mercoledì 27 agosto 2014

L'odore della violenza. Ovunque tu vada di Katia Tenti

Che odore può avere la violenza? Quello di un alito al sapor di caffelatte e biscotti, quello dell’erba coperta dalla neve e da un cadavere, oppure quello dell’incenso asperso durante una celebrazione liturgica, tanto intenso e pungente da riuscire a coprire anche il più torbido dei segreti. 

Di certo si tratta di un odore capace di seguirti, ovunque tu vada, chiunque tu sia. Perché ci sono fantasmi capaci di rincorrerti dal passato, di sederti accanto per offuscare il presente, tanto forti da rimanerti dentro per sempre.

Può succedere anche in una città dal volto tranquillo come Bolzano che può nascondere, sotto la giacca buona, una camicia macchiata di unto e sudore. Anche qui può succedere e succede che tre casi giudiziari (reali) registrati in città e provincia in tempi diversi bussino alla porta della memoria e che qualcuno, una volta aperto l'uscio, li faccia accomodare in un romanzo giallo, a sfumature noir.


Nasce così Ovunque tu vada, il primo romanzo di Katia Tenti, Direttrice del dipartimento Cultura, Edilizia e Lavori pubblici della Provincia autonoma di Bolzano e scrittrice per destino, se si considera come, nelle sue mani, racconti ruvidi e scomodi si sciolgano in una scrittura piacevole e mai faticosa. Un'abilità non da poco, quando la materia trattata è incandescente come magma e i personaggi invischiati sono così diversi e distanti fra loro.

Tra questi, figura che spicca e sembra riassumere nella propria storia ogni contraddizione che il romanzo frequenta, è quella del sostituto procuratore Jacob Dekas, nome e volto di fantasia, apprezzato professionista dal privato destrutturato e dal passato in discussione.

Sarà lui a coordinare le indagini dei tre casi narrati, a confrontarsi con gli abissi del dolore, a destreggiarsi negli anfratti dell'umana disperazione che scuote la comunità e le coscienze di una provincia dalla doppia identità. Sarà lui ad inciampare in quel potere che fa sentire forte la sua voce, tanto forte da diventare il protagonista di questo libro.

Un potere che si annida ovunque e indossa i guanti della violenza. Per fare più male e non lasciare tracce; per essere ovunque. Come nel caso di Antonio, il quale si confronta con la fine di un amore che non accettata e impone per questo la propria presenza a Milena, che un giorno l’amava, seguendola in ogni suo spostamento.

Come l'avvocato Plattner, con quel nome importante lasciatogli in eredità dal padre, usato come lasciapassare ma con cui riesce a misurarsi, per manifesta inferiorità, che nel giardino di casa si trova (o fa trovare?) un cadavere e tanti misteri ad esso legati.


Come il sorriso rassicurante di don Daniele, un ministro di Dio, che approfitta della purezza di Verena, nove anni appena all'epoca dei fatti, promettendole un Paradiso che dovrà passare attraverso l’inferno dell’abuso sessuale. Una storia di potere, insomma, e di esercizio, pessimo, di quel potere.

Una storia in cui vengono chiamate a rapporto le Istituzioni, quelle con la I maiuscola. La famiglia, a cui si chiede di fare i conti con le proprie paure e che davanti ai propri fallimenti è tenuta a far calare quel velo di ipocrisia sociale dietro cui si nasconde. 

E la Chiesa, che alle accuse risponde erigendo un muro impenetrabile fatto di scelte di sistema volte a rendere inattaccabile la sua complessa struttura. E l'informazione, che messa alla prova, mette a nudo un sistema in bilico fra dovere di cronaca e silenzi comodi in cui riparare.

L'unica realtà risparmiata dal tritacarne sembra essere la giustizia, che lascia sul campo cadaveri e carcasse, compie proprio dovere e sutura le ferite conscia, però e purtroppo, di tutte le cicatrici che rimarranno sulla pelle delle vittime di questa storia. Mentre in città qualcuno ancora si chiede come sia possibile «tanta sofferenza in una realtà così piccola».


Emanuela Macrì

pubblicato su La Voce del Trentino il 26 agosto 2014