giovedì 30 gennaio 2014

La mafia uccide solo d'estate. Davvero?

Non è un film sulla mafia. E nemmeno un film su Palermo. La mafia uccide solo d’estate, semmai, è un film che spiega, in modo originale ed efficace, perché "a Palermo la mafia condiziona la vita di tutti”. 

Come sostiene e racconta Arturo, un bambino (Alex Bisconti) che nel capoluogo siciliano ci vive e diventa adulto. Ad interpretare l’Arturo fattosi uomo è Pierfrancesco Diliberto, conosciuto ai più come Pif: abituati a vederlo in televisione, telecamera alla mano e auricolari perennemente adagiate nelle orecchie, non ci deluderà sul grande schermo nei panni dell’attore e regista di sè stesso.

Diliberto, che di cinema ne sa avendo avuto l’opportunità di formarsi al fianco di Franco Zeffirelli e Marco Tullio Giordana, riesce nel delicato compito di raccontare la difficile convivenza imposta dalla mafia ad una città come Palermo, divisa da un muro di omertà e piagata nel suo divenire da un nemico invisibile capace di penetrare la vita altrui e plasmarla senza scampo.


Quel che stupisce, di questa pellicola, non è il significato del messaggio, ma il suo significante, capace di regalare quel tocco di originalità che troppo spesso manca, nell’arte in genere, mescolando alle scene del girato alcune immagini di un repertorio che ogni italiano oltre i trenta conosce e ricorda.

Lo spettatore viene, così, trascinato lungo le vie degli assassini e delle deflagrazioni, passando per le aule bunker del maxi processo, fino alla cattedrale cittadina dove si celebrano i funerali degli agenti della scorta di Paolo Borsellino, vittime dell’attentato del 19 luglio 1992.

Ed alla narrazione inzuppata di esperienza e vissuto, si mescola il sapore vigoroso dell’ironia che non rovina ma esalta, semmai, un piatto ricco ed elaborato guarnito del sincero amore di Pif per la città natale. 

Un sentimento che porta il debuttante regista a mettere in primo piano una storia d’amore nata fra i banchi di una scuola elementare e sbocciata davanti all’ineluttabile presa di coscienza di quanto serva, oggi come ieri, una nuova coscienza sociale e civile; e come la stessa debba transitare, necessariamente, attraverso una nuova educazione alla verità.

La decisione di lasciare sullo sfondo le storie della mafia, sminuendo la figura del boss granitico per esaltare le tante persone che hanno incarnato la lotta contro Cosa Nostra, risulta essere uno stratagemma efficace a renderle protagoniste della vita di un bambino come Arturo, che ha scelto Giulio Andreotti per eroe ed un giornalista, epurato, per amico. Un’ anima, giovane, ma già specchio di questa città a due anime.


Da una parte barocca, nei saloni dei suoi palazzi silenziosi e dall’altra perfettamente anni ’70, nei giochi colorati delle sue carte da parati. Piegata da un nemico invisibile ma testardamente onesta e ribelle nel dedicare alle proprie vittime una memoria tangibile e leggibile nelle lapidi apposte nei luoghi della morte.

Da vedere perché: per bruciare quel velo di indifferenza che alla domanda “Dobbiamo avere paura della mafia?” fa rispondere ad un genitore “Ma no! La mafia uccide solo d’estate e qui è ancora inverno! Dormi tranquillo, Arturo”.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del trentino il 25 gennaio 2014