mercoledì 5 febbraio 2014

Georgia O’Keeffe. Una fisicità rocciosa ed un’anima a colori

L’Europa si accorgerà di lei solo dopo che avrà lasciato la sua vita terrena. E dire che di tempo, il vecchio continente, ne aveva avuto e tanto. Quasi un secolo, da quel lontano 1887 che ha visto nascere, in una fattoria del Wisconsin, una pittrice tanto amata in patria, quanto sconosciuta altrove. Lei è Georgia O’Keeffe. Novantotto anni vissuti fra arte e deserto. 

"Ci ha aiutato a vedere la bellezza grande in quello che era piccolo" dice Barack Obama quando racconta di lei alle figlie, nel libro Di voi io canto. Lettere alle mie figlie, ed. Rizzoli (2011), quando tratteggia il profilo di quella pittrice sublime, la più brava per alcuni, riuscita ad aprirsi un varco in un mondo così prepotentemente maschile come quello dell’arte di inizio secolo scorso, ed a trovare in un uomo l’esortazione e la comprensione, la fiducia ed il credito artistico. 

Non sarà un’unione facile e, forse, nemmeno perfettamente felice, quello con l’artista e fotografo Alfred Stieglitz. Ma di certo sarà un amore in grado di cambiare il corso di due vite. Lui, sposato e vent’anni più grande, lascerà la moglie per vivere con lei, Georgia, e poi sposarla nel 1924. Un incontro, il loro, avvenuto fra i locali della galleria che Stieglitz gestisce a New York, sulla Fifth Avenue 291, gli stessi che nel 1916 accoglievano le opere della O’Keeffe in una collettiva. 

Foto fonte web

Un matrimonio ed una storia d’amore che viaggiano sui binari dell’estro artistico. Lei dipinge senza sosta ma non si sottrae all’obiettivo di Alfred, che negli anni confeziona una biografia per immagini di una donna tenace ed un’artista dall’animo disinibito.Tanto libera da posare senza trucco e senza veli, non per scandalizzare ma per mostrare la propria essenza, grazie alla ruvida bellezza ed alla forza penetrante della sua corporeità.

Una fisicità rocciosa ed un temperamento artistico ardente: Georgia, è un vero vulcano creativo. Le sue tele accolgono e si immergono nel panorama che la avvolge, distinguendo di volta in volta il territorio che vive. Dalla campagna del Winsconsin in cui nasce al deserto del New Mexico che sceglie, dapprima per lunghi periodi di congedo dalla vita mondana poi, a qualche anno dalla morte del marito avvenuta nel 1946, quale luogo di residenza. 

A partire dagli anni ’10 i suoi paesaggi sfumati si accendono per opera di un cromatismo dai toni tendenti alla saturazione, rivelatore della partecipazione emotiva dell’artista al momento creativo. Poi negli anni ’20, avvicinandosi al realismo delle correnti europee, esplorano la Grande Città allora patrimonio artistico maschile, in un regime quasi monopolistico, per tratteggiare “la New York che avverte e non la new York che è” con uno studio meticoloso della luce ed una grande attenzione ai riflessi che la stessa regala alle architetture urbane. 

Per questo la pittura della O’Keffee sembra guardare più in là della tela e gettare lo sguardo su quel rapporto personale che l’autrice intrattiene con la fotografia, così mischiato con quell’ammirazione ed attenzione per il lavoro dei fotografi figurativi che frequentano la galleria e che si dichiarano alla ricerca dello scatto puro, composto non solo da un buon soggetto ma anche dalla cura della composizione e dallo studio maniacale della migliore illuminazione. 

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Un rapporto, quello tra l’arte di Georgia ed il territorio, che non diminuisce nel tempo la sua carica d’influenza. Un legame con la natura destinato a non spezzarsi mai ma a diventare, semmai, sempre più intenso ed intimo, sempre più fisico. Come testimoniano le ossa ed i crani animali trovati tra la sabbia dei deserti del New Mexico che invadono la casa che la ospita durante i soggiorni a Santa Fe e le opere che prendono vita da quel periodo in poi.  

Niente di macabro, però. Perché dimostrando grande spessore estetico riuscirà ad accostare gli elementi riconducibili alla morte ad altri, simbolo di vita e delicatezza. Come quando accanto ai teschi cornuti di bufalo, bianchissimi, pennella delicati fiori colorati e pulsanti, giocando sulla contrapposizione concettuale riassunta in un duello di chiaroscuri e piani di rappresentazione ambientati in polverosi scorci di deserto, baciati dal sole e talvolta oscurati da un cielo di nuvole arrabbiate.

Con il tempo dal pennello di Georgia usciranno paesaggi dai contorni più definiti e meno evanescenti rispetto ai precedenti, ed una maggiore decisione del tratto si vedrà affiancata da una cromaticità sempre più vicina alle tinte tenui del deserto. Il colore, però, non smetterà i panni del protagonista. Anzi. Sarà il cardine, il perno attorno al quel girerà l’intera, lunga, opera della O’Keeffe. Il suo mezzo espressivo più rappresentativo. 

E centrali, nella sua pittura, saranno i fiori, che raccontati in risoluti fuori scala occupano, materialmente, le tele e la fantasia della pittrice. Il suo emblema diverrà il giglio-calla. Sono figure inanimate ma capaci di  acquistare individualità attraverso inquadrature dal taglio deciso e decisamente fotografico, a cui si aggiungono pennellate corpose e fondali che vi attribuiscono consistenza.

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Una vita lunga e densa di viaggi, incontri, eventi importanti, come la retrospettiva che nel 1946 il Museum of Modern Art di New York le dedica. Una vita celebrata anche dal cinema, che le dedicherà due lungometraggi, il primo ad opera di Perry Miller Adato che nel 1977 dirige A Portrait of an Artist quale omaggio ai novant’anni dell’artista ed il secondo, destinato al circuito televisivo statunitense, del 2009. 

In occasione del centenario della nascita la National Gallery di Washington le dedica una grande mostra progettata con l’artista ancora in vita, ma che non riuscirà a vedere inaugurata. Georgia O’Keffee muore il 6 marzo del 1986 a Santa Fe. Per suo espresso desiderio le sue ceneri verranno sparse sui terreni che circondano la sua casa nel deserto. 

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Con lei se ne va una donna che ha legato l’arte alla sua forte personalità. Un’artista che ha trovato nel verbo pittorico un luogo di esplorazione del sentire e legato ogni tecnica al momento del vissuto, dal carboncino all’acquerello passando per il colore ad olio. Una donna intensa come il colore dei suoi quadri ed ariosa come i paesaggi che amava riprodurre.

Se ne erano accorti tutti della grandezza di Georgia O’Keeffe. Tutti tranne la vecchia e sonnolenta Italia, che la celebrerà solo dopo la sua dipartita, con una mostra tardiva. Decisamente tardiva.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 05 febbraio 2014