domenica 24 febbraio 2013

La bicicletta verde

Wadjda è una ragazzina di dieci anni nata e cresciuta nella periferia di Riyadh. Scanzonata ed insofferente ai principi di buona condotta ed alle regole che tanto la scuola femminile che frequenta quanto la società in cui vive cerca di imporle, sogna una bicicletta tutta sua, che le permetta di gareggiare con il suo amico Abdullah tra le strade polverose del loro quartiere. 

Così, mentre la giovane protagonista cerca il modo per guadagnare, onestamente, i soldi necessari a coronare il proprio sogno, lo spettatore viene accompagnato in un viaggio alla scoperta di un mondo duplice, di una società in cui la dimensione femminile domestica contrasta con quella collettiva e sociale. La narrazione, infatti, si compone di due realtà antitetiche e divise dalla porta azzurra dell’ingresso di casa: un universo di libertà e modernità all’interno dell’abitazione che si contrappone in modo netto ad un cosmo esterno fatto di rigore e disciplina.


Ma il vero motore di questa storia è il rapporto speciale che lega la piccola Wadjda alla sua mamma, una donna bellissima e rispettosa dei precetti della religione islamica, innamorata di un uomo che dovrà cedere alle insistenze della propria madre e prendere una seconda moglie in grado di assicurargli una discendenza maschile. Una donna, come tante in questo film, a mezza via, tra il Niqab, l’abito tradizionale che le lascia scoperti solo gli occhi, ed un elegante vestito rosso, che vorrebbe comperare per cercare di sedurre, di nuovo, il marito.

Salutato con ampio favore dal pubblico della 69ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove è stato presentato nella sezione Orizzonti, La bicicletta verde è un film piacevole che sa emozionare e condurre alla riflessione. A scrivere e dirigere è Haifaa Al-Mansour, l’unica regista donna saudita, cui riesce, anche, l’impresa eccezionale di girare l’intera pellicola in terra araba, avvalendosi di una troupe ed un cast interamente autoctono.

Il risultato è un’analisi lucida ed intelligente, che non cede a toni dell’esasperazione e del pessimismo, e beneficia della scelta, coraggiosa, di affidare un tema tanto delicato come quello della condizione della donna in Arabia allo sguardo di una giovane donna,  due occhi che si rivelano un mezzo per calare la storia narrata in una dimensione di dolcezza e spontaneità, ma che serve allo stesso tempo per testimoniare una nuova consapevolezza ed una ricerca di cambiamento che sembra radicarsi tra le nuove generazioni.

Da vedere perché: il finale merita il prezzo del biglietto.

Emanuela Macrì 




Pubblicato su La Voce del Trentino il 23 febbraio 2013