Vanessa Beecroft : un nome italiano accostato ad cognome anglosassone in una fusione di culture, in un crocevia di visioni che muovono arte. Nata Genova, trascorre le prime estati della sua vita sulle sponde venete del lago di Garda per scegliere, da adulta, di vivere oltreoceano, a Los Angeles.
È una donna libera, che crede in un'arte che può travalicare i propri confini per svincolarsi dalla prigionia delle convenzioni. Come peraltro testimonia la scelta operata all'Accademia delle Belle Arti di Brera, dove segue il corso di scenografia e non quello di pittura o scultura, come si sarebbe portati a credere: non un errore di valutazione, ma una decisione, una preferenza accordata all'indipendenza del proprio fare.
Eppure la pittura è la base di partenza è che l'accompagna e rimane un costante punto di riferimento. È la stessa Vanessa a raccontare, in un' intervista di qualche anno fa, la sua casa occupata da grandi tele che dipinge e continua a rimaneggiare, perché non riesce mai a considerarle ultimate.
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Un'incompletezza che si esplicita anche nei dipinti in mostra Bergamo nel 2007, da cui nascerà il catalogo Vanessa Beecroft – disegni e pitture : 1993 – 2007, una raccolta di opere eseguite con tecniche diverse ma dominate, tutte, dal medesimo soggetto : la donna.
Dai volti ad olio su tela dai tratti volutamente poco reali ma peculiari per la profondità delle espressioni, agli acquerelli che delineano ragazze dai lineamenti eterei e dai corpi quasi stilizzati, che spiccano per la messa in risalto, in ogni opera, di un particolare: la tinta sgargiante di una capigliatura voluminosa, la colorazione aggressiva delle labbra o un postura disordinata e scomposta.
Il mondo, però, conosce poco questo volto di un'artista famosissima, invece, per le performance cui dà vita. Anche se il rapporto di Vanessa con la pittura è un dialogo che non si interrompe mai.
Ogni sua creazione è, al tempo stesso, un quadro e un'inquadratura da animare, una tela da riempire, il cui punto focale è la forte carica scenica dei soggetti che sottrae, inevitabilmente, il terreno alla narratio. Una scelta precisa, anche questa.
La scelta di lasciare la parola ad uno stile che privilegia la comunicazione immediata, rinunciando all'esposizione cronologica dei fatti in favore del colpo di scena. Perché le individualità in gioco, fortemente caratterizzate, non sembrano abbisognare di una sceneggiatura articolata per veicolare un messaggio, in quanto vivono e si esprimono attraverso l'impatto del proprio aspetto fisico.
Si tratta di messaggi di denuncia che non possono non arrivare al fruitore delle opere, delle sculture viventi che sono allo stesso tempo immobili e pulsanti. Corpi abbigliati ed agghindati, o nudi e scarni, che denunciano condizioni e ossessioni sociali, rapporti difficili come quello con il cibo e la sessualità, e vergogne universali quali la violenza e la discriminazione.
Protagonista, quasi assoluto, dell'arte della Beecroft è il femminile. Centrale nella sua indagine è il rapporto che intercorre fra la donna ed il corpo, nonché la complessità di questa relazione.
La messa in scena, nella maggior parte dei casi, rinuncia ad un allestimento scenico che, abilmente sostituito da un forte impatto rappresentativo, spesso è coadiuvato da importanti cornici architettoniche che accolgono le performances. Spogliarsi di orpelli scenografici, quindi, a favore di una comunicazione schietta e di immediato impatto.
Rinunce che partono già dalla scelta di non intitolare le opere dando loro, in vece, una numerazione progressiva che segue le iniziali della creatrice. Da BV01 del 1993 a BV66 del 2010.
L'evoluzione di una donna che cammina, di pari passo, con la maturazione dell'artista. Un viaggio, un itinerario cadenzato da esibizioni che raccontano lo sviluppo di una vita artistica e l'evoluzione della stessa attraverso i suoi prodotti. Opere che si trasformano e portano i segni di questa crescita, con rappresentazioni che si caricano di significati e messe in scene sempre più dense e ricche di significati.
In sottofondo rimane, sempre, l'anima figurativa di Vanessa che cambia i soggetti da mettere in scena ma non smette di guardare alle figure del passato, con continui riferimenti ai protagonisti dell'arte di ogni tempo. È lei stessa a dirsi maniacalmente alla ricerca continua nei volti delle modelle di particolari che conducano alle opere dei grandi maestri.
Riflessioni e spunti dall'arte rinascimentale e sacra. Da qui sembra muovere l'idea per BV65 la performance del 2010. Una ricostruzione in chiave onirica ed attualizzata del Cenacolo messa in scena, non a caso, a Milano, la città che ospita la celeberrima Ultima cena di Leonardo da Vinci.
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Una cena a base di pollo allo spiedo a cui partecipano venti uomini di colore elegantemente vestiti, che siedono ad un lungo tavolo di cristallo non apparecchiato. Di fronte a loro il pasto da consumare a mani nude, davanti ad una platea di spettatori silenziosi, in un confronto carico di pathos e tensione emotiva.
Un allestimento volutamente disadorno e spoglio, che fa della semplicità uno strumento di denuncia e mette sul piatto alcuni scottanti temi sociali, quali l'immigrazione con le sue solitudini ed i suoi terribili dolori, la fame e la povertà contrapposte all'opulenza ed al benessere abilmente riassunti dagli eleganti completi indossati. Il tutto servito ed offerto agli occhi di sconosciuti che guardano ma non vorrebbero vedere.
Certo, il risultato è impattante ma non di immediata comprensione. Un tratto che però non stupisce se si pensa al forte fascino esercitato nella Beecroft da opere cinematografiche di autori fortemente legati alle arti visive, come Fassbinder o Godard. E Bunuel.
Un'arte che guarda anche al surreale, quindi. Come SURREAL Tra immaginazione e realtà, la mostra fotografica che propone le opere di Fernando Scianna e Gian Paolo Barbieri, presso Frassinagodiciotto a Bologna dal 24 gennaio al 03 febbraio, ed è l'evento che accompagna l'edizione 2013 di Arte Fiera.
Emanuela Macrì
Pubblicato il 07 Gennaio 2013 su La Voce del Trentino

