giovedì 24 dicembre 2015

Schiacciate e clarinetto per Maria Segura Pallarès

Il sassofono ha una maggiore sonorità rispetto al clarinetto ma questo, a differenza del primo, ha il vantaggio di poter suonare in un’orchestra. Questa l’essenza di una battuta di un celebre film di qualche anno fa. Questa, anche, l’essenza di Maria Segura Pallarès, clarinettista provetta e schiacciatrice della Delta Informatica Trentino Rosa, arrivata dalla Spagna in questo estremo angolo di nord passando per la Sardegna e una stagione, la scorsa, tra le fila dell’Entu Olbia. “Giocare in Italia – racconta Maria – era nella lista dei desideri da trasformare in realtà e un passaggio obbligato per raggiungere quella maturità sportiva e tecnica alla quale ambisco”.

Dopo qualche anno nella massima serie del campionato iberico in una società, quella del CVB Barcelona, e in una situazione resa perfetta anche dall’arrivo da Madrid della sua amica di sempre Sofia, per Maria arriva la chiamata d’imbarco e l’occasione di misurarsi con un’altra pallavolo. “Una scelta che rifarei altre mille volte, se necessario. Nonostante il peso del distacco dalla mia casa e da una squadra divenuta nel tempo una seconda famiglia, allargata. Una vera e propria orchestra”. Una partenza, la sua, impreziosita da una frase che papà le sussurra all’orecchio: “Buona fortuna! Ma non dimenticare che la fortuna va cercata!”. Ma “anche aiutata - aggiunge Maria, ricordando - con lavoro e dedizione. La buona sorte non va sfruttata ma gestita”. Una precisazione che, senza gettare la benché minima ombra di presunzione, la dice lunga su questa atleta giovane ma coscienziosa, scanzonata ma risoluta, allegra ma diligente.



E se la strada del volley la porta lontana dalla Catalogna, non va dimenticato quel tracciato inatteso che al volley l’aveva condotta, da bambina, quando sognava un futuro con la divisa da vigile del fuoco: “La scelta, in fatto di sport – racconta sorridendo la schiacciatrice spagnola – era caduta sul calcio. Ma per non soffrire di solitudine, visto che nessuna delle mie compagne di classe voleva tirar calci ad un pallone, ho ripiegato sulla pallavolo”. A farle capire quanto fortunata e azzeccata sia stata quella scelta operata quasi per caso ci penseranno poi la vita e quella maglia numero 16 vestita con orgoglio nel doppio ruolo di opposta nella Nazionale spagnola e schiacciatrice nella squadra di club. 

Un cambio che Maria gradisce e accoglie con la serenità che la contraddistingue. Una duplice identità sportiva che non le dispiace e risulta confacente all’astrologia che la vuole nata sotto il segno dei Gemelli e, a quanto pare, sotto una buona stella. Sotto il cielo della Barcellona del 1992, infatti, nella stessa estate in cui la piccola Segura vedeva la luce per la prima volta, atleti e squadre nazionali si sfidavano nei XXV Giochi Olimpici. E sarà un caso, o forse no, ma se un obiettivo da raggiungere nella vita di Maria non ha ancora preso forma, per quanto riguarda la carriera non vi è dubbio alcuno: c’è un desiderio che ha tanti colori ma un solo nome, Olimpiade

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani


Pubblicato sul nr.126 di IVolleymagazine del 23 dicembre 2015

martedì 7 luglio 2015

Oltre il paradosso. Dissonanze erotiche

La dissonanza è una accostamento che produce un effetto disarmonico; è mancanza di accordo, incongruenza. E Anna sembra incarnare a pieno questo disaccordo fra la sua condotta di vita e l’amore senza omissioni per suo marito Rami. Lei, protagonista femminile di quelle Dissonanze erotiche che accompagnano la sua vita e l’hanno trasformata. Lui che da lontano la segue senza mai perdere il filo del discorso. Sullo sfondo l’Europa di metà anni ’80 e l’ombra della nuova malattia che, con il senno di poi, sappiamo cambierà anche il modo di amare e di amarsi.

Tra loro un messaggio in lingua romena affidato ad una cartolina che porta il timbro postale di una lontana cittadina adagiata alla sorgente del Danubio e che diviene, nel giro di poche ore, il primo passo di un improvvisato percorso verso l’ignoto. Un viaggio che aveva già preso forma nei sogni dei due giovani sposi, modellato dalle parole di Rami che quei luoghi li aveva conosciuti quando, lontano dalla sua Belgrado, vi aveva soggiornato durante le ricerche per la sua tesi di laurea. Un viaggio che sarà diverso da tutte quelle fantasie sbriciolate da una realtà fatta di bollettini medici, analisi e cure efficaci da sperimentare.

Distanze da coprire e uno scopo da inseguire: questa sarà la missione di Anna, che contro la propria volontà e con tanta amarezza in fondo al cuore, affronterà il suo cammino. Per l’amore che li lega e per quel futuro a cui, entrambi, non vogliono smettere di credere. Sulla strada incontrerà persone, passioni brucianti ma fugaci, sapori e diversità. Conoscerà e ritroverà negli occhi dei viandanti le storie che narrano un secolo di migrazioni, persecuzioni ed eventi che hanno cambiato il volto di un continente.

Ma, soprattutto, si confronterà con sé stessa: una donna che si interroga sul proprio agire senza condannarsi, aiutandosi così ad accettarsi e una moglie capace di vivere senza limiti e, al contempo senza inganno, il grande sentimento che la lega al marito lontano. La loro relazione, infatti, non smette di essere alimentata e non viene intaccata né corrosa dalla continua ricerca della donna di appagamento e sazietà sessuale. Il loro amore è molto più forte del paradosso che appare.

In Dissonanze erotiche (edizioniAnordest) la scrittrice trentina Luciana Battan accompagna lettrici e lettori in un viaggio che si srotola sulla via del fiume Danubio per concludersi in un sequel in corso di pubblicazione, attraversando un mondo che contiene molti mondi diversi, tra musiche, lingue e tradizioni, sapori antichi e un indomabile appetito erotico.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 6 luglio 2015

sabato 6 giugno 2015

Occhi puntati sulla vita. Youth. La giovinezza

Youth. La giovinezza. Non proprio o, meglio, non solo. Perché Paolo Sorrentino scrive e dirige un film sulla vita e sulla consapevolezza che il suo scorrere sa donare, per poi divertirsi a confondere lo spettatore con un titolo che veste come una gonna troppo stretta e troppo corta.

Non una pellicola sulla primavera della vita, dunque. Ma nemmeno sul suo autunno, sebbene l’hotel che accoglie i protagonisti del racconto con i loro bagagli carichi di vissuto e tanto presente, a tratti sembri assomigliare più ad un ospizio che ad una spa. E il dubbio, ad ogni buon conto, rimane anche dopo l’ultimo titolo di coda.

“Da giovani si vede tutto da vicino: quello è il futuro. Da vecchi si vede tutto da lontano: quello è il passato” dice un affermato (e attempato) regista che ha il volto e la bellezza senza tempo di Harvey Keitel, mentre il suo consuocero (Michael Caine) e amico di sempre fa i conti con una carriera che ritiene, insindacabilmente conclusa. Insindacabilmente?

Se il primo è alle prese con la scrittura del suo film testamento ed un finale dello stesso che tarda ad arrivare alla sua penna, il secondo deve confrontarsi con una vita, passata, da direttore d’orchestra proprio lui che, nel ruolo di padre e marito, non è riuscito nemmeno a tenere il tempo dei ritmi familiari.

Attorno ai due uomini, e i loro quotidiani confronti tanto sul dosaggio giornaliero di urina prodotta quanto sullo stato di salute della prostata, danza una variopinta umanità che sembra avere il preciso compito di scardinare stereotipi e sbattere la porta in faccia ai pregiudizi.

Tra questi spiccano un giovane attore californiano (Paul Dano) capace di togliersi la patina di bello e dannato dichiarando di leggere (e conoscere!) Novalis mentre Miss Universo (Madalina Ghenea) dimostra di non essere solo una statua vivente di rara bellezza ma, anche e soprattutto, di avere un cervello, brillante, e un’insospettabile dose di ironia.

Sorrentino semina tra i suoi fotogrammi, con solita abilità, messaggi e visioni, simboli e allusioni senza trascurare anche il minimo particolare (a proposito: avete notato la serie dei quadri che adornano le pareti interne dell’hotel?), scrivendo un film corale, complesso e affascinante, incartato in una fotografia tanto limpida che sembra conficcarsi nei grigi cieli elvetici dell’ambientazione.

Da vedere perché: è un film in cui si trovano e si raccontano più visioni sulla vita. Per sfatare il mito di una gioventù disimpegnata e incapace di fare i conti con il passato, anche con quello collettivo. Per capire che “è il desiderio che ci rende vivi” e non la cronologia che il tempo incide sulla pelle. Occhi puntati sulla vita, insomma. Vi sembra poco? 

Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce del Trentin il 5 giugno 2015

giovedì 26 marzo 2015

Se Nessuno si salva da solo, chi salverà nessuno?

Se Nessuno si salva da solo, chi salverà la famiglia? O chi, almeno, ci proverà Gaetano (Riccardo Scamarcio) e Delia (Jasmine Trinca) ci provano: a fare una famiglia, a vivere nonostante tutto, ad accordarsi su un futuro, il loro, che sembra fumoso e lontano dal tavolo del ristorante dove si trovano a discuterne. 

Attorno a loro un vortice di ricordi, di momenti indimenticabili e fastidiosi dolori. Di errori e decisioni prese, torti fatti e subiti, di ragioni e quotidianità. In una storia, d’amore e famiglia, che si compone tra le mani degli spettatori, grazie ad un gioco abile e misurato in bilico fra il passato prossimo e il presente indicativo.


La storia di Delia e Gaetano, due genitori tra i tanti in una vita tra le tutte, esce dalle pagine e dal cuore di Margaret Mazzantini, autrice del libro e sceneggiatrice del film, diretto dal di lei marito Sergio Castellitto. Una coppia impegnata a raccontare la storia di una, un’altra, coppia.

A scandagliarne il dolore del fallimento ma, anche e per fortuna, a riaccenderne speranze. Perché quando a fine serata, una coppia di qualche decennio più anziana che qualche tavolo più in là festeggiava e brindava, si avvicina, Delia e Gaetano possono accogliere la lezione di vita che non si aspettavano.

E allora ecco tutto torna in discussione. Perché a casa, quella che è stata la loro casa, ci sono due bambini ancora piccoli, con un domani da decidere e un presente confuso tra le lacrime e le accuse, reciproche, dei grandi. Nel piatto, di questo film come in quello della vita di tutti i giorni, ci sono tanti problemi reali e molte situazioni che con una buona dose di pazienza e qualche grammo d’amore diverrebbero, almeno in parte, superabili.


Ma ci vuole tanto e condiviso impegno, per far sì che il cibo da delizia del palato non diventi la valvola di sfogo della frustrazione; che il tradimento, le recriminazioni, la noia, le responsabilità non saturino l’aria e che gli spazi, fisici e non solo, non arrivino a stringere la gola fino a trasformare in claustrofobica una casa che era un nido.

Perché Nessuno si salva da solo. Anche se nulla è perduto e “non è finita finchè non è finita”.
Da vedere perché: Delia ama i film con i finali aperti. E…


Emanuela Macrì

foto fonte web
Pubblicato su La Voce del Trentino il 25.03.2015

mercoledì 28 gennaio 2015

Il nome del figlio, nel nome del figlio

Con un salto siamo nel Duemila, alle porte dell’universo, importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi”. Così cantavano Paolo, Betta, Sandro e Claudio, liceali spensierati in un’estate dei primi anni Ottanta, sulle note di Telefonami tra vent’anni di Lucio Dalla

E vent’anni, anzi trenta, sono passati da allora e sembrano così lontani da una sera di un Duemila avanzato in cui Paolo (Alessandro Gassman) si trova a festeggiare l’imminente paternità a casa della sorella Betta (Valeria Golino) e del cognato Sandro (Luigi Lo Cascio) in compagnia dell’amico di sempre Claudio (Rocco Papaleo).

Paolo che si è gettato alle spalle un passato da primogenito di famiglia radical chic, ha sposato la bella e (apparentemente) inconsistente Simona (Micaela Ramazzotti) fa l’agente immobiliare e guida un ingombrante SUV, oltre che una smodata sbruffoneria.



Sua sorella Betta, invece, è rimasta imbrigliata nella rete della precarietà dell’insegnamento e dell’opaca vita famigliare, divisa tra il suo matrimonio con Sandro, docente universitario, e l’amicizia con Claudio, musicista e probabile omosessuale nonché depositario di ogni suo segreto.

Tra loro Simona, l’ultima arrivata e ad arrivare. Fuori tempo e fuori contesto ma centrata nel ruolo della svampita che le azzecca tutte. Ha persino scritto un libro, tanto trash che nessuno dei commensali è intenzionato al leggerlo, tanto attuale da scalare le classifiche di vendita, tanto centrato che della sua protagonista basta l’iniziale. Il nome si può omettere.

Sarà Il nome del figlio, o meglio uno scherzo ad esso legato, ad infuocare una serata tiepida e una commedia dal ritmo soave ma dall’anima potente. Perché Francesca Archibugi dimostra grande abilità nel direzionare un film lungo le vie di una sceneggiatura educata e intelligente, ma allo stesso tempo spietata e sincera.

E di saper accompagnare la macchina da presa tra i cieli romani e poi giù, per 90 minuti tra la terrazza e i vani di una casa invasa dai libri, tra le pieghe e le piaghe della famiglia, in un confronto serrato con il passato che non dà tregua a chi non sa uscirne.


Il nome del figlio, o nel suo nome è un viaggio nel passato, andata e ritorno, biglietto unico. Con qualche salto nella gioventù, per scoprire come eravamo e come siamo anche se, come dice Betta “non siamo più come prima. Il prima non c’è più”.

E così tutto si anima e tutti si animano in nome di qualcosa e nel proprio nome, mentre “i bambini ci guardano” (come titolava il bellissimo film di Vittorio De Sica del 1943) e non riescono a dormire perché gli adulti gridano. Quei bambini di oggi che ci guardano attraverso droni che telecomandano con il tablet, quando i bambini di ieri si accontentavano di accovacciarsi e spiare i grandi da dietro una siepe.

Il risultato, ad ogni buon conto, non cambia. Perché i piccoli sono sempre, e loro malgrado, chiamati a fare i conti con il presente e con il passato. Magari attraverso nomi pesanti e carichi di significati che oggi si perdono tra le beffe dei compagni di scuola, tra il cinismo politicamente scorretto e il sarcasmo qualunquista di genitori troppo o troppo poco adulti. 

Da vedere perché: vale la pena di capire che “di tempo per cambiare ce n’è”. Come sosteneva Lucio Dalla.

Emanuela Macrì


mercoledì 7 gennaio 2015

Le regole segrete del gioco. The Imitation Game

Ci sono verità che affiorano dopo cinquant’anni, liberate dalla ganascia del Segreto di Stato che le costringeva al silenzio. Ci sono storie che non dovrebbe subire l’ingiuria della polvere ma essere raccontate, perché se ne possa raccogliere l’insegnamento. 

Poi però ci si scontra con il diritto e la politica. E allora ci si accorge che le storie, le umane vicende, seppur eccezionali, possono essere sacrificate alla ragion di Stato. Perché il Potere, a volte (e troppo spesso) vince sulla Bellezza.

Alan Turing (Benedict Cumberbatch) è un bambino prodigio. Nell’Inghilterra del post Grande Guerra, studia in un collegio maschile e si lega a Christopher, un suo coetaneo con cui condivide la passione per la crittografia e, forse, un adolescenziale amore che tenta di nascondere.

Nel 1951, divenuto docente e studioso di matematica, subisce un tentativo di furto al quale consegue un arresto per atto osceni: nell’Inghilterra del tempo l’omosessualità è un reato e sebbene Turing non si macchi di alcun atto che si possa reputare realmente osceno, si vedrà processato e condannato ad una terapia ormonale mirata alla riduzione della libido e, quindi, alla progressiva incapacità sessuale.


Tra i due periodi si colloca una guerra, la seconda Guerra mondiale, da vincere per la Gran Bretagna anche sul piano della strategia. Anche grazie al contributo e al lavoro delle menti inglesi più brillanti, tra le quali spicca proprio quella di Alan Turing, il quale mette studi e intuizioni, nonché le grandi abilità in campo crittografico al servizio del Governo inglese, in una missione segreta e che rimarrà tale.

Il regista norvegese Morten Tyldum incornicia la vita di Turing in un biopic dalla fattura impeccabile e perfettamente aderente ai canoni del genere ma non per questo scontato. La decisione di correre in maniera (solo apparentemente) disordinata sull’asse temporale, ad esempio, regala grande organicità al racconto, riuscendo nell’intento di raccontare un’esistenza mettendone a fuoco i momenti cruciali senza rinunciare alla visione in campo lungo della vita e della Storia.

The Imitation Game risulta un film ricco e denso, che non affida a particolari picchi narrativi la sua intensità, ma preferisce una messa in scena sobria e un ritmo regolare, mentre può contare sulla lodevole interpretazione di un cast di prim'ordine. La sceneggiatura si muove tra i piani della segretezza e della strategia, cui fanno eco tanto il titolo quanto ogni aspetto della storia.

In mezzo si trattano codici da decifrare, tattiche belliche da non rivelare, segreti inaccessibili e lavori sotto copertura che si intrecciano, in gioco imitativo, alla vita dei singoli protagonisti di questa storia, con le loro intimità da tutelare, costretti a scelte dolorose e silenzi che vanno oltre la missione. Il tutto chiuso in poche stanze dove numeri e macchine possono decidere della vita di milioni di persone.

Da vedere? Sì, per conoscere tutti i particolari che qui non sono stati (volutamente) svelati.

Emanuela Macrì