martedì 2 settembre 2014

Venezia71. Il favoloso di Martone e l’inusuale di Houellebecq

Due giorni di pioggia sul Lido e su Venezia71 e oggi qualche folata di vento freddo. Ma nulla è riuscito a sciacquare o spazzar via quel senso di delusione legato al film che Mario Martone dedica a Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso interpretato da Elio Germano. 

Il poeta catturato dalla macchina da presa del regista napoletano è esattamente lo stesso che abbiamo conosciuto nei libri di letteratura del liceo: deformato dai “sette anni di studio matto e disperatissimo”, soffocato dalla figura di un padre ingombrante e in costante conflitto con una vita che sembra riservargli solo dolore e insoddisfazione.

Il film non è brutto, intendiamoci. Solo un po’ fiacco e privo di fantasia, ma anche capace di intrigare, nei rari momenti in cui Leopardi esce dal biografico e declama con trasporto i suoi versi. Meglio ancora quando la colonna sonora entra in rotta di collisione con il piano narrativo, scuotendo l’intorpidito spettatore.

Germano, poi, recita con sincerità, anche sembra soffrire una sceneggiatura che veste come un paio di pantaloni troppo stretti, mentre la macchina da presa lo studia da vicino senza mai infilarsi nelle pieghe emotive di un personaggio così intenso e prismatico come il recanatese.

Un'opera cinematografica che il poeta meritava, ma riuscita forse a metà, come annunciato da un titolo non proprio irresistibile. Una pellicola non esaltante, dal gusto e andamento più televisivi che prettamente cinematografico.


Di segno opposto, invece, la sorprendente pellicola dei francesi Delèpine e de Kervern Near Death Experience, un film sorprendente, perfettamente adagiato nella sezione Orizzonti, sempre ricca di spunti e nuovi sguardi. Un film impreziosito da un’eccellente Michel Houellebecq, scrittore e sceneggiatore prestato alla recitazione, nei panni di Paul, un impiegato addetto al call center di una compagnia telefonica.

Diligente e puntuale, sebbene insoddisfatto, ha trascorso una vita da mediocre: per amore dei figli e per rispetto della moglie ha persino rinunciato a suicidarsi, lasciando che fossero le sigarette fumate senza tregua e qualche bicchiere in eccesso a scandire i ritmi di giornate sempre uguali. Fino a un venerdì 13. Fino a quando si lascia alle spalle la città e decide, senza annunciarlo, di recarsi in montagna per morire. Come un nativo americano ma contemporaneo e metropolitano.

Un film apparentemente senza trama e senza rotta riempito dalla gracile e sgraziata figura del protagonista, che sotto una maschera di uomo qualunque nasconde un’anima gentile e una profonda capacità di analisi. E così, tra danze pseudo sciamaniche ed esagerati primissimi piani arricchiti da una mimica straordinaria, Paul affronta un’esistenza di inettitudini con momenti di tale comicità che solo certe catastrofi sanno generare. Singolare, curioso, profondo e tanto inusuale da rivedere!

Emanuela Macrì 
photo.riccardogiuliani


Pubblicato il 2 settembre 2014 su La Voce del Trentino