giovedì 17 luglio 2014

Baby sitting. La commedia sale in cattedra

Baby sitter per 24 ore. Una proposta (?) a cui Franck (Philippe Lacheau) non può dire di no: il piccolo è il figlio del capo, l’unica persona in grado di spalancargli le porte del successo e di assicurargli un posto nell’Olimpo del fumetto. 

Praticare il Baby sitting per meno di un giorno, da sacrificare per vedersi la strada spianata. Meno di un giorno che, però, non è uno qualsiasi ma quello del suo 30mo compleanno da spendere nel tentativo di sopravvivere ad un ragazzino viziato e poco incline al dialogo.

A complicare le cose, però, non sarà il carattere poco affabile del piccolo ma la voglia di far festa degli amici di Franck che come un uragano travolgono serata e casa del capo. E se il dato di partenza è una piccola festa tra amici il risultato sarà più simile ad un esagerato rave party.

Ad attendere il ritorno, anticipato, dei padroni di casa sarà la polizia e un filmato che passo passo spiegherà tutto quel che è successo nell’insonne nottata. Il caso, classico soprattutto nel cinema, di una situazione che sfugge di mano. E al mattino, al risveglio, ci si trova a fare i conti con una casa devastata e una vita (professionale) altrettanto.


Meno scontato, anzi per nulla, l’esito felice di una pellicola che sulla carta sembra aver poco da dire mentre nella realtà riesce nel trasformare un genere (quello della commedia sbracata ed esagerata) in una piacevole serata estiva da passare in sala. 

Nicolas Benamou dirige una pellicola divertente, trovando nuovo spirito e forma al genere anche grazie all’utilizzo del found footage. Sarà, infatti, un filmato della nottata a raccontare ai genitori del giovane Remy (Enzo Tomasini) tutto quanto accaduto e scoprire qualcosa di ben più utile che riguarda il figlio.

E se la tecnica non è nuova, non si può negare che si riveli azzeccata a rendere interessante la pellicola. Meno condivisa da chi scrive, invece, l’accostamento con un film di qualche tempo fa: se vi sono somiglianze il tono e la metrica viaggiano su binari assolutamente diversi.

Da vedere perché: Baby sitting è la dimostrazione che per far ridere non è necessario infarcire di turpiloqui i dialoghi (che peraltro non è assente nemmeno qui), ma conoscere l’ironia e saper utilizzare le tecniche che il linguaggio del cinema offre. 

Emanuela Macrì