sulla tristezza della vita ma una riflessione sulle amarezze,
affrontate con una lucidità che vira al cinismo. Anzi vi sconfina e vi attinge:
persino ritrovare i parenti dopo tanti anni diventa una festa al contrario,
dove gli animi si incendiano lasciando in bocca il gusto ferruginoso delle
antiche divergenze.
Ma certo è un film meraviglioso ancorchè
doloroso. Che amplifica emozioni e le addensa nel formato cinemascope. Una
pioggia di candidature, tanto agli Oscar quanto ai Golden Globes, che rimarranno tali. Ma non fatevi ingannare da questo: è
una pellicola
imperdibile!
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 16 giugno 2014

