Che odore può avere la violenza? Quello di
un alito al sapor di caffelatte e biscotti, quello dell’erba coperta dalla neve
e da un cadavere, oppure quello dell’incenso asperso durante una celebrazione liturgica,
tanto intenso e pungente da riuscire a coprire anche il più torbido dei
segreti.
Di certo si tratta di un odore capace di
seguirti, ovunque tu vada,
chiunque tu sia. Perché ci sono fantasmi capaci di rincorrerti dal passato, di
sederti accanto per offuscare il presente, tanto forti da rimanerti dentro per
sempre.
Può succedere anche in una città dal volto
tranquillo come Bolzano che può nascondere, sotto la giacca
buona, una camicia macchiata di unto e sudore. Anche qui può succedere e
succede che tre casi giudiziari (reali) registrati in città e provincia in
tempi diversi bussino alla porta della memoria e che qualcuno, una volta aperto
l'uscio, li faccia accomodare in un romanzo giallo, a sfumature noir.
Nasce così Ovunque tu vada,
il primo romanzo di Katia
Tenti, Direttrice del dipartimento Cultura, Edilizia e Lavori pubblici
della Provincia autonoma di Bolzano e scrittrice per destino, se si
considera come, nelle sue mani, racconti ruvidi e scomodi si sciolgano in una
scrittura piacevole e mai faticosa. Un'abilità non da poco, quando la materia
trattata è incandescente come magma e i personaggi invischiati sono così
diversi e distanti fra loro.
Tra questi, figura che spicca e sembra
riassumere nella propria storia ogni contraddizione che il romanzo frequenta, è
quella del sostituto procuratore Jacob Dekas, nome e volto di fantasia,
apprezzato professionista dal privato destrutturato e dal passato in
discussione.
Sarà lui a coordinare le indagini dei tre
casi narrati, a confrontarsi con gli abissi del dolore, a destreggiarsi negli
anfratti dell'umana disperazione che scuote la comunità e le coscienze di una
provincia dalla doppia identità. Sarà lui ad inciampare in quel potere che fa sentire forte la sua
voce, tanto forte da diventare il protagonista di questo libro.
Un potere che si annida ovunque e indossa
i guanti della violenza. Per fare più male e non lasciare tracce; per essere
ovunque. Come nel caso di Antonio, il quale si confronta con la fine di un
amore che non accettata e impone per questo la propria presenza a Milena, che
un giorno l’amava, seguendola in ogni suo spostamento.
Come l'avvocato Plattner, con quel nome
importante lasciatogli in eredità dal padre, usato come lasciapassare ma con
cui riesce a misurarsi, per manifesta inferiorità, che nel giardino di casa si
trova (o fa trovare?) un cadavere e tanti misteri ad esso legati.
Come il sorriso rassicurante di don Daniele, un ministro di Dio, che approfitta della purezza di Verena, nove anni appena all'epoca dei fatti, promettendole un Paradiso che dovrà passare attraverso l’inferno dell’abuso sessuale. Una storia di potere, insomma, e di esercizio, pessimo, di quel potere.
Una storia in cui vengono chiamate a
rapporto le Istituzioni, quelle con la I maiuscola. La famiglia, a cui si
chiede di fare i conti con le proprie paure e che davanti ai propri fallimenti
è tenuta a far calare quel velo di ipocrisia sociale dietro cui si
nasconde.
E la Chiesa,
che alle accuse risponde erigendo un muro impenetrabile fatto di scelte di
sistema volte a rendere inattaccabile la sua complessa struttura. E
l'informazione, che messa alla prova, mette a nudo un sistema in bilico fra
dovere di cronaca e silenzi comodi in cui riparare.
L'unica realtà risparmiata dal tritacarne
sembra essere la giustizia, che lascia sul campo cadaveri e carcasse, compie
proprio dovere e sutura le ferite conscia, però e purtroppo, di tutte le
cicatrici che rimarranno sulla pelle delle vittime di questa storia. Mentre in
città qualcuno ancora si chiede come sia possibile «tanta sofferenza in una
realtà così piccola».
Emanuela Macrì
pubblicato su La Voce del Trentino il 26 agosto 2014