giovedì 12 dicembre 2013

L'acustica perfetta di Daria Bignardi

Svegliarsi in una mattina come tante e scoprire che, nella tazza del solito caffè, galleggia il nuovo capitolo, inaspettato, della vita. Arno non trova una sola spiegazione plausibile quando Sara, sua moglie, una mattina di dicembre sparisce nel nulla. 

Quando con una mossa scelta e scellerata lascia una famiglia un marito e tre figli, preferendovi l’oblio. Eppure non è la prima volta che lei se ne va.Ho amato nella vita una donna sola: quando mi lasciò, non la rividi per sedici anni”.

Apprezzo poco gli abbandoni, per la verità. Mentre credo, fortemente, nella potenza del destino che ricongiunge due vite perchè è probabile che abbiano qualcosa da dirsi, ancora. Ecco cosa mi colpisce di questa storia e mi attrae, magneticamente, verso le sue pagine



Perché trattano una materia incandescente come lava, l’abbandono, mescolandola all’amore tra due adolescenti rimasto sospeso negli anni della lontananza. Arno aspetta, inconsapevole, il ritorno di quell’amore che non ha mai dimenticato. Nell’attesa costruisce, con dedizione e impegno, una vita da cui ottiene tutto quel che desidera.

Sara si materializza all’improvviso, un pomeriggio, per caso. “Se qualcuno me lo avesse predetto, gli avrei riso in faccia. Lei invece sembrava sapesse tutto. Come se mi stesse aspettando”. E quella macchia indelebile ma un po’ sbiadita di una storia fa, riprende colore.

Lasciatisi ragazzini inesperti, si riscoprono da adulti, amandosi senza confrontarsi né affrontarsi mai, vivendo giorni (quasi sempre) pieni e sereni. Ma un animo inquieto non si placa con due giorni di bonaccia: il vento, prima o poi, torna a soffiare. E il suo sibilo sembra suggerire che, andarsene, è l’unica medicina contro il malessere quotidiano.

L’acustica perfetta, ed. Mondadori (2012), è un romanzo che scorre sul nastro della scoperta. Daria Bignardi (nella foto fonte internet), la sua autrice, disegna il profilo, convincente, di una coppia di oggi. Sara è una donna ed una mamma a tempo pieno: ha messo da parte un passato a cui non pensa mai per vivere il suo oggi.




Arno, invece, ha realizzato ogni desiderio cresciuto con lui: il lavoro che sognava, la donna che voleva, la famiglia che pensava. Tutto sulla linea retta del suo vivere, senza interrogativi, senza riflessioni. “Abbiamo tre bravissimi figli, una vita invidiabile, non c’è nulla che io non abbia fatto per lei, è stata, ed è tuttora, la luce dei miei occhi”. Un bilancio in attivo, insomma.

Peccato che il momento di tirare le somme arrivi e tutto in un attimo venga messo in discussione. Odiosa e puntuale la domanda che si presenta alle labbra di Arno “chi ho sposato? Chi è la donna che amo da quasi trent’anni?” ma soprattutto “Come ha fatto a vivere tredici anni con me, fare tre figli con me, e non dirmi mai niente? E dov’è adesso?”.

La forza di questo romanzo sta nello sviscerare ciò che spesso ignoriamo di un abbandono, quell’energia generatrice di incontri e scoperte, quando non di riscoperte. Arno (nome inusuale ma perfetto per il personaggio poichè evoca il pacifico scorrere di un fiume nel proprio letto) non è un uomo stupido e nemmeno anaffettivo.

Difetta solo di troppa semplicità nel guardare la vita. E questo gli impedisce di coglierne le sfumature in filigrana. La fuga di Sara lo metterà davanti ad una realtà che prima era schermata dalla comodità di un “tutto bene” ed a tutte quelle relazioni che prima sembravano sufficientemente considerate senza esserlo, naturalmente.



Forse Arno è l’unico a rimanere fuori dalla vita di Sara perché è l’unico a non capire come starci dentro. Nessuno si stupisce della sua sparizione, nessuno sembra preoccuparsene. Tutti la accettano come un evento naturale, quasi l’avessero preventivata. Persino il di lui padre, Guelfo, che gli occhi del figlio descrivono come “il grande assente, il fricchettone, l’economista pazzo” è improvvisamente “diventato psicologo e sa perché mia moglie se ne è andata”.

La ricerca di una spiegazione è il faro che illumina un percorso ad ostacoli, fra relazioni da approfondire ed analisi faticose ma necessarie. Un viaggio anche fisico, tra Milano e la Sardegna, passando per la Liguria e sconfinando in Trentino, e una lettura piacevole, ironica e drammatica al punto giusto. Profonda, per chi lo vorrà.

Come la frase che scoverete tra le ultime pagine, che suona bene anche perché intonata ad un’aura di pacificazione “ho sentito il dolore, sì, e l’ho messo in quello che amo”. Un romanzo che intrigherà i lettori trentini non solo per via della vicenda che anima un piccolo paesino di questa angolo di mondo ma anche la scoperta di una scritta, a matita, sulla prima pagina della copia in prestito alla Biblioteca Comunale di Trento: “dono anonimo”. E il mistero di infittisce…



venerdì 1 novembre 2013

Il quinto potere. Il coraggio è contagioso

Settant’anni dopo il debutto al lungometraggio di Orson Welles che con l’indimenticabile capolavoro Quarto potere si aggiudicava un Oscar per la sceneggiatura e ne sfiorava altri otto, quel Potere, al cinema, fa un passo in avanti e cambia volto. 

Prende le sembianze di Julian Assange (Benedict Cumberbatch), già fondatore di WikiLeaks, il sito web dell’omonima organizzazione internazionale ed ora rifugiato politico nella sede dell’ambasciata ecuadoriana a Londra e del suo ex collaboratore e braccio destro Daniel Domscheit-Berg (Daniel Brühl), protagonisti della pellicola diretta dal newyorkese Bill Condon, Il quinto potere.

Un profilo a due volti che muove dalle pagine dei due libri che si sono occupati della vicenda: Wikileaks dei giornalisti del Guardian David Leigh e Luke Harding e  Inside Wikileaks, uscito dalla penna di Domscheit-Berg. Un ritratto per nulla gradito al canuto australiano, che disapprova tanto il progetto quanto il prodotto e deciderà di manifestare il proprio dissenso stilando un elenco di imprecisioni, contenute nella sceneggiatura di John Singer, da pubblicare sul sito. E non manca di bocciare il film con un giudizio netto e sferzante: “troppo di parte. E distante dalla verità”.


Assange, forse, ha ragione. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che le fonti sono, a diverso titolo, parti in causa e raccontano una versione dei fatti, la loro. Il punto di vista dell’australiano, invece, risulta non pervenuto, come si nota nel segno che tratteggia i lineamenti, non sempre limpidi, della sua figura. 

A ripagare di tale mancanza arriva la provvidenziale, ancor prima che superlativa, interpretazione di Cumberbatch, credibile nelle espressioni e coadiuvato da un doppiaggio degno (evviva!!) che, diciamolo, finisce per oscurare l’intero cast, per carisma ed intensità. Impresa non facile, data la levatura.

Il quinto potere, pertanto, al netto di tutte le polemiche di cui è stato oggetto sin dalla sua uscita in patria, è un film che vale la pena di vedere. Per quei movimenti di macchina, non sempre fluidi, ma adatti e ben alternati ad un montaggio (Virginia Katz) che sa dire la sua. E per la scelta dell’ambientazione: Berlino sembra una quadro animato e pulsante, gli altri luoghi e gli interni non sono da meno.

Perché si affida ad un gioco, intelligente, di assemblaggio di elementi visivi finalizzato a dare, allo spettatore, la sensazione di stare in una enorme chat room. Con un rimbalzo tra luoghi reali e metafisici da cui ottiene l’effetto sperato di straniamento, senza indurre il senso di vertigine ma scommettendo sulla  stratificazione dello schermo.

Peccato, però, per l’opera di ripulitura subita dalle immagini, che nel secondo tempo le risultano spogliate degli orpelli tecnici vantati per tutta la prima parte, mentre la pellicola sposta il suo asse sul contenuto, spezzando in questo modo quel ritmo da "cottura a fuoco medio” che aveva stuzzicato i palati in celluloide. Un cambio di rotta necessario, e adatto alla cadenza ansiogena assunta dalla narrazione per tempi e temi, che risulta ben sposarsi con l’atmosfera ma toglie un po’ di sale all’impasto. 

Emanuela Macrì  



Pubblicato su La Voce del Trentino il 29 ottobre 2013 

martedì 22 ottobre 2013

L’amore al quadrato. Two Mothers

Difficile individuare il o la protagonista di questo film: l’amore o forse la vita, l’amicizia o magari la libertà. Tutto questo e molto altro. Ma non quello scandalo gridato, dopo la presentazione al Sundance Film Festival 2013, per una storia che, certo, potrebbe suscitare malumori ed imbarazzi tra i benpensanti ma non ha nulla di davvero immorale.

La scelta dell’argomento da trattare, sì, è innegabilmente coraggiosa. Il film, infatti, è l’adattamento cinematografico di un racconto di Doris Dressing, l’autrice inglese Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, che scrive il soggetto del film poi sceneggiato da Christopher Hampton.

Lil (Naomi Watts) e Roz (Robin Wright) vivono un’amicizia nata insieme a loro. Cresciute in una sorta di Eden australiano affacciato sul mare dai ritmi di vita lontani dalla frenesia urbana, condividono il quotidiano che le vede diventare donne e madri. E se Lil farà i conti con la prematura scomparsa del marito, la fine del matrimonio di Roz arriverà dopo molti anni di vita coniugale.

A rimanere intatto ed inalterato è il granitico rapporto fra le due donne, capace di resistere all’impatto con l’inusuale doppio incrocio che le coinvolge insieme ai due figli ventenni Ian (Xavier Samuel) e Tom (James Frecheville): le due si innamoreranno, ricambiate, ognuna del figlio dell’altra. Ne nasce un tandem di passioni inconfessate al mondo che beneficia del riparo da sguardi indiscreti e chiacchiere malevoli offerto dalla splendida baia poco antropizzata e piacevolmente battuta dalla brezza dell’oceano su cui si affacciano le loro abitazioni.


Two Mothers si presenta così: dedito al “cosa” raccontare piuttosto che al “come” farlo. La regia di Anne Fontaine, tanto come la fotografia (Christophe Beaucarne) ed il montaggio (Luc Barnier, Ceinwen Berry), tranne poche eccezioni, si mostrano essere un abito lieve ed impalpabile, quanto i tessuti indossati dalle protagoniste, ariosi e senza costrizioni.

Sono corpi in libertà, pronti a prendersi la vita che vogliono, senza troppe remore, come sono abituati a fare. Sarà il tempo ad intervenire e mostrare i limiti di rapporti, forse, sbilanciati per età ed esperienze. E sono anime alla ricerca di un’isola dove vivere senza obblighi morali da osservare, che nel film prende la forma di una piattaforma in mezzo all’acqua; una sorta di zona franca dove trovare riposo dopo una nuotata nelle acque, non sempre limpide, della vita.

Nessuna sconcezza, quindi. E nemmeno l’ombra di quella tematica semi – incestuosa ventilata che avvolgerebbe come un velo questa storia. Anche perché non è questo lo scopo del film, come dimostra una sceneggiatura che non forza sul morbo delle relazioni, come potrebbe, pur non risparmiando di mostrare una sessualità vissuta in piena coscienza dai suoi protagonisti.

Uno scandalo? No, almeno per chi scrive, che non senza malizia scorge un’operazione di marketing pubblicitario studiato dalla produzione e cavalcato dal distributore italiano. Materia da lezioni di economia e management che lasciamo, volentieri, fuori dalla sale di un film piacevole agli occhi.

Da vedere: se si rinuncia e voler leggere nella pellicola una sorta di inchiesta sulla femminile post 40enne, gioco avvilente capace di togliere il gusto ad un film sincero che affronta, con sensualità, una delle probabilità della vita. Senza fronzoli né schiavitù moraleggianti.


Emanuela Macrì 


Pubblicato su La Voce del Trentino il 22 ottobre 2013

mercoledì 21 agosto 2013

Monsters University. Là dove tutto ebbe inizio

Pensare ad un sequel, dopo 12 anni dall’uscita di un film, può sembrare una sfida. E, probabilmente, lo è. Nel caso di Monsters University, in uscita mercoledì 21 agosto 2013, si potrebbe rivelare un scommessa riuscita. O così si può ipotizzare, se lo spessore di un'opera si misura nella validità dei contenuti. 

Ci eravamo lasciati nel 2001 con Monsters & Co., un film d’animazione capace di riscuotere consensi di pubblico e critica e veder crescere come funghi le tante nomination a premi che non saranno, invece, tanto numerosi. Oggi ci ritroviamo in una sorta di macchina del tempo utile a rivelarci dove, e come, tutto ebbe inizio.

E si parte da lontano. Dagli anni difficili delle scuole superiori in cui, Mike Wazowski (il simpatico e polifemico mostro verde) vive giorni di emarginazione dal resto della classe mentre insegue il suo sogno: iscriversi alla Facoltà di Spavento presso la Monsters University. Un desiderio che diviene realtà, appena possibile.

Ma per un traguardo raggiunto si presentano almeno dieci difficoltà. Certo lo studente modello Mike non si darà per vinto, nemmeno quando si tratterà di affrontare a muso duro lo sfaccendato James Sullivan, collega di studi che spera di vivere alle spalle del nome del nome che porta, o il temibile Orrido Rettore Tritamarmo, un mostro dall’aspetto sgradevole pronto a sgretolare sogni e ambizioni.


Una strada in salita, quella del tenero Mike, reso ancora più tenero dall’apparecchio ortodontico che gli dona uno sgarruppato sorriso. Un cammino da percorrere al fianco di una strampalata confraternita che nulla ha di goliardico ma tutto dell’ironico. E, di certo, tanto fegato. 

Non mancano le gag e le applicazioni al mondo cartoonato della vita reale, che strappano più di un sorriso. Fra tutte, le , una competizione interna alla facoltà che fa il verso alle contemporanee Facoltiadi e vede impegnati gruppi di studenti in una sfida all’ultimo spavento per dimostrare di essere il migliore e vincere una scommessa con il Rettore che gli permetta di rimediare ad un grosso guaio.

Prodotto dalla Pixar Animation Studios, casa di produzione interna al condominio Walt Disney, Monsters University è una pellicola che assume le sembianze del romanzo di formazione declinato al “caso animato”, senza appesantire la narrazione che risulta fluida e piacevole, dato non scontato se si considera che il regista e cosceneggiatore Dan Scarlon è un debuttante.

Da vedere perché: ad attendere lo spettatore c’è un finale inaspettato che ha qualcosa di insegnare. E poi perché abbiamo tutti bisogno di un incoraggiamento ad “oltrepassare la linea divisoria”, a compiere un salto più in là delle paure che, troppo spesso, ci trattengono.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 20 agosto 2013 

lunedì 29 luglio 2013

Se sposti un posto a tavola. Destini sulla giostra della vita

C’è chi la chiama sorte, chi fato, chi disegno divino. Non importa come deciderete di battezzarlo, perché in ogni caso non sarete voi a scegliere … anche perché il caso è capace di tutto! Questo, almeno, sembra pensare Eric (Lannick Gautry), invitato al matrimonio della sua ex fidanzata, da cui si congeda con un ultimo (?) quarto d’ora d’amore. Al termine si ritrova tra le mani i cartellini segnaposto, disordinati, del tavolo che dividerà con altri sette bizzarri invitati e che è stato il palco dell’ultimo atto della sua storia con Marie (Louise Monot).

L’assegnazione dei posti a tavola si rivelerà un gioco di destini e fatalità, in cui le combinazioni di volta in volta pensate saranno motore di storie dall’esito diverso. E non sempre scontato. In realtà, l’ex fidanzato belloccio dallo sguardo tenero, tiene tra le dita i destini dei suoi commensali, che sfilano davanti ai suoi, e nostri, in anteprima, nei tre episodi che compongono la pellicola.

Non si tratta di flashback che mostrano un passato che ritorna alla mente, ma circostanze, probabili ed immaginate, di un ipotetico e parallelo presente, che in un turbine di sguardi, tradimenti, lacrime e ripensamenti miscela matrimoni in crisi, storie che sbocciano e situazioni al limite. I personaggi, ad ogni giro di giostra, si confrontano con il volto che il destino mostra loro, cercando di mantenere la propria identità, mentre la vita li travolge.

Se sposti un posto a tavola è il debutto sul grande schermo della regista francese Christelle Raynal, che confeziona un prodotto onesto, in linea con il genere in cui si accomoda e con il cinema francese. È una commedia sobria, con qualche goccia osè che non stona, fresca ma non effervescente, delicata ma con qualche sbavatura.


Imperfetta, come gli amori catturati nelle inquadrature, forse scolastiche, ma non scialbe, e condite con alcune trovate che danno un tocco di charme: l’uso dello split screen per narrare un incontro fra due sconosciuti ed il suo riuso per avvolgere il loro ritrovarsi. Così come delicata, e coerente con il tema, è la scelta di accompagnare i titoli di testa ad un volo, immaginario, tra le pagine di un album nuziale in stile scrapbooking. 

Tono su tono la fotografia, armoniosa nel suo virare ad una gamma di colori cream impeccabili, eleganti e garbati. Il ritmo è scorrevole, grazie ad un montaggio non invadente anche se pesa, in alcuni passaggi, la scelta di rinunciare ai movimenti di macchina. Ma non dimentichiamoci che è un’opera prima ed alcune finezze stilistiche possono essere acquisite con il tempo e dopo qualche chilometro di pellicola.  

Peccato che una parte della critica si dedichi a considerare la scarsa novità del plot anziché valutare il prodotto finito e si adoperi con tanto zelo a cercare tutti i precedenti enumerabili nella storia del cinema, con un esercizio tanto inutile quanto deprimente. In un’ipotetica classifica dei reati da pellicola, la riproposizione del tema appare un crimine minore, sempre che lo sia.

Da vedere perché: non annoia e strappa più di un sorriso. È intonato ad certo disimpegno estivo e ci ricorda che “a tutto c’è rimedio, anche nel compromesso”. Rinuncia al moralismo e si chiede “le cose accadono per caso?”. Secondo voi?

Emanuela Macrì  


Pubblicato su la Voce del Trentino il 29 luglio 2013 

domenica 21 luglio 2013

Tra palco e magia. Now you see me - I maghi del crimine

Galleggia tra magia e realtà, tra colpi di scena e piccole truffe per sopravvivere o per attrarre amori passeggeri, il nuovo film di Louis Leterrier, un thriller giocato sulla teatralità dei protagonisti ed i numeri, magici, che mettono in scena. Pochi gli ingredienti, ma dosati con sapienza: quattro illusionisti (Jesse Eisenberg, Isla Fisher, Woody Harrelson e Dave Franco) che prenderanno il nome di "Quattro Cavalieri", un vecchio mago svendutosi alla tv nel ruolo di svelatore di trucchi (Morgan Freeman) ed un agente, nevrotico, dell'FBI (Mark Ruffalo) affiancato, suo malgrado, da una collega dell'Interpol (Mélanie Laurent).

A muovere i fili dell'azione è uno sconosciuto demiurgo, che si occupa di convocare i quattro per commissionare loro un lavoro che non rifiuteranno. Dopo un anno di preparazione, sui palchi dei maggiori teatri USA, verranno portati numeri di alta magia a forte impatto visivo ed emotivo, con un solo scopo: migliorare le condizioni economiche degli spettatori, con mirabolanti piogge di denaro, non solo metaforiche.

Più moderni Robin Hood che novelli cavalieri erranti, i quattro protagonisti dimostreranno una decisa propensione alla teatralità spruzzata dalla sfrontatezza di chi si giudica invincibile. Il guanto di sfida lanciato all'FBI, in questo senso, è funzionale ad insaporire questa pellicola dal ritmo sostenibile, dalle scenografie opulente ed una trama che attrae sgusciando tra l'inaspettato e l'irreale, come vorrebbe il miglior numero d'illusionismo possibile.

A difettare nel quadro generale è la caratterizzazione, sfumata, dei personaggi di cui non conosceremo il passato e nemmeno il futuro, e che lasceranno alcune domande in sospeso. Ma questo, a ben vedere, è un aspetto in linea con i principi fondanti di questa storia, che fin dall'inizio fa dire ad uno dei protagonisti: "più vicini sarete, in realtà, meno vedrete".


Convince, invece, la sottotraccia, il messaggio volutamente lanciato da regia e sceneggiatura (Ed Solomon, Boaz Yakin, Edward Ricourt) che fanno dialogare, e vincere, i desideri ed i bisogni della società con e contro il potere economico impersonato da Arthur Tressler (Michael Caine) e quello mediatico Thaddeus Bradley (Morgan Freeman). Certo, bisogna scavare per arrivare a questa lettura. Ma anche questo rientra nell'essenza del film, che sotto la corazza scintillante della spettacolarità nasconde un messaggio importante.

Dietro le luci di Las Vegas e le affollate notti newyorkesi vediamo il tramonto del sogno americano che si svela fallito nei miseri conti in banca rivelati dagli spettatori durante un numero di magia, e dalle cicatrici lasciate a New Orleans dal passaggio dell'uragano Katrina. I Quattro Cavalieri, in buona sostanza, sebbene non conoscano l'identità di chi ha commissionato loro il lavoro, ne hanno compreso le nobili finalità: portare sotto i riflettori la fine di un mito.

Now you see me – I maghi del crimine risulta, quindi, un buon prodotto cinematografico, che vince non solo per una sceneggiatura che si preoccupa di seminare qua e là sospetti ed indizi dubbi, ma anche per la spettacolarità delle inquadrature che regala in rapidi cambi di scena. Dalle panoramiche su una sfavillante Las Vegas, agli inseguimenti in soggettiva, dalle strade di New Orleans alle riprese aeree su New York, fino all'interno dei teatri, grazie ad una fotografia nitida e dai colori caldi.

Da vedere perché: non è un film su prestigiatori e saltimbanchi, e nemmeno un movimentato poliziesco, ma un buon thriller che non vi toglierà il fiato, ma saprà incuriosirvi dal primo all'ultimo fotogramma.

Emanuela Macrì 

Pubblicato su La Voce del Trentino il 20 luglio 2013

martedì 25 giugno 2013

La rivincita di Pollicino. Dream Team

Di stelle cadute, il cielo del grande calcio, ne ha conosciute, e non poche. Non sempre la discesa dal vorticoso carrozzone mediatico/calcistico è un atterraggio morbido e non tutti, nel nuovo ruolo di ex, si trovano a proprio agio. Perché se c'è chi in qualche modo riesce a reinventarsi, per qualcun altro l'uscita dai campi di gioco si rivela essere l'ingresso in un incubo.

Ne sa qualcosa Patrick Orbèra, ieri celebratissima star del pallone, oggi alcoolista senza un impiego, separato dalla moglie e dalla vita. A salvarlo sarà l'amore per la piccola Luoise, quella figlia che ormai è l'unico motivo per cui vivere. Per poterle stare accanto, però, dovrà dimostrare di non essere quell'uomo violento conosciuto dalla legge in quanto tale.

La possibilità di riscatto arriva da un'isola della Bretagna, il cui unico sostentamento è una fabbrica conserviera a rischio chiusura. Per evitare la serrata e così il fallimento di un' intera comunità, la squadra locale si allena per entrare nelle fasi preliminari della Coppa di Francia. I proventi di un'eventuale riuscita dell'impresa riuscirebbero a salvare baracca e burattini.

Una sfida che l'ormai opaca stella Orbèra accetta a malincuore. E se la rosa di giocatori a disposizione non fa lo ben sperare, ci penserà il ripescaggio di altre vecchie glorie finite nel dimenticatoio, o in galera, a ridare fiducia e un tocco di pazzia. Una squadra improbabile per un obiettivo impossibile.


Commedia divertente, intelligentemente ironica e con una dosata vena grottesca. A sfilare in scarpini e calzoncini per risollevare le sorti di una squadra votata al fallimento, gli sceneggiatori Philippe e Marc de Chauveron chiamano un parco personaggi perfetto e formidabile, calato in una saporita realtà di confine che diviene, per tutti, terra di resurrezione e disintossicazione da ogni male.

Certo la vita sull'isola non è facile. Così come non è facile accettare di giocare su un campo con le margherite e di festeggiare la vittoria, di una squadra di serie C, mangiando crepes. Dopo una vita passata sotto i riflettori importanti del grande football, la frase sconsolata del portiere Marandella "mi sento come il Che ad una riunione sindacale" fotografa alla perfezione lo stato d'animo della sgarruppata truppa.

Ma c'è un tempo per rifarsi. Per scrollarsi via la delusione e capire quanto, una motivazione, possa essere più forte di un insperato miracolo. Che peraltro, non avverrà. Perché sarà una scommessa con il destino a raddrizzare vite dal percorso in discesa.

Dream Team è un film che punta molto sui contenuti, affrontati con lo smagliante sorriso dei giorni migliori, e mette in secondo piano gli artifici registici (Olivier Dahan) di cui, però, non fa a meno. Bellissima la scena iniziale che vede il vincente Orbèra lasciare il campo tra l'ovazione del pubblico e l'abbraccio dei compagni per infilare il tunnel, sempre più buio e deserto, della vita. Così come convincono le dissolvenze incrociate che riassumono in pochi minuti la partita della vita, lasciando alla musica il compito di evocare emozioni sudate e sogni da realizzare.

Da vedere per: "dare uno schiaffo morale al calcio euromilionario" come ben sottolinea la battuta di uno dei giocatori. E per farlo con una risata!

Emanuela Macrì 


mercoledì 19 giugno 2013

Il fondamentalista riluttante

Oggi è un docente nella nativa Lahore. Ieri era un promettente analista finanziario nella sfolgorante New York. La vita di Changez, come quella di molti altri e forse di tutti noi, ha deviato improvvisamente il suo corso, instradandosi su un percorso impensato ed impensabile, un martedì di settembre del 2001. Quel martedì che ha cambiato visioni e progetti, che ci ha cambiato la vita.

Giovane ambizioso dalla promettente carriera, dotato di una fine intelligenza mescolata ad una raffinata anima galante, viveva la sua vita da emigrato a due velocità. Spietato professionista in un mercato del lavoro che inizia la sua involuzione, ma allo stesso tempo amante appassionato e sincero, innamorato della sua compagna e della sua famiglia d’origine.

Poi però accade l’inimmaginabile e gli occhi che guardano il mondo non sono più gli stessi. Le Twin Towers, crollando, coprono di polvere e lacrime una città e migliaia di vite che, da quel preciso momento, subiranno decisi e dolorosi cambiamenti. La città cosmopolita sembra accartocciarsi su se stessa. Quel che ne rimane è il sogno che fu e l’incubo che sarà.


 

Per tutti è l’alba di una nuova esistenza che Mira Nair, regista indiana residente a New York, ha conosciuto da vicino. Lei che trionfava alla 58a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Monsoon Wedding solo tre giorni prima di quel martedì. Lei che due anni più tardi tornerà a Venezia con il film collettivo 11'09"01 - September 11, raccontando una storia simile a quella di questo suo ultimo film.

Ne Il fondamentalista riluttante Changez (Riz Ahmed), il protagonista, racconta al giornalista statunitense Bobby la sua storia, con la preghiera di non essere interrotto mentre parla della nuova realtà in cui si è trovato, catapultato. Una nuova vita che gli presenta un conto salato per colpe che non ha, in cui perde il suo amore e la sua identità di uomo.
In cui si vede cucire addosso i panni del nemico, solo perché le sue radici affondano in quell’Oriente che ha perso il fascino delle Mille ed una notte, ed acquisito la maschera di covo e fucina dell’odio e del fondamentalismo.

Ad insaporire un piatto già ricco di per sé, ci penserà anche una sceneggiatura (Ami Boghani, Mohsin Hamid, William Wheeler) che dal drammatico osa sconfinare nella spy storie senza perdere di vista, però, il tema dominante.

Ed una buona fotografia (Declan Quinn) che, dai colori sbiaditi della periferia scalcinata di Lahore, trova nel viraggio alle tinte sgargianti della luccicante New York, un abile espediente che permette, all’occhio dello spettatore, di posizionare geograficamente la narrazione senza il bisogno di, spesso antipatiche, scritte in sovraimpressione.


Foto fonte web

Un film che ci riporta al tempo in cui la scuola del sospetto contava ancora pochi alunni, e la multiculturalità sembrava la chiave per il futuro che oggi non riusciamo più nemmeno ad intravvedere. Una pellicola che in poco più di due ore ci trasporta attraverso il dolore di esistenze umiliate e sopraffate dalla Storia senza puntare il dito e tracciare confini tra torti e ragioni.

In cui la felice scelta di soffocare il rumore della violenza con le note della musica sacra, non riesce a riscattare la nota stonata della scelta di un titolo poco aggraziato e per nulla accattivante. Per una volta avremmo apprezzato l’opera dei fantasiosi traduttori e titolisti.


Da vedere per apprezzare la possibilità offerta dal cinema di guardare attraverso gli occhi dell’altro una storia che conosciamo fin troppo bene, ma spesso ci arriva filtrata in modo unilaterale. E per gustare un finale che veicola un messaggio importante.

Emanuela Macrì 

lunedì 3 giugno 2013

Epic. Il mondo segreto, in una favola green

Si aspettava di tutto Mary Katherine dalla vita. Tranne che suo padre avesse ragione. Già quel padre che, succube della sua dolce follia, si è lasciato sfuggire dalle mani tutto quel che aveva, dal lavoro all'amore di sua moglie. Quel che resta di quella vita è, oggi, una figlia adolescente che tenta di risvegliare da un sogno questo suo genitore forse troppo bambino.

Ci penserà poi il caso, o il destino, a dimostrare a M.K. che "anche se una cosa non la vedi, questo non significa che non ci sia", catapultando la giovanissima protagonista in quel mondo parallelo e miniaturizzato, fatato e meraviglioso ma costantemente minacciato. Quel mondo divenuto, per il suo papà, un'ossessione.

La scelta del titolo, Epic, si rifà a quella generazione di guerrieri che, vestiti di foglie e petali a cavallo di coloratissimi colibrì, si ergono a difesa della natura contro la forza distruttiva del male, ma anche a quell'insieme di personaggi dall'aria leggendaria calati in un'atmosfera vagamente arturiana, in cui il fantastico ed il terreno si mescolano e si completano. Il sottotitolo Il mondo segreto, invece, non ha bisogno di spiegazioni.


E se quell'universo che sfila sotto la lente d'ingrandimento non pare raccontare nulla di nuovo con la sua tragica e manichea divisione interna, lo stesso non si può dire per le emozioni che sa suscitare questo film d'animazione dall'anima eco - friendly, capace di veicolare con tanta efficacia il messaggio green.

Chris Wedge, abile regista già vincitore di un Oscar qualche anno fa, sa catturare il suo pubblico lasciando ad una dolce ragazza in leggins ed anfibi, il ruolo di tramite fra due mondi estranei. Ma anche e soprattutto, è notevole la scelta di lasciare ad un mondo parallelo l'onere di raccontare le sofferenze del nostro pianeta, dove la natura e l'ambiente combattono quotidianamente per non soccombere alla devastazione dell'inquinamento e di una, poco ragionevole, condotta di vita (dis)umana.

Una pellicola che colpisce piacevolmente anche per la maestria nel concedere ad uno strampalato millepiedi la carica di Custode della storia del (micro)popolo dei Leafmen, che nonostante la goffaggine e la scanzonata voglia di baldoria, è depositario del sapere e della tradizione della sua gente. Una popolazione di fiori umanizzati e di animali parlanti, di uomini in scala ridotta ma dall'alto valore morale, che incarnano lo spirito solidale del gruppo e lottano uniti per salvare l'ambiente che li circonda.

Da vedere. Anche per scoprire che "volare è bello. Ma così è di gran classe!"

Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce del Trentino il 2 giugno 2013


lunedì 20 maggio 2013

L'altra faccia della medaglia. Effetti collaterali

C'è un occhio indagatore che, aprendo in un piano sequenza, a passo d'uomo inquadra e fotografa la scena di un omicidio ormai consumatosi. Sangue, impronte ma nessun rumore e nessun movimento, là dove regna la calma dopo un'evocata tempesta.

Stop. Il nastro si riavvolge ed il racconto riparte da tre mesi prima del delitto, quando Martin (Channing Tatum) dopo aver scontato una pena detentiva torna a riabbracciare la moglie Emily (Rooney Mara). Un ritorno alla vita che per questa coppia ha il sapore della sfida: l'obiettivo è quello di cancellare un incubo durato quattro anni e fare in modo che tutto torni ad essere com'era.

Una fase di reinserimento che si rivela tanto agevole per Martin quanto difficile per la sua consorte, che sembra ripiombata nella nebbia depressiva da cui era uscita qualche anno prima. 

Una mattina Emily cerca la morte a bordo della sua auto, spingendo sull'acceleratore e lanciandosi contro un muro dove, beffardamente, campeggia la scritta EXIT. Il tentato suicidio mette sulla sua strada il dr. Banks (Jude Law), uno psichiatra che cercherà di guidarla fuori da questa complicata situazione attraverso una terapia farmacologica associata ad una serie di sedute psicanalitiche settimanali.


Si alza il sipario. E Steven Soderbergh mette in scena un mondo abitato da persone dalla vita normale e dall'apparenza altrettanto ma che si scopriamo sull'orlo di un crisi di nervi. Un'umanità, consapevolmente, aggrappata ad una qualche molecola e sospesa tra un benessere chimico ed una felicità in blister.

Un mondo al limite della verità, dove la sincerità si mescola alla menzogna e diventa difficile capirne i contorni. I protagonisti sono quegli Effetti collaterali che danno il titolo a questa storia, attorno a cui ruotano l'esasperazione di una pretesa ricchezza e la bellezza truffatrice di una donna ingannevolmente fragile. Così, quello che dovrebbe essere il punto di ripartenza verso una nuova vita si trasforma, per converso, nel punto di non ritorno e le cose sembrano precipitare, per tutti in un ribaltamento di fronti che, come un ciclone, passa e lascia sul terreno morte e devastazione.

L'abilità dello sceneggiatore (Scott Z. Burns) sta nel togliere il gusto al colpo di scena, l'omicidio, che di fatto passa in secondo piano per lasciare al comando un plot di ferro. L'abilità dimostrata nell'uso del linguaggio del genere thriller, senza forzare su ritmi che mal si adatterebbero alla storia che raccontano, fa il resto.

Le ombre che spuntano dal passato sgomitano in un presente in cui, in primo piano, vi sono gli interessi di un business world senza scrupoli. Un mondo che sembra andare a braccetto con un sistema giudiziario, che non concede una seconda possibilità perché non si guarda mai indietro.

Foto fonte web

Ecco il segreto del successo di questo film, in bilico fra il dramma ed il giallo con delitto, che punta su una fotografia (Peter Andrews) alternativamente virata ai colori primari e su un racconto che senza dare risposte riesce ad avvincere giocando a proporre il dubbio. Bellissime, poi, le inquadrature dal basso verso il cielo, in cui lo spettatore ha la sensazione di stare sdraiato sul mondo a scrutare un universo che non gli appartiene.

Steven Soderbegh ci mette tutto il mestiere che sa e lo fa bene. Anni di set e di esperienza nel cinema non solo come regista ma anche come direttore della fotografia, montatore e sceneggiatore regalano il giusto sapore ad una pellicola riuscita.

Da vedere perché: non tutto è come sembra in un mondo in cui molto viene simulato e poco svelato, dove per tutto può esserci un accordo. Sì, proprio per tutto!! 

Emanuela Macrì 


Pubblicato su La Voce del Trentino il 19 maggio 2013