Baby sitter per 24 ore. Una proposta (?) a cui Franck
(Philippe Lacheau) non può dire di no: il piccolo è il figlio del capo,
l’unica persona in grado di spalancargli le porte del successo e di
assicurargli un posto nell’Olimpo del fumetto.
Praticare il Baby sitting per meno di
un giorno, da sacrificare per vedersi la strada spianata. Meno di un giorno
che, però, non è uno qualsiasi ma quello del suo 30mo compleanno da
spendere nel tentativo di sopravvivere ad un ragazzino viziato e poco incline
al dialogo.
A complicare le cose, però, non sarà il carattere poco
affabile del piccolo ma la voglia di far festa degli amici di Franck che come
un uragano travolgono serata e casa del capo. E se il dato di partenza è una
piccola festa tra amici il risultato sarà più simile ad un esagerato rave
party.
Ad attendere il ritorno, anticipato, dei padroni di
casa sarà la polizia e un filmato che passo
passo spiegherà tutto quel che è successo nell’insonne nottata. Il caso,
classico soprattutto nel cinema, di una situazione che sfugge di mano. E al
mattino, al risveglio, ci si trova a fare i conti con una casa devastata e una
vita (professionale) altrettanto.
Meno scontato, anzi per nulla, l’esito felice di
una pellicola che sulla carta sembra aver poco da dire mentre
nella realtà riesce nel trasformare un genere (quello della commedia sbracata
ed esagerata) in una piacevole serata estiva da passare in sala.
Nicolas
Benamou dirige una pellicola divertente, trovando
nuovo spirito e forma al genere anche grazie all’utilizzo del found
footage. Sarà, infatti, un filmato della nottata a raccontare ai genitori
del giovane Remy (Enzo Tomasini) tutto quanto accaduto e scoprire qualcosa di
ben più utile che riguarda il figlio.
E se la tecnica non è nuova, non si può negare che si
riveli azzeccata a rendere interessante la pellicola. Meno condivisa da chi
scrive, invece, l’accostamento con un film di qualche tempo fa: se vi sono
somiglianze il tono e la metrica viaggiano su binari assolutamente diversi.
Da vedere perché: Baby sitting è la
dimostrazione che per far ridere non è necessario infarcire di turpiloqui i
dialoghi (che peraltro non è assente nemmeno qui), ma conoscere l’ironia e
saper utilizzare le tecniche che il linguaggio del cinema offre.
Emanuela Macrì
Pubblicato
su La Voce del Trentino il 15 luglio 2014 http://lavocedeltrentino.it/index.php/cineworld/15565-baby-sitting-la-commedia-sale-in-cattedra
