venerdì 5 settembre 2014

Venezia71. L’ironia di Andersson e un Pasolini a metà

Svedese, settant’anni, regista da almeno quaranta, ma i suoi film si contano sulle dita di una mano. Decisamente più prolifico nel campo della pubblicità (ha firmato più di 400 spot) Roy Andersson porta a Venezia71, una pellicola sorprendente e fuori dagli schemi, come si nota già dal titolo: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron (tr. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza).  

Poco più di cento minuti racchiusi in sole trentanove inquadrature, fisse. La macchina da presa rimane lì, ferma immobile e gli attori si muovono all’interno di quadri che si susseguono e, a volte, vengono riproposti. Come succedeva nelcinema delle origini che, a differenza di quello attuale di Andersson, era muto e in bianco e nero.

E se due sgangherati venditori si trascinano stancamente proponendo ai negozianti il loro triste campionario di scherzetti di carnevale (denti extralong di Dracula e il sacchetto che ride, tra gli evergreen), in un bar di Goteborg si ricordano antichi fasti, mentre un agente di sicurezza si presenta ad appuntamenti che sfumano ogni volta per qualche ignoto malinteso.


Episodi unici e slegati alternati ad altri, invece, concatenati fra loro, con il ripetersi di situazioni e battute: “Sono contento che vada tutto bene”. Quadri di ironica bellezza avvolta in una fotografia perlata e delicata. Quadri dove una spietata realtà si incontra e scontra con la dolcezza della sconfitta, unica vera protagonista.

Un’impresa audace quella del regista scandinavo dal risultato per nulla scontato. Cinema con la C maiuscola, punto. Per molti il miglior film in Concorso visto ad oggi. E non a torto.

Riuscito a metà, invece, uno dei film più attesi in questa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, ovvero Pasolini di Abel Ferrara, il regista newyorkese dal nome italiano ereditato dal nonno, sbarcato a Venezia con una pellicola in cui ripercorre l’ultimo giorno di vita dello scrittore e poeta.


Delude nella sceneggiatura, poco attraente e nell’impalcatura di un racconto senza vigore. Delude per una descrizione scialba di un personaggio come Pier Paolo Pasolini, tanto essenziale da non aver bisogno d’altro che del suo nome per il titolo. Tanto coraggioso in quel “Le mie esperienze, le pago si persona” da meritare una dedica più appassionata. L’ennesima ricostruzione del suo assassinio ce lo saremmo risparmiato.

Riuscito a metà, si diceva. Sì perché è innegabile la piacevolezza regalata da alcuni tocchi registici, quali le delicate dissolvenze che mescolano l’autore con i personaggi delle sue opere e i movimenti della macchina da presa, perforante nei primissimi piani e vivace nelle inquadrature d’insieme. 

Convince, decisamente, la fotografia virata al bruno, che mette lo spettatore, idealmente, dietro le lenti castane degli occhiali dello scrittore e gli mostra il mondo visto da lì. Standing ovation, senza discussioni, per Willem Dafoe, un Pasolini perfetto, nel volto e nella profondità. Superlativo. 

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani



Pubblicato su La Voce del Trentino il 5 settembre 2014

giovedì 4 settembre 2014

Venezia71. Sabina Guzzanti e la Trattativa

“Non è un film su Berlusconi, ma una pellicola sullo Stato e Cosa Nostra che, pare, abbiano intrattenuto tra loro rapporti stretti e poco puliti. Pertanto non credo sia giusto accostarlo all’opera di Franco Maresco, (Belluscone. Una storia siciliana) che non ho ancora visto ma, certamente, non perderò”. 

Così, Sabina Guzzanti, sulla sua pellicola, Fuori Concorso a Venezia71, accolta con favore e un lungo applauso dalla stampa presente alla proiezione del mattino. Un’opera riuscita, in cui nulla è stato lasciato al caso e di notevole valore estetico, impreziosita e coccolata dalla magistrale fotografia di Daniele Ciprì e dalla voce narrante della regista e sceneggiatrice.

Non un documentario e, forse, nemmeno un film, come solitamente lo intendiamo. La trattativa è un prodotto ibrido, adagiato in una zona di intersezione fra la fiction, il teatro e l’opera documentaristica, che si avvale di una grafica accattivante quale supporto per rendere chiaro un contenuto sudicio di cattive abitudini italiche e di malaffare.

La storia della (presunta) trattativa stato-mafia prende corpo così, tra il recitato e l’illustrato, con una scenografia che si svela tale quasi subito, mettendo a nudo il meccanismo del film nel film che dona alla pellicola un gusto così intenso al palato e piacevole all’olfatto.


È la stessa Guzzanti, inquadrata seduta tra gli attori, sguardo in macchina, ad alzare il sipario e mostrare l’anima della sua opera, prendendo a prestito una sequenza di un cortometraggio di Petri e Volontè: “Siamo un gruppo di lavoratori del mondo dello spettacolo…”.

Non un manuale di storia, non un pamphlet dal gusto partigiano come qualcuno vorrebbe, ma una ricerca di molti mesi su fatti di cronaca e atti giudiziari poi raccolti e sistemati in una ricostruzione che si stende sul piano temporale di quei tristi, primi, anni Novanta in Italia.

E i protagonisti, in questa pellicola, ci sono tutti o quasi: in immagini di repertorio, vecchie fotografie e nuovi volti del recitato. Oppure con il viso coperto da una maschera, perché in questa nostra storia può capitare che i cattivi si pentano e diventino buoni, con salto della staccionata che divide lo Stato e Cosa Nostra. Uno steccato, ideale, che se lo guardi da vicino mostra varchi e cancelli segreti che nessuno si prende la briga di chiudere o mascherare.

Ma in questa storia c’è dell’altro. Ci sono le bombe, i morti ammazzati, le agende e le deposizioni sparite. Ci sono i volti di chi lo Stato l’ha difeso ma non è stato difeso dalla Stato e le mani, sporche, di chi ha voluto che rimanesse tutto come prima, mentre il mondo cambiava e ci stava offrendo un passaggio verso una Storia diversa.

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani


Pubblicato su La Voce del Trentino il 4 settembre 2014

martedì 2 settembre 2014

Venezia71. Il favoloso di Martone e l’inusuale di Houellebecq

Due giorni di pioggia sul Lido e su Venezia71 e oggi qualche folata di vento freddo. Ma nulla è riuscito a sciacquare o spazzar via quel senso di delusione legato al film che Mario Martone dedica a Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso interpretato da Elio Germano. 

Il poeta catturato dalla macchina da presa del regista napoletano è esattamente lo stesso che abbiamo conosciuto nei libri di letteratura del liceo: deformato dai “sette anni di studio matto e disperatissimo”, soffocato dalla figura di un padre ingombrante e in costante conflitto con una vita che sembra riservargli solo dolore e insoddisfazione.

Il film non è brutto, intendiamoci. Solo un po’ fiacco e privo di fantasia, ma anche capace di intrigare, nei rari momenti in cui Leopardi esce dal biografico e declama con trasporto i suoi versi. Meglio ancora quando la colonna sonora entra in rotta di collisione con il piano narrativo, scuotendo l’intorpidito spettatore.

Germano, poi, recita con sincerità, anche sembra soffrire una sceneggiatura che veste come un paio di pantaloni troppo stretti, mentre la macchina da presa lo studia da vicino senza mai infilarsi nelle pieghe emotive di un personaggio così intenso e prismatico come il recanatese.

Un'opera cinematografica che il poeta meritava, ma riuscita forse a metà, come annunciato da un titolo non proprio irresistibile. Una pellicola non esaltante, dal gusto e andamento più televisivi che prettamente cinematografico.


Di segno opposto, invece, la sorprendente pellicola dei francesi Delèpine e de Kervern Near Death Experience, un film sorprendente, perfettamente adagiato nella sezione Orizzonti, sempre ricca di spunti e nuovi sguardi. Un film impreziosito da un’eccellente Michel Houellebecq, scrittore e sceneggiatore prestato alla recitazione, nei panni di Paul, un impiegato addetto al call center di una compagnia telefonica.

Diligente e puntuale, sebbene insoddisfatto, ha trascorso una vita da mediocre: per amore dei figli e per rispetto della moglie ha persino rinunciato a suicidarsi, lasciando che fossero le sigarette fumate senza tregua e qualche bicchiere in eccesso a scandire i ritmi di giornate sempre uguali. Fino a un venerdì 13. Fino a quando si lascia alle spalle la città e decide, senza annunciarlo, di recarsi in montagna per morire. Come un nativo americano ma contemporaneo e metropolitano.

Un film apparentemente senza trama e senza rotta riempito dalla gracile e sgraziata figura del protagonista, che sotto una maschera di uomo qualunque nasconde un’anima gentile e una profonda capacità di analisi. E così, tra danze pseudo sciamaniche ed esagerati primissimi piani arricchiti da una mimica straordinaria, Paul affronta un’esistenza di inettitudini con momenti di tale comicità che solo certe catastrofi sanno generare. Singolare, curioso, profondo e tanto inusuale da rivedere!

Emanuela Macrì 
photo.riccardogiuliani


Pubblicato il 2 settembre 2014 su La Voce del Trentino

lunedì 1 settembre 2014

Venezia71. Hungry Hearts e Belluscone

Il Lido sonnecchia ancora quando metto piede in Sala Grande per la prima proiezione (della giornata e in assoluto) di Hungry Hearts di Saverio Costanzo, italiano e in concorso. Alle 8.45 del mattino non sono moltissime le persone sprofondate nelle poltroncine. E il film proposto, certo, ha le sue ruvidità. 

Mina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver) si incontrano per la prima volta nel bagno di un ristorante cinese di New York. Lei lavora presso l’ambasciata italiana, lui è un ingegnere alle prese con un’imbarazzante emergenza intestinale. I due rimangono prigionieri del maleodorante vano per qualche minuto, ostaggi di una serratura difettosa e del destino che ha voluto farli conoscere.

Nonostante un imbarazzante primo (non concordato) appuntamento, i due finiscono per fare coppia fissa. E l’arrivo di un bambino pare aggiungere la ciliegina su una torta sobria ma non insipida, come la messa in scena, che restituisce scene di ordinaria normalità metropolitana.

La festa di nozze, celebrata qualche tempo più tardi, scivola in un rapido gioco di montaggio sulle note di Maniac (di Michael Sembello, 1983). L’abbinamento sembra un’ironica trovata del regista. Invece no. Si tratta, purtroppo, di un’amara anticipazione.

La donna, infatti, una volta diventata madre cercherà di portare all’estremo la sua convinta necessità di purificazione del corpo, che imporrà anche al neonato, sottoponendo entrambi ad una rigida dieta a base di semi oleosi e avocado. Inizia qui un vortice sempre più stretto di ossessioni in cui Mina, vittima di sé stessa, viene risucchiata, trascinandovi a forza tutta l’amorevole famiglia.


Film difficile, ma intenso. Ben recitato e per nulla irritante, come sostiene parte della critica, forse eccessivamente prevenuta. Delicato nel gioco di sguardi e attento a non cadere nel tranello del giudizio. Dispiace, e la dice lunga sullo stato del nostro cinema nel nostro paese che ad oggi non vi sia una prevista distribuzione della pellicola.

Uscirà nelle sale il prossimo 4 settembre, invece, Belluscone. Una storia siciliana, il film che porta Franco Maresco alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti. Un documentario in odor di fiction nato dal fallito tentativo dello stesso Maresco di confezionare un film sulle origini siciliane (e presunte mafiose) del successo di Silvio Berlusconi.

Espediente narrativo sarà la presunta sparizione del regista; a mettersi sulle tracce dell’irreperibile Maresco, che ha abbandonato film e ore di pellicola girata, sarà l’amico Tatti Sanguineti critico e storico del cinema, volto e voce narrante di questa storia.

Il risultato sarà un film a sangue misto, nato dall’unione di materiale destinato al film primario con collante girato ad hoc, evidenziato dal continuo, ma mai molesto, cambio di fotografia con un passaggio netto e giustificato dal colore al b/n.

Accoglienza calorosa a Venezia71, con meritatissimi minuti di applausi e qualche coretto d’approvazione. Peccato che Franco Maresco, ancora latitante, non li abbia potuti apprezzare. E poco importa di sapere quanto in questo Belluscone, e nella storia che gli fa da cornice, sia vero o non lo sia. Quel che interessa è riscoprire quanto il nostro cinema abbia ancora da dire. E, soprattutto, vedere sullo schermo quanto e come ancora lo sappia fare.

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani


Pubblicato su La Voce del Trentino l'01 settembre 2014