Lou Bloom (Jake Gyllenhall) è il protagonista disoccupato de Lo sciacallo. The Nightcrawler. Campa da ladruncolo ma sogna un impiego onesto, uno qualsiasi, che gli permetta di mantenere la scassata Toyota che guida e pagare l’affitto del minuscolo appartamento in cui vive, fino a quando scopre, una notte, un lavoro da potersi inventare e poter pure riuscirvi bene, grazie a quella buona dose di pelo sullo stomaco mista alla scarsa moralità che gli sono proprie.
In fin dei conti si tratta solo di procurarsi una videocamera e un radar (rubando una bici, per esempio, e proponendo al negoziante uno scambio merce) per intercettare le radio di polizia e mezzi di soccorso, giungere sul posto prima di tutti e filmare quanto più sangue possibile. Quindi recarsi nella sede di una delle tante emittenti televisive di Los Angeles per vendere il servizio prima dell’alba. Prima del tg del mattino.
Una volta capito il gioco nulla sembra poter fermare Lou. Nessuno scrupolo e nessun concorrente. L’andamento della sua crescita professionale è direttamente proporzionale all’abbassamento del livello morale e deontologico che concorrono nel disegnare un personaggio via via sempre più cinico e spietato. Fino a risultare disumano.
Per questo il suo viso si colora di folli e stralunate sfumature, in una gamma di espressioni che va dalla beffarda serietà alla sciocca e inquietante risata. Mentre la macchina da presa è intenta ad indagare il suo privato, speso tra un religioso ordine quasi maniacale della sua abitazione, il rigore nella cura della pianta sistemata vicino alla finestra, accanto alla tv e un sistematico lavoro d’archivio dei suoi files video.
E non è una scoperta ma una conferma, il talento di Gyllenhall. Tanto bravo da affidare alla sua interpretazione e a quegli occhi alienati (e nella versione italiana, udite udite, ad un felice doppiaggio) tutta la suspence che il regista e sceneggiatore Dan Gilroy sembra aver volutamente sottratto alla narrazione, che certo non rispetta tempi e dogmi del thriller secondo dottrina.
La vera forza di questo film risiede proprio qui. Nell’efferatezza dei crimini di cui il protagonista arriva a macchiarsi contrapposta alla pacatezza dei discorsi da “corso di vita online base”. Nella compostezza dei suoi modi contrapposta ai lucidi ricatti che mette alla base dei rapporti interpersonali.
Fa da sfondo, infine, un’aspra critica al mondo del lavoro, e dell’informazione nello specifico, che con i suoi meccanismi si mostra capace di generare mostruosi esemplari di automi senza alcun senso di solidarietà e umana compassione.
Da vedere perché: raramente è possibile sostenere, senza troppo sforzo, una pellicola di due ore girata quasi totalmente in notturno. Il lavoro del direttore della fotografia Robert Elswit (già premio Oscar nel 2008) è, a dir poco, notevole.
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 17 novembre 2014
