L’Europa si accorgerà di lei solo dopo che
avrà lasciato la sua vita terrena. E dire che di tempo, il vecchio continente,
ne aveva avuto e tanto. Quasi un secolo, da quel lontano 1887 che ha visto
nascere, in una fattoria del Wisconsin, una pittrice tanto amata in patria,
quanto sconosciuta altrove. Lei è Georgia O’Keeffe. Novantotto anni
vissuti fra arte e deserto.
"Ci ha aiutato a vedere la bellezza
grande in quello che era piccolo" dice Barack Obama quando
racconta di lei alle figlie, nel libro Di voi io canto. Lettere alle mie
figlie, ed. Rizzoli (2011), quando tratteggia il profilo di quella pittrice
sublime, la più brava per alcuni, riuscita ad aprirsi un varco in un mondo così
prepotentemente maschile come quello dell’arte di inizio secolo scorso, ed a
trovare in un uomo l’esortazione e la comprensione, la fiducia ed il credito
artistico.
Non sarà un’unione facile e, forse,
nemmeno perfettamente felice, quello con l’artista e fotografo Alfred
Stieglitz. Ma di certo sarà un amore in grado di cambiare il corso di due
vite. Lui, sposato e vent’anni più grande, lascerà la moglie per vivere con
lei, Georgia, e poi sposarla nel 1924. Un incontro, il loro, avvenuto fra i
locali della galleria che Stieglitz gestisce a New York, sulla Fifth Avenue
291, gli stessi che nel 1916 accoglievano le opere della O’Keeffe in una
collettiva.
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| Foto fonte web |
Un matrimonio ed una storia d’amore che
viaggiano sui binari dell’estro artistico. Lei dipinge senza sosta ma non si
sottrae all’obiettivo di Alfred, che negli anni confeziona una biografia per
immagini di una donna tenace ed un’artista dall’animo disinibito.Tanto libera
da posare senza trucco e senza veli, non per scandalizzare ma per mostrare la
propria essenza, grazie alla ruvida bellezza ed alla forza penetrante della sua
corporeità.
Una fisicità rocciosa ed un temperamento
artistico ardente: Georgia, è un vero vulcano creativo. Le sue tele accolgono e
si immergono nel panorama che la avvolge, distinguendo di volta in volta il
territorio che vive. Dalla campagna del Winsconsin in cui nasce al deserto
del New Mexico che sceglie, dapprima per lunghi periodi di
congedo dalla vita mondana poi, a qualche anno dalla morte del marito avvenuta
nel 1946, quale luogo di residenza.
A partire dagli anni ’10 i suoi paesaggi
sfumati si accendono per opera di un cromatismo dai toni tendenti alla
saturazione, rivelatore della partecipazione emotiva dell’artista al momento
creativo. Poi negli anni ’20, avvicinandosi al
realismo delle correnti europee, esplorano la Grande Città allora patrimonio
artistico maschile, in un regime quasi monopolistico, per tratteggiare “la
New York che avverte e non la new York che è” con uno studio meticoloso
della luce ed una grande attenzione ai riflessi che la stessa regala alle
architetture urbane.
Per questo la pittura della O’Keffee
sembra guardare più in là della tela e gettare lo sguardo su quel rapporto
personale che l’autrice intrattiene con la fotografia, così mischiato con
quell’ammirazione ed attenzione per il lavoro dei fotografi
figurativi che frequentano la galleria e che si dichiarano alla
ricerca dello scatto puro, composto non solo da un buon soggetto ma anche dalla
cura della composizione e dallo studio maniacale della migliore
illuminazione.
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| Foto fonte web |
Un rapporto, quello tra l’arte di Georgia
ed il territorio, che non diminuisce nel tempo la sua carica d’influenza. Un
legame con la natura destinato a non spezzarsi mai ma a diventare, semmai,
sempre più intenso ed intimo, sempre più fisico. Come testimoniano le ossa ed i
crani animali trovati tra la sabbia dei deserti del New Mexico che invadono la
casa che la ospita durante i soggiorni a Santa Fe e le opere
che prendono vita da quel periodo in poi.
Niente di macabro, però. Perché
dimostrando grande spessore estetico riuscirà ad accostare gli elementi riconducibili
alla morte ad altri, simbolo di vita e delicatezza. Come quando accanto ai teschi cornuti
di bufalo, bianchissimi, pennella delicati fiori colorati e pulsanti, giocando
sulla contrapposizione concettuale riassunta in un duello di chiaroscuri e
piani di rappresentazione ambientati in polverosi scorci di deserto, baciati
dal sole e talvolta oscurati da un cielo di nuvole arrabbiate.
Con il tempo dal pennello di Georgia
usciranno paesaggi dai contorni più definiti e meno evanescenti rispetto ai
precedenti, ed una maggiore decisione del tratto si vedrà affiancata da una
cromaticità sempre più vicina alle tinte tenui del deserto. Il colore, però,
non smetterà i panni del protagonista. Anzi. Sarà il cardine, il perno attorno
al quel girerà l’intera, lunga, opera della O’Keeffe. Il suo mezzo espressivo
più rappresentativo.
E centrali, nella sua pittura, saranno i
fiori, che raccontati in risoluti fuori scala occupano, materialmente, le tele
e la fantasia della pittrice. Il suo emblema diverrà il giglio-calla. Sono
figure inanimate ma capaci di acquistare individualità attraverso
inquadrature dal taglio deciso e decisamente fotografico, a cui si aggiungono
pennellate corpose e fondali che vi attribuiscono consistenza.
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| Foto fonte web |
Una vita lunga e densa di viaggi,
incontri, eventi importanti, come la retrospettiva che nel 1946 il Museum
of Modern Art di New York le dedica. Una vita celebrata anche dal
cinema, che le dedicherà due lungometraggi, il primo ad opera di Perry Miller
Adato che nel 1977 dirige A Portrait of an Artist quale omaggio ai novant’anni
dell’artista ed il secondo, destinato al circuito televisivo statunitense, del
2009.
In occasione del centenario della nascita
la National Gallery di Washington le dedica una grande mostra
progettata con l’artista ancora in vita, ma che non riuscirà a vedere
inaugurata. Georgia O’Keffee muore il 6 marzo del 1986 a Santa Fe. Per suo
espresso desiderio le sue ceneri verranno sparse sui terreni che circondano la
sua casa nel deserto.
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| Foto fonte web |
Con lei se ne va una donna che ha legato
l’arte alla sua forte personalità. Un’artista che ha trovato nel verbo
pittorico un luogo di esplorazione del sentire e legato ogni tecnica al momento
del vissuto, dal carboncino all’acquerello passando per il colore ad olio. Una
donna intensa come il colore dei suoi quadri ed ariosa come i paesaggi che
amava riprodurre.
Se ne erano accorti tutti della grandezza
di Georgia O’Keeffe. Tutti tranne la vecchia e sonnolenta Italia, che la
celebrerà solo dopo la sua dipartita, con una mostra tardiva. Decisamente
tardiva.
Emanuela Macrì
Pubblicato
su La Voce del Trentino il 05 febbraio 2014



