domenica 31 agosto 2014

Venezia71. Ich sehe, ich sehe e Al Pacino

Un insolito inizio, per questa mia avventura a Venezia71, che come prima tappa sceglie la sala conferenze stampa. Qui, a dialogare con i giornalisti e gli addetti non c'è uno qualunque, ma un uomo che di cinema ne sa e ne ha fatto parecchio nella vita, ma non per questo si dice stanco e pronto ad allentare la presa.

Anzi. Al Pacino, di andarsene, non ne vuole sapere: "Se ho mai pensato di chiudere e andare in pensione? – risponde alla domanda – Certo! Più spesso di quanto si possa pensare. Ma poi, ogni volta, mi trovo a ripercorrere, con il pensiero, tutta la strada fatta dagli inizi. A ripensare a tutta la fatica, ai problemi, a tutte le soddisfazioni. E allora no, penso che non me ne voglio andare da qui". Un omaggio al proprio passato e all'infanzia. Quasi un inchino rispettoso ma non mieloso.

Stesso argomento, ma di segno diverso, affrontato nel il film che apre la mia 71ma Mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia e che mi attende in una rinnovata Sala Darsena: Ich sehe, Ich sehe (Goodnight Mommy) diretto dalla coppia austriaca Veronika Franz e Severin Fiala che, accompagnata in sala dal cast al completo.

Due ragazzini (i gemelli Elias e Lukas Schwarz) attendono, il ritorno a casa della madre (Susanne Wuest), reduce da un delicato intervento estetico al viso. Il medico le ha prescritto riposo e lei chiede silenzio. Ma a inquietare i bambini non è il cambiamento (ancora non apprezzabile a causa della vistosa fasciatura) ma il brusco atteggiamento della donna e il pessimo umore che le si accompagna. “Rivogliamo la nostra mamma” ripetono.


Pellicola interessante, sul tema delle identità trascinato nel gioco delle maschere, in cui a ogni cambio di faccia sembra corrispondere un cambio di personalità. Film sulle profondità umane, che procede sui binari paralleli dell’immagine e del significato, in un conflitto fra esteriore e interiore che appare senza soluzione.

Una donna in conflitto con la propria corporeità, sepolta in casa, mentre i suoi figli, vittime incolpevoli della sua irritante e incomprensibile isteria, sembrano bloccati in una terra di mezzo divisa tra suolo e sottosuolo. In una storia che fa del doppio il suo cardine, ma si ostina a tagliarne una parte. Una metà.

Ricco di particolari, a tratti straniante, ma pieno di simboli e richiami, con un andamento nel segno del dubbio, il film risulta apprezzabile e ben scritto. Non solo perché rispetta i tempi della suspence senza approfittarne, ma perché inserisce un ribaltamento di prospettiva che, sebbene velatamente annunciato, colpisce e rende la visione ancora più coinvolgente.

Certo, un colpetto di forbice in fase di montaggio non sarebbe apparso fuori luogo: il linguaggio cinematografico concede licenza all’evocazione, che nel caso di specie si sarebbe rivelata una scelta felice. La rinuncia alla messa in scena del truce, in alcuni casi, avvalora un’opera rendendola migliore e meglio digeribile.

Emanuela Macrì 


                              Pubblicato su La Voce del Trentino il 31 agosto 2014 

mercoledì 27 agosto 2014

L'odore della violenza. Ovunque tu vada di Katia Tenti

Che odore può avere la violenza? Quello di un alito al sapor di caffelatte e biscotti, quello dell’erba coperta dalla neve e da un cadavere, oppure quello dell’incenso asperso durante una celebrazione liturgica, tanto intenso e pungente da riuscire a coprire anche il più torbido dei segreti. 

Di certo si tratta di un odore capace di seguirti, ovunque tu vada, chiunque tu sia. Perché ci sono fantasmi capaci di rincorrerti dal passato, di sederti accanto per offuscare il presente, tanto forti da rimanerti dentro per sempre.

Può succedere anche in una città dal volto tranquillo come Bolzano che può nascondere, sotto la giacca buona, una camicia macchiata di unto e sudore. Anche qui può succedere e succede che tre casi giudiziari (reali) registrati in città e provincia in tempi diversi bussino alla porta della memoria e che qualcuno, una volta aperto l'uscio, li faccia accomodare in un romanzo giallo, a sfumature noir.


Nasce così Ovunque tu vada, il primo romanzo di Katia Tenti, Direttrice del dipartimento Cultura, Edilizia e Lavori pubblici della Provincia autonoma di Bolzano e scrittrice per destino, se si considera come, nelle sue mani, racconti ruvidi e scomodi si sciolgano in una scrittura piacevole e mai faticosa. Un'abilità non da poco, quando la materia trattata è incandescente come magma e i personaggi invischiati sono così diversi e distanti fra loro.

Tra questi, figura che spicca e sembra riassumere nella propria storia ogni contraddizione che il romanzo frequenta, è quella del sostituto procuratore Jacob Dekas, nome e volto di fantasia, apprezzato professionista dal privato destrutturato e dal passato in discussione.

Sarà lui a coordinare le indagini dei tre casi narrati, a confrontarsi con gli abissi del dolore, a destreggiarsi negli anfratti dell'umana disperazione che scuote la comunità e le coscienze di una provincia dalla doppia identità. Sarà lui ad inciampare in quel potere che fa sentire forte la sua voce, tanto forte da diventare il protagonista di questo libro.

Un potere che si annida ovunque e indossa i guanti della violenza. Per fare più male e non lasciare tracce; per essere ovunque. Come nel caso di Antonio, il quale si confronta con la fine di un amore che non accettata e impone per questo la propria presenza a Milena, che un giorno l’amava, seguendola in ogni suo spostamento.

Come l'avvocato Plattner, con quel nome importante lasciatogli in eredità dal padre, usato come lasciapassare ma con cui riesce a misurarsi, per manifesta inferiorità, che nel giardino di casa si trova (o fa trovare?) un cadavere e tanti misteri ad esso legati.


Come il sorriso rassicurante di don Daniele, un ministro di Dio, che approfitta della purezza di Verena, nove anni appena all'epoca dei fatti, promettendole un Paradiso che dovrà passare attraverso l’inferno dell’abuso sessuale. Una storia di potere, insomma, e di esercizio, pessimo, di quel potere.

Una storia in cui vengono chiamate a rapporto le Istituzioni, quelle con la I maiuscola. La famiglia, a cui si chiede di fare i conti con le proprie paure e che davanti ai propri fallimenti è tenuta a far calare quel velo di ipocrisia sociale dietro cui si nasconde. 

E la Chiesa, che alle accuse risponde erigendo un muro impenetrabile fatto di scelte di sistema volte a rendere inattaccabile la sua complessa struttura. E l'informazione, che messa alla prova, mette a nudo un sistema in bilico fra dovere di cronaca e silenzi comodi in cui riparare.

L'unica realtà risparmiata dal tritacarne sembra essere la giustizia, che lascia sul campo cadaveri e carcasse, compie proprio dovere e sutura le ferite conscia, però e purtroppo, di tutte le cicatrici che rimarranno sulla pelle delle vittime di questa storia. Mentre in città qualcuno ancora si chiede come sia possibile «tanta sofferenza in una realtà così piccola».


Emanuela Macrì

pubblicato su La Voce del Trentino il 26 agosto 2014

lunedì 25 agosto 2014

Sono i dollari che fanno volare gli aerei. Amelia

Amelia Earhart è una ragazzina nata nel Kansas nel 1897. Dal padre eredita una passione, quella per il volo, che la porterà in alto, in tutti i sensi. Sarà una donna aviatrice e pilota di aerei, la prima a compiere la trasvolata sull’Atlantico, la prima ad accarezzare e sfiorare il sogno di compiere il giro del mondo a bordo di un aeroplano. La prima a entrare nella Storia tenendo ben salda nelle mani la cloche.

A raccontare, per immagini, la sua vita è la regista Mira Nair (Monsoon Wedding, Il fondamentalista riluttante e altri film all’attivo) con Amelia del 2009 in cui dirige l’attrice premio Oscar Hilary Swank, credibile (non a caso premiata per la parte come miglior attrice protagonista all’Hollywood Film Festival dello stesso anno) e molto somigliante all’aviatrice, affiancata nel ruolo del marito e manager, dall’evergreen Richard Gere

È il 1928 quando Amelia incontra il suo futuro marito, un rampante manager che intravede nella donna grosse potenzialità, soprattutto in termini di marketing. La sua proposta è quella di trovare i finanziamenti che permetteranno alla giovane aviatrice di dare forma alla sua prima, importante, avventura in cielo: sorvolare l’Oceano Atlantico a bordo di un Fokker F VII. Nessuna donna, prima di allora, aveva osato tanto.


Quella di Amelia, per la verità, sarà una missione compiuta, ma solo a metà: il suo ruolo, a bordo sarà marginale. Anzi “a scopo ornamentale”, come recita una battuta del film. Ma poco importa, alla donna, di fungere da esca pubblicitaria. Per lei più importante di ogni cosa è la possibilità di essere presente, saranno gli onori e i festeggiamenti che la vedranno protagonista una volta scesa dall’apparecchio che porta il nome di Friendship, Amicizia.

La notorietà non tarda ad arrivare. Conferenze, lezioni, feste di gala. Un posto nell’olimpo del jet-set a stelle e strisce è prenotato a nome Earhart. Accettare il compromesso di vendere la propria immagine per “essere libera di vagabondare nell’aria” diviene, per Amelia, la filosofia cui guardare. Perché si sa “sono i dollari a far volare gli aerei”.

Perché i due traguardi che diventeranno le ossessioni pulsanti nelle tempie della donna, potranno diventare realizzabili solo se generosamente finanziati. Così la trasvolata che porterà Amelia dal continente americano all’Irlanda apre la strada alla grande impresa della pilota statunitense: il giro del mondo in solitaria ai comandi del bimotore Lockheed L-10 Electra.

Amelia Earhart, dopo un primo fallito tentativo, decolla il primo giorno di giugno del 1937. L’avventura attesa da una vita si trasformerà, il mese successivo, in tragedia. Il 2 luglio, infatti, si perdono contatti radio e tracce del velivolo. Di Amelia e Fred Noonan, l’unico altro membro dell’equipaggio, non si avranno più notizie. Nonostante il notevole dispiegamento di forze nelle operazioni di soccorso prima e di ricerca, poi.


Quello della Nair risulta film onesto e poco pretenzioso, più concentrato sulla narrazione che sulla grammatica cinematografica, più recitato che abbellito dalla tecnica. E sebbene poco apprezzato dalla critica e dal pubblico, è innegabile la piacevolezza del ritmo mai forzato, morbido nel far scivolare gli eventi senza aggiungervi troppo rumore e della sceneggiatura misurata e attenta.

Piace anche la scelta di evitare il terreno franoso dei misteri e degli intrighi che vorrebbero la Earhart fatta prigioniera e quindi giustiziata perché nemica, e la scelta di un inquadratura fissa, con le acque dell’oceano ad occupare lo schermo, evocando un ammaraggio senza metterlo in scena.

I più esperti potranno forse indicare imprecisioni tecniche o altro, mentre l’occhio profano apprezza una delicata fotografia e la dolcezza di una donna volitiva, forte anche nelle proprie debolezze.

Emanuela Macrì 

Pubblicato su La Voce del Trentino il 24 agosto 2014