venerdì 28 novembre 2014

TFF32: la Teoria del tutto al profumo di Oscar

Trovare un’equazione che spieghi la nostra esistenza in questo universo. Questa, più o meno, la missione della ricerca di Stephen (Eddie Redmayne), giovane brillante e un po’ stralunato dottorando in cosmologia. Di questo si innamora Jane (Felicity Jones) al loro primo incontro. Di una mente originale e due occhi intelligenti, incorniciati da grandi occhiali neri e da un dolcissimo sorriso. 

E a quell’incedere sempre più disarmonico nemmeno ci farà caso. Lei come nessuno altro. Fino a quando una diagnosi impietosa spiegherà quella camminata incerta: due anni di vita al massimo e un peggioramento continuo ai danni della muscolatura causato da una malattia degenerativa dei motoneuroni. Il cervello no, continuerà a lavorare, ma il corpo smetterà di rispondergli.

Due anni soli, per un futuro che necessiterebbe una vita intera da riempire. E allora non c’è tempo, non c’è tempo da perdere. Stephen e Jane decidono di sposarsi, di avere un figlio e poi due anzi tre. E la tesi di dottorando e il primo libro, le vacanze e la carriera da professore, inviti da onorare, stima e complimenti, i buchi neri e lo studio come compagno di vita, assieme agli amici di sempre e a quel docente divenuto collega e amico.


Passano due anni, poi ne passano altrettanti e la vita, sempre più dura per Stephen e la famiglia, la vita è ancora lì, a regalare gioia nella sofferenza, vittorie nel dolore. Lui che ora è uno stimato ricercatore e scienziato di fama mondiale, che vede i figli crescere e alla morte no, non ci pensa. Non c’è tempo.

The Theory of Everything, La teoria del tutto di James Marsh esce dagli schermi del Torino Film Festival per commuovere, narrare e, soprattutto, per omaggiare la vita e una vita, quella del fisico britannico Stephen Hawking il quale oggi, a 72 anni, a quel futuro da riempire guarda ancora con gioia. E non ha smesso di lavorare e lavorarci.

Un film prettamente narrativo, un biopic pieno nel suo genere e impreziosito da qualche tocco registico: l’inserimento ripetuto ma non insistito della figura circolare, per esempio, a cui si richiamano, in parallelo, i movimenti di macchina laterali che diventano una cornice soffice in cui si racchiudono sentimenti ed emozioni sottolineate nel gioco dei piani delle inquadrature.

Su tutto, però, spicca la sublime interpretazione di Eddie Redmayne, strepitoso in un ruolo complicato anche dalla necessità di dover recitare per quasi l’intero film in sedia a rotelle e assumere una posizione semi-disarticolata. In odor di (meritatissima) statuetta.


Emanuela Macrì


pubblicato su La Voce del Trentino il 27 novembre 2014

giovedì 27 novembre 2014

Una vita per decostruire. Elena Lazzari

Ci vuole una vita per costruire un vita. E a volte può sembrare che non basti neppure. Perché bisogna sapersi fermare, indagare e indagarsi, guardarsi e scandagliare. Comprendersi è un processo complesso ma spesso, anzi sempre, un passaggio obbligato verso l’equilibrio. Bisogna sapersi fermare per decostruire e ripartire da lì per poter continuare a costruire. 

Decostruire che non significa distruggere. Come spiega Elena vent’anni nemmeno e una storia da raccontare: la sua, quella di una ragazza lesbica cresciuta nella provincia di un nord di fine millennio, pronto al futuro ma con riserva, con una formazione cattolica, un amore per la filosofia, pochi grilli per la testa e due occhi capaci di guardare il mondo fuori e dentro sé.

Ad un certo punto, però, i conti non sembrano tornare. C’è una sorgente di sofferenza dentro di lei e un grande bisogno di risposte. Quelle che sente ripetersi in famiglia, a scuola, ovunque “Una fase, si tratta di una fase tipica dell’adolescenza” non sono solo insoddisfacenti ma, anche e soprattutto, sembrano creare ancora più confusione, se possibile, nella sua testa e nel suo cuore.

“Passerà, non preoccuparti”. E invece no, non passa. E sono lacrime e sconforto. Fino a quando su un biglietto Elena scrive: “Ho bisogno di capire chi sono, penso che questo sia il luogo giusto per farlo”. Fino a quando si apre una porta, si accende una luce e inizia un’altra fase del percorso.


Una vita per decostruire, edizioni Epsil (2014), è il percorso doloroso ma imprescindibile di Elena, che cammina tra la sua necessità di comprendersi, la grande forza nell’affrontare questo viaggio con le poche, pochissime, persone capaci di prenderla per mano e le tante che, invece, per incapacità o per superficialità si scrollano la responsabilità di una risposta con la scusa dell’età.

Elena Lazzari, giovane lo è davvero. Ma questo non pregiudica la profondità delle sue riflessioni, perché dalle pagine del suo libro esce chiaro e forte il messaggio della necessità, sua e di chissà quante altre donne, di uscire dal binario della brava bambina/ragazza/moglie/madre/nonna per percorrere la propria vita fuori dagli schemi imposti.

Per vivere una vita da sè stesse. Madri. Mogli. Fidanzate. Lesbiche. Poliamorose. Vedove. Single. Etero o bisessuali. Femmine, senza compromessi, prescrizioni o discriminazioni. Donne e persone consapevoli e libere di essere, nella propria pelle, con il proprio cervello, stomaco e cuore.

Così questo “libro di una di donna per le donne”, forte di un’interiorità che diventa parola scritta, si rivela adatto ad ogni persona che, rinunciando al morbo della sciocca e sterile curiosità, sia disposta a mettere da parte schemi e strutture mentali per un attimo. Per comprendere, elaborare, ascoltare.


Emanuela Macrì


martedì 18 novembre 2014

Sguardi, sunspence e nessuna etica. Lo sciacallo

Lou Bloom (Jake Gyllenhall) è il protagonista disoccupato de Lo sciacallo. The Nightcrawler. Campa da ladruncolo ma sogna un impiego onesto, uno qualsiasi, che gli permetta di mantenere la scassata Toyota che guida e pagare l’affitto del minuscolo appartamento in cui vive, fino a quando scopre, una notte, un lavoro da potersi inventare e poter pure riuscirvi bene, grazie a quella buona dose di pelo sullo stomaco mista alla scarsa moralità che gli sono proprie.

In fin dei conti si tratta solo di procurarsi una videocamera e un radar (rubando una bici, per esempio, e proponendo al negoziante uno scambio merce) per intercettare le radio di polizia e mezzi di soccorso, giungere sul posto prima di tutti e filmare quanto più sangue possibile. Quindi recarsi nella sede di una delle tante emittenti televisive di Los Angeles per vendere il servizio prima dell’alba. Prima del tg del mattino.

Una volta capito il gioco nulla sembra poter fermare Lou. Nessuno scrupolo e nessun concorrente. L’andamento della sua crescita professionale è direttamente proporzionale all’abbassamento del livello morale e deontologico che concorrono nel disegnare un personaggio via via sempre più cinico e spietato. Fino a risultare disumano.


Per questo il suo viso si colora di folli e stralunate sfumature, in una gamma di espressioni che va dalla beffarda serietà alla sciocca e inquietante risata. Mentre la macchina da presa è intenta ad indagare il suo privato, speso tra un religioso ordine quasi maniacale della sua abitazione, il rigore nella cura della pianta sistemata vicino alla finestra, accanto alla tv e un sistematico lavoro d’archivio dei suoi files video.

E non è una scoperta ma una conferma, il talento di Gyllenhall. Tanto bravo da affidare alla sua interpretazione e a quegli occhi alienati (e nella versione italiana, udite udite, ad un felice doppiaggio) tutta la suspence che il regista e sceneggiatore Dan Gilroy sembra aver volutamente sottratto alla narrazione, che certo non rispetta tempi e dogmi del thriller secondo dottrina.

La vera forza di questo film risiede proprio qui. Nell’efferatezza dei crimini di cui il protagonista arriva a macchiarsi contrapposta alla pacatezza dei discorsi da “corso di vita online base”. Nella compostezza dei suoi modi contrapposta ai lucidi ricatti che mette alla base dei rapporti interpersonali.

Fa da sfondo, infine, un’aspra critica al mondo del lavoro, e dell’informazione nello specifico, che con i suoi meccanismi si mostra capace di generare mostruosi esemplari di automi senza alcun senso di solidarietà e umana compassione.

Da vedere perché: raramente è possibile sostenere, senza troppo sforzo, una pellicola di due ore girata quasi totalmente in notturno. Il lavoro del direttore della fotografia Robert Elswit (già premio Oscar nel 2008) è, a dir poco, notevole.


Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 17 novembre 2014