Un insolito inizio, per questa mia avventura a Venezia71, che come prima tappa sceglie la sala conferenze stampa. Qui, a dialogare con i giornalisti e gli addetti non c'è uno qualunque, ma un uomo che di cinema ne sa e ne ha fatto parecchio nella vita, ma non per questo si dice stanco e pronto ad allentare la presa.
Anzi. Al Pacino, di andarsene, non ne vuole sapere: "Se ho mai pensato di chiudere e andare in pensione? – risponde alla domanda – Certo! Più spesso di quanto si possa pensare. Ma poi, ogni volta, mi trovo a ripercorrere, con il pensiero, tutta la strada fatta dagli inizi. A ripensare a tutta la fatica, ai problemi, a tutte le soddisfazioni. E allora no, penso che non me ne voglio andare da qui". Un omaggio al proprio passato e all'infanzia. Quasi un inchino rispettoso ma non mieloso.
Stesso argomento, ma di segno diverso, affrontato nel il film che apre la mia 71ma Mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia e che mi attende in una rinnovata Sala Darsena: Ich sehe, Ich sehe (Goodnight Mommy) diretto dalla coppia austriaca Veronika Franz e Severin Fiala che, accompagnata in sala dal cast al completo.
Due ragazzini (i gemelli Elias e Lukas Schwarz) attendono, il ritorno a casa della madre (Susanne Wuest), reduce da un delicato intervento estetico al viso. Il medico le ha prescritto riposo e lei chiede silenzio. Ma a inquietare i bambini non è il cambiamento (ancora non apprezzabile a causa della vistosa fasciatura) ma il brusco atteggiamento della donna e il pessimo umore che le si accompagna. “Rivogliamo la nostra mamma” ripetono.
Pellicola interessante, sul tema delle identità trascinato nel gioco delle maschere, in cui a ogni cambio di faccia sembra corrispondere un cambio di personalità. Film sulle profondità umane, che procede sui binari paralleli dell’immagine e del significato, in un conflitto fra esteriore e interiore che appare senza soluzione.
Una donna in conflitto con la propria corporeità, sepolta in casa, mentre i suoi figli, vittime incolpevoli della sua irritante e incomprensibile isteria, sembrano bloccati in una terra di mezzo divisa tra suolo e sottosuolo. In una storia che fa del doppio il suo cardine, ma si ostina a tagliarne una parte. Una metà.
Ricco di particolari, a tratti straniante, ma pieno di simboli e richiami, con un andamento nel segno del dubbio, il film risulta apprezzabile e ben scritto. Non solo perché rispetta i tempi della suspence senza approfittarne, ma perché inserisce un ribaltamento di prospettiva che, sebbene velatamente annunciato, colpisce e rende la visione ancora più coinvolgente.
Certo, un colpetto di forbice in fase di montaggio non sarebbe apparso fuori luogo: il linguaggio cinematografico concede licenza all’evocazione, che nel caso di specie si sarebbe rivelata una scelta felice. La rinuncia alla messa in scena del truce, in alcuni casi, avvalora un’opera rendendola migliore e meglio digeribile.
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 31 agosto 2014