lunedì 28 luglio 2014

Una ragione per dirti di no di Linda Ferrer

Quante ragioni può trovare, una donna, per dire no? 

A Veronica ne basterebbe una, una soltanto, per liquidare la questione in modo semplice e secco, per rifiutare una proposta tanto spavalda da risultare irriverente. E invece sì. La risposta sarà un sì, che prenderà la forma di una storia (insolita) e inaspettata, pronta a riempire giorni in bilico fra singletudine e sogni, in attesa del ritorno del (vagheggiato e inconsapevole) principe azzurro, assentatosi momentaneamente per questioni legate alla professione.

Una ragione per dirti di no (ed. Sperling & Kupfer) esce dalla penna di Linda Ferrer, una scrittrice che per l’occasione usa uno pseudonimo. Un libro che mi trovo, per caso, tra le mani e consumo, fluidamente, in pochissimo tempo. Un’intervista che non immaginavo di poter fare. Una donna che non pensavo di poter incontrare. E invece sì.

«Non è il mio primo libro – racconta Linda – ma, sino ad oggi, mi sono cimentata con altri generi letterari. Una ragione per dirti di no è nato, quasi spontaneamente, in un periodo di riflessioni personali. L’ho scritto praticamente di getto, in poco più di un mese.


È stato un compagno di vita con cui ho condiviso le pause pranzo, moltissime serate e i week end. Un lavoro che ha preso forma mentre sotto i miei occhi sfilavano situazioni e circostanze delle quali nutrirsi e prendere spunto. Assorbivo e non riuscivo a staccarmi dalla scrittura».

Il mio stupore è, con ogni probabilità, leggibile nell’espressione. «No, non è un libro autobiografico. O meglio: non del tutto» precisa l’autrice. «Veronica e Linda non sono la stessa persona, anche se entrambe, per certi versi, mi e ci somigliano». Un sorriso «Somigliano alle donne, in generale. Ma non a tutte».

La differenza sta in quel coraggio di lasciarsi andare, di slegarsi dall’esercizio dell’auto-giudizio che spesso, umanamente, impedisce di vivere alcune situazioni con la giusta serenità. La sfrontatezza, per certi versi, di accettare una proposta a tinte forti, anziché irritarsi. Ad attendere la protagonista del romanzo ci saranno molta vita vissuta e momenti che nel racconto si insaporiscono di sfumature piccanti annaffiati da colorata intimità; situazioni sempre nuove, audaci ma non prive di senso. Ogni nuovo appuntamento, infatti, arricchisce il “percorso formativo” di Veronica andandosi a collocare quale tessera perfetta nel puzzle di questa storia - non storia. 

E se tutto di Veronica ci viene raccontato, dal tormento di un messaggio che non arriva, all’amicizia di Sara in cui rifugiarsi, poco sappiamo di Fabrizio, l’affascinante vicino di casa. Proprio lui che quella sfida l’ha pensata e lanciata. Proprio lui che oscilla tra la figura dell’uomo ideale e quella dell’ermetico seduttore.

Chiedo, curiosa, qualcosa a proposito del personaggio maschile: «Beh, non è poi diverso da Veronica. Anch’egli, infatti, vive l’emozione di questa storia, anche se la comunica in maniera diversa. Ma la storia è narrata dal punto di vista femminile. E il ritratto di lui è, pertanto, volutamente parziale».

Ma qualche particolare parla della sua anima. «Certo. Diciamo che ho preferito fossero le parole a tratteggiare la figura di Veronica, lasciando i gesti e il non-detto a raccontare Fabrizio. Tutto all’interno di un’atmosfera che vira dalla sfida al gioco e muta continuamente pelle».

Con dovizia di particolari, peraltro. «Ho preso la decisione di non tralasciare nulla nel momento stesso in cui ho iniziato a scrivere. Anzi, posso dire che proprio questa scelta ha mosso tutto il resto».

Anche i luoghi sono descritti e localizzati con precisione. E questo è un particolare che non può passare inosservato, soprattutto agli occhi trentini. «Nella scelta dei luoghi dove ambientare la storia sono stata rigorosa. Nessuna fantasia concessa ma solo località conosciute».

E nasce un sorriso. La Valsugana non viene eletta poi così spesso a meta per weekend romantici. «Esatto! E Veronica non mancherà di sottolinearlo, sebbene avrà di che ricredersi. In questo punto della narrazione, diciamo che ha prevalso il cuore: pur essendo cresciuta a Milano ho trascorso molte stagioni estive a Levico Terme, in villeggiatura. Ho ricordi bellissimi legati al Trentino, terra che mi è parsa ideale per accogliere quel fine settimana, così importante per lo svolgersi della storia e da ricordare».

Un territorio che fa da scenario, un azzardo, un uomo bello e non solo. In mezzo una donna che imparerà a conoscere il suo lato più vero e non avrà paura di affrontarlo a viso aperto, dialogando con la propria femminilità e affilando le armi della seduzione.. Una ragione per dirti di no ed una per dire di sì  alla lettura di un romanzo solare e sensuale


Emanuela Macrì 


Pubblicato su  La Voce del Trentino il 27 luglio 2014 

giovedì 17 luglio 2014

Baby sitting. La commedia sale in cattedra

Baby sitter per 24 ore. Una proposta (?) a cui Franck (Philippe Lacheau) non può dire di no: il piccolo è il figlio del capo, l’unica persona in grado di spalancargli le porte del successo e di assicurargli un posto nell’Olimpo del fumetto. 

Praticare il Baby sitting per meno di un giorno, da sacrificare per vedersi la strada spianata. Meno di un giorno che, però, non è uno qualsiasi ma quello del suo 30mo compleanno da spendere nel tentativo di sopravvivere ad un ragazzino viziato e poco incline al dialogo.

A complicare le cose, però, non sarà il carattere poco affabile del piccolo ma la voglia di far festa degli amici di Franck che come un uragano travolgono serata e casa del capo. E se il dato di partenza è una piccola festa tra amici il risultato sarà più simile ad un esagerato rave party.

Ad attendere il ritorno, anticipato, dei padroni di casa sarà la polizia e un filmato che passo passo spiegherà tutto quel che è successo nell’insonne nottata. Il caso, classico soprattutto nel cinema, di una situazione che sfugge di mano. E al mattino, al risveglio, ci si trova a fare i conti con una casa devastata e una vita (professionale) altrettanto.


Meno scontato, anzi per nulla, l’esito felice di una pellicola che sulla carta sembra aver poco da dire mentre nella realtà riesce nel trasformare un genere (quello della commedia sbracata ed esagerata) in una piacevole serata estiva da passare in sala. 

Nicolas Benamou dirige una pellicola divertente, trovando nuovo spirito e forma al genere anche grazie all’utilizzo del found footage. Sarà, infatti, un filmato della nottata a raccontare ai genitori del giovane Remy (Enzo Tomasini) tutto quanto accaduto e scoprire qualcosa di ben più utile che riguarda il figlio.

E se la tecnica non è nuova, non si può negare che si riveli azzeccata a rendere interessante la pellicola. Meno condivisa da chi scrive, invece, l’accostamento con un film di qualche tempo fa: se vi sono somiglianze il tono e la metrica viaggiano su binari assolutamente diversi.

Da vedere perché: Baby sitting è la dimostrazione che per far ridere non è necessario infarcire di turpiloqui i dialoghi (che peraltro non è assente nemmeno qui), ma conoscere l’ironia e saper utilizzare le tecniche che il linguaggio del cinema offre. 

Emanuela Macrì