lunedì 25 febbraio 2013

Noi siamo infinito

The Perks of Being a Wallflower è il romanzo da cui è tratto il film che in Italia è uscito il 14 febbraio con il titolo Noi siamo infinito. A scriverlo è Stephen Chbosky, che poi sceneggia e dirige la pellicola ispirata a questo caso letterario, che negli Stati Uniti ha venduto circa un milione di copie.
La storia, ambientata nei primi anni ’90, è narrata in prima persona da Charlie, un quindicenne intelligente e sensibile che, uscito da una situazione di disagio post traumatico, si trova affrontare la nuova sfida del suo primo anno alle scuole superiori. Ad attenderlo c’è una realtà cui sembra mal adattarsi, nonostante tutti gli sforzi profusi per farsi accettare dalla comunità studentesca.
Fino al fatidico incontro con Patrick, un eccentrico ragazzo dell’ultimo anno, e con la sua sorellastra Emma, da cui nascerà un’amicizia che per Charlie segna l’inizio della sua nuova vita da adolescente, con tutte le gioie, i dolori e le difficoltà di quell’età. Ma che, soprattutto, permette al giovane protagonista di superare il confine che separa tra loro sofferenza e rinascita.

Ad incorniciare il neocostituito trio, c’è un gruppo di amici che, con le loro originali personalità, sembrano impersonare i contrasti, frustanti e divertenti, della pubertà. C’è la buddista/punk, la vampira/ladra e l’intellettuale fedifrago, mentre attorno a loro gira, distaccato e disilluso, il mondo degli adulti che alla fine presenterà un conto salatissimo.
Uno spaccato generazionale? No, questa pellicola, che individua nei quindicenni il suo target naturale (ben rappresentato dal pubblico in sala), tira in ballo temi importanti e fin troppo pesanti, per essere considerato un prodotto per teenagers. 
Certo, le prime incerte “manovre” amorose, le feste, la musica e lo sballo sembrano comporre un quadro di euforica gioventù vissuta e pienamente respirata, non fosse che le stesse figure, tra sorrisi e lacrime, si muovono in un aspro contesto cui sembrano soccombere.
Vivono, cioè, una realtà che le induce ad affrontare problemi e drammi tutti, troppo, umani: dalla violenza domestica a quella sotto forma di bullismo, dalla repulsa omosessualità alla sofferenza psichica, fino al velato sospetto, poi certezza, dell’abuso sessuale. 
Noi siamo infinito ha, comunque, il merito di essere un film godibile e per nulla urtante. È l’interessante esperimento di uno scrittore che trasforma e adatta al linguaggio cinematografico la propria creatura di carta e parole.
Un autore che si veste da regista e, senza pretese e senza cedere all’artifizio, riesce nell’intento di fotografare uno e cento volti dell’età più bella, anche nelle sue complicazioni. 
Da vedere perché: l’uscita, fisica e figurata, dal tunnel sulle note di Heroes di David Bowie risolleva il morale!
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 24 febbraio 2013
http://lavocedeltrentino.it/index.php/cineworld/1935-cinema-l-infinito-dietro-l-angolo

domenica 24 febbraio 2013

La bicicletta verde

Wadjda è una ragazzina di dieci anni nata e cresciuta nella periferia di Riyadh. Scanzonata ed insofferente ai principi di buona condotta ed alle regole che tanto la scuola femminile che frequenta quanto la società in cui vive cerca di imporle, sogna una bicicletta tutta sua, che le permetta di gareggiare con il suo amico Abdullah tra le strade polverose del loro quartiere. 

Così, mentre la giovane protagonista cerca il modo per guadagnare, onestamente, i soldi necessari a coronare il proprio sogno, lo spettatore viene accompagnato in un viaggio alla scoperta di un mondo duplice, di una società in cui la dimensione femminile domestica contrasta con quella collettiva e sociale. La narrazione, infatti, si compone di due realtà antitetiche e divise dalla porta azzurra dell’ingresso di casa: un universo di libertà e modernità all’interno dell’abitazione che si contrappone in modo netto ad un cosmo esterno fatto di rigore e disciplina.


Ma il vero motore di questa storia è il rapporto speciale che lega la piccola Wadjda alla sua mamma, una donna bellissima e rispettosa dei precetti della religione islamica, innamorata di un uomo che dovrà cedere alle insistenze della propria madre e prendere una seconda moglie in grado di assicurargli una discendenza maschile. Una donna, come tante in questo film, a mezza via, tra il Niqab, l’abito tradizionale che le lascia scoperti solo gli occhi, ed un elegante vestito rosso, che vorrebbe comperare per cercare di sedurre, di nuovo, il marito.

Salutato con ampio favore dal pubblico della 69ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove è stato presentato nella sezione Orizzonti, La bicicletta verde è un film piacevole che sa emozionare e condurre alla riflessione. A scrivere e dirigere è Haifaa Al-Mansour, l’unica regista donna saudita, cui riesce, anche, l’impresa eccezionale di girare l’intera pellicola in terra araba, avvalendosi di una troupe ed un cast interamente autoctono.

Il risultato è un’analisi lucida ed intelligente, che non cede a toni dell’esasperazione e del pessimismo, e beneficia della scelta, coraggiosa, di affidare un tema tanto delicato come quello della condizione della donna in Arabia allo sguardo di una giovane donna,  due occhi che si rivelano un mezzo per calare la storia narrata in una dimensione di dolcezza e spontaneità, ma che serve allo stesso tempo per testimoniare una nuova consapevolezza ed una ricerca di cambiamento che sembra radicarsi tra le nuove generazioni.

Da vedere perché: il finale merita il prezzo del biglietto.

Emanuela Macrì 




Pubblicato su La Voce del Trentino il 23 febbraio 2013


domenica 17 febbraio 2013

Love is all you need. Di cosa abbiamo bisogno nella nostra vita?

Di cosa abbiamo veramente bisogno, nella nostra vita? Dell’amore! Almeno secondo l’opinione di Susanne Bier, la regista danese di Love is all you need (2012).E quale migliore giorno, se non quello che festeggia tutti gli innamorati, per vedere questo film? A proporlo è la rassegna “Serate in forma di cinema” presentata nella sua ormai XXVIIIma edizione da Cineworld Trento, ogni mercoledì e giovedì.
Certo la scelta di abbinare pellicola e ricorrenza potrebbe risultare banale, ma il ritmo leggero e soave di questa commedia, per nulla smielata, rende piacevole e vincente questa accoppiata. Anche perché ad animarsi nella splendida cornice di Sorrento, ci sono personaggi e tematiche per nulla scontati.
Il motore del racconto è la festa per il matrimonio di Patrick ed Astrid, organizzata nella villa – residenza estiva del di lui padre. Appassionati e carichi di giovanile entusiasmo, sono l’esatto contraltare delle altre relazioni sentimentali che si consumano, e si infrangono, al cospetto del loro fresco amore.
In tutto questo, il tempo che manca alla cerimonia viene eletto a narratore delle storie che circondano, e finiranno per coinvolgere, i due promessi sposi. È uno spazio, in cui regista e sceneggiatore (Anders Thomas Jensen), con scandita lentezza, iniziano ad innescare le scintille che accenderanno, poi, il fuoco narrativo.

Un tempo necessario a conoscere i protagonisti, tanti, di questa storia, che ci presenta l’amore nelle sue molteplici forme, senza mai scadere nella noia e nell’insipido. Anche perché sul tavolo viene calato un poker di temi importanti affrontati con una serietà ed un giudizio capaci di far sorridere e riflettere allo stesso tempo.
Ci fanno ridacchiare i traballanti equilibri che colorano le due famiglie, ma nello stesso tempo ci fanno pensare tanto al dolore quanto alla rabbia che sta dietro le loro fragilità. Ci piacciono gli occhi intelligenti ed il cuore grande di una donna che scopre e conosce un uomo indurito dagli anni capace, però, di non nascondersi al suo bisogno di rinascere. Ci piace il modo elegante di raccontarne l’umanità.
Non c’è solo l’amore, quindi, a fare da padrone di casa in questo film. Ma anche la dimensione temporale, che con l’amore dialoga e si confronta, quando consuma i sentimenti con il suo trascorrere, quando non riesce a cancellare i dolori di una storia finita, e tutte le volte che regala una nuova occasione per vivere.
Sì, c’è davvero molta voglia di vivere e di respirare la vita dietro a questa storia intensa, dai colori accesi del Mediterraneo, mescolati al sapore nordico dei suoi protagonisti, che ci trascina dalla Danimarca ai limoneti di Sorrento e ci fa apprezzare un film che scorre per forma ed estetica.
Da vedere perché: c’è un dubbio, seminato con maestria dallo sceneggiatore, che si radica piano piano nello spettatore. L’attesa dello svelamento è una piacevole sensazione, che troverà puntuale appagamento.
Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce del Trentino il 16 febbraio 2013

martedì 12 febbraio 2013

Zero Dark Thirty. La cattura di Osama Bin Laden

Il 02 maggio dl 2011 il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, annunciava al mondo la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden, il nemico numero uno dell’intero occidente. Un’operazione tanto eroica, quella compiuta dalle forze americane, quanto avvolta nel mistero.

A farci vivere quella notte e le complicate operazioni che l’hanno preceduta, ci ha pensato Kathryn Bigelow con il film intitolato Zero Dark Thirty, uscito nelle sale italiane giovedì 07 febbraio 2013.

Mezz’ora dopo la mezzanotte, questa la traduzione del titolo, è una locuzione gergale, usata in ambito militare, per indicare il preciso momento, nel cuore della notte, scelto strategicamente per entrare in azione e portare a compimento importanti missioni.

Protagonista della caccia all’uomo più ricercato di sempre è un squadra di agenti della CIA. Nel gruppo spicca la figura una donna che, intuita una pista buona, continuerà caparbiamente a battersi, contro tutto e tutti, per arrivare all’obiettivo finale.

Sarà un’indagine che negli anni, per l’agente Maya, diventerà una missione. E se l’esito è ormai storia nota, lo stesso non si può dire del percorso al suo “avvicinamento”, fatto di prigionieri e delatori, strategie ed errori ma anche di attentati e tanti, troppi, morti.


La regista californiana, prima donna a vincere nel 2010 un premio Oscar per la miglior regia, con grandi balzi temporali ci guida a rivivere dieci anni di storia recente, in un crescendo narrativo che si rivela, però, poco coinvolgente. Forse per la poca umanità dimostrata dalla protagonista, con un’impermeabilità al dolore che risulta quasi fastidiosa. O, magari, a causa di questa consacrazione alla ragion di Stato ed alla missione (che sconfina nell’ossessione), che a noi comuni mortali appare davvero poco comprensibile.

E, se l’intenzione della Bigelow, come dichiarato, era quella di raccontare La Storia con piglio video-giornalistico, non si può certo sostenere che vi sia pienamente riuscita.

Da una parte, infatti, risultano essere troppi i vuoti narrativi in cui fiacchezza e lentezza discorsiva la fanno da padrone, anche in ragione dell’eccessiva lunghezza di questa pellicola, che spesso sembra perdersi nella descrizione, esagerata, dei particolari. Dall’altra, poi, c’è la sensazione che il proposito di mantenere una totale neutralità nella descrizione dei fatti sia stato poco rispettato (ma questo, in fondo, era l’obiettivo più difficile da raggiungere!).

Peccato. Sia per l’eccessiva violenza mostrata senza filtri, dimenticando di quanto nel cinema, linguaggio versatile e pieno di sfumature, l’evocazione possa essere davvero più che sufficiente; dall’altro per l’ennesima riproposizione di un mondo diviso tra buoni e cattivi, che forse è un po’ superata.

Quanto detto finora, però, non deve esser letto come una stroncatura netta. Zero Dark Thirty è davvero un ottimo film sia dal punto di vista dell’interpretazione che dal punto di vista registico, dove indovinati primi e primissimi piani si contrappongono a bellissimi campi lunghi scelti per inquadrare il sabbioso panorama dell’Asia occidentale.

Da vedere se: ci si accomoda in sala senza troppe aspettative, e si ha la pazienza attendere per quasi due ore la scena finale: girata in notturna … non deluderà!

Emanuela Macrì 

Pubblicato su La Voce del Trentino l’11 febbraio 2013