Wadjda è una ragazzina di dieci anni nata e cresciuta
nella periferia di Riyadh. Scanzonata ed insofferente ai principi di buona
condotta ed alle regole che tanto la scuola femminile che frequenta quanto la
società in cui vive cerca di imporle, sogna una bicicletta tutta sua, che le
permetta di gareggiare con il suo amico Abdullah tra le strade polverose del
loro quartiere.
Così, mentre la giovane protagonista cerca il modo per
guadagnare, onestamente, i soldi necessari a coronare il proprio sogno, lo
spettatore viene accompagnato in un viaggio alla scoperta di un mondo duplice,
di una società in cui la dimensione femminile domestica contrasta con quella
collettiva e sociale. La narrazione, infatti, si compone di due realtà
antitetiche e divise dalla porta azzurra dell’ingresso di casa: un universo di
libertà e modernità all’interno dell’abitazione che si contrappone in modo
netto ad un cosmo esterno fatto di rigore e disciplina.
Ma il vero motore di questa storia è il rapporto
speciale che lega la piccola Wadjda alla sua mamma, una donna bellissima e
rispettosa dei precetti della religione islamica, innamorata di un uomo che
dovrà cedere alle insistenze della propria madre e prendere una seconda moglie
in grado di assicurargli una discendenza maschile. Una donna, come tante in
questo film, a mezza via, tra il Niqab, l’abito tradizionale che le lascia
scoperti solo gli occhi, ed un elegante vestito rosso, che vorrebbe comperare
per cercare di sedurre, di nuovo, il marito.
Salutato con ampio favore dal pubblico della 69ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove è stato
presentato nella sezione Orizzonti, La bicicletta verde è un film piacevole
che sa emozionare e condurre alla riflessione. A scrivere e dirigere è Haifaa
Al-Mansour, l’unica regista donna saudita, cui riesce, anche, l’impresa
eccezionale di girare l’intera pellicola in terra araba, avvalendosi di una
troupe ed un cast interamente autoctono.
Il risultato è un’analisi lucida ed intelligente, che
non cede a toni dell’esasperazione e del pessimismo, e beneficia della scelta,
coraggiosa, di affidare un tema tanto delicato come quello della condizione
della donna in Arabia allo sguardo di una giovane donna, due occhi che si
rivelano un mezzo per calare la storia narrata in una dimensione di dolcezza e
spontaneità, ma che serve allo stesso tempo per testimoniare una nuova
consapevolezza ed una ricerca di cambiamento che sembra radicarsi tra le nuove
generazioni.
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 23 febbraio 2013
