Svegliarsi in una mattina come
tante e scoprire che, nella tazza del solito caffè, galleggia il nuovo
capitolo, inaspettato, della vita. Arno non trova una sola spiegazione
plausibile quando Sara, sua moglie,
una mattina di dicembre sparisce nel nulla.
Quando con una mossa scelta e
scellerata lascia una famiglia un marito e tre figli, preferendovi l’oblio.
Eppure non è la prima volta che lei se ne va.“Ho amato nella vita una donna sola:
quando mi lasciò, non la rividi per sedici anni”.
Apprezzo
poco gli abbandoni, per la verità. Mentre credo, fortemente, nella potenza del
destino che ricongiunge due vite perchè è probabile che abbiano qualcosa da
dirsi, ancora. Ecco cosa mi colpisce di questa storia e mi attrae,
magneticamente, verso le sue pagine.
Perché trattano una materia
incandescente come lava, l’abbandono,
mescolandola all’amore tra due adolescenti rimasto sospeso negli anni della
lontananza. Arno aspetta, inconsapevole, il ritorno di quell’amore che non ha
mai dimenticato. Nell’attesa costruisce, con dedizione e impegno, una vita da
cui ottiene tutto quel che desidera.
Sara si materializza
all’improvviso, un pomeriggio, per caso. “Se
qualcuno me lo avesse predetto, gli avrei riso in faccia. Lei invece sembrava
sapesse tutto. Come se mi stesse aspettando”. E quella macchia
indelebile ma un po’ sbiadita di una storia fa, riprende colore.
Lasciatisi ragazzini inesperti,
si riscoprono da adulti, amandosi senza confrontarsi né affrontarsi mai,
vivendo giorni (quasi sempre) pieni e sereni. Ma un animo inquieto non si placa
con due giorni di bonaccia: il vento, prima o poi, torna a soffiare. E il suo
sibilo sembra suggerire che, andarsene, è l’unica medicina contro il malessere
quotidiano.
L’acustica
perfetta, ed. Mondadori (2012), è un romanzo che scorre
sul nastro della scoperta. Daria Bignardi (nella foto fonte internet), la
sua autrice, disegna il profilo, convincente, di una coppia di oggi. Sara è una
donna ed una mamma a tempo pieno: ha messo da parte un passato a cui non pensa
mai per vivere il suo oggi.
Arno, invece, ha realizzato
ogni desiderio cresciuto con lui: il lavoro che sognava, la donna che voleva,
la famiglia che pensava. Tutto sulla linea retta del suo vivere, senza interrogativi,
senza riflessioni. “Abbiamo
tre bravissimi figli, una vita invidiabile, non c’è nulla che io non abbia
fatto per lei, è stata, ed è tuttora, la luce dei miei occhi”. Un
bilancio in attivo, insomma.
Peccato che il momento di
tirare le somme arrivi e tutto in un attimo venga messo in discussione. Odiosa
e puntuale la domanda che si presenta alle labbra di Arno “chi ho sposato? Chi è la donna che
amo da quasi trent’anni?” ma soprattutto “Come ha fatto a vivere tredici anni
con me, fare tre figli con me, e non dirmi mai niente? E dov’è adesso?”.
La forza di questo romanzo sta
nello sviscerare ciò che spesso ignoriamo di un abbandono, quell’energia
generatrice di incontri e scoperte, quando non di riscoperte. Arno (nome
inusuale ma perfetto per il personaggio poichè evoca il pacifico scorrere di un
fiume nel proprio letto) non è un uomo stupido e nemmeno anaffettivo.
Difetta solo di troppa
semplicità nel guardare la vita. E questo gli impedisce di coglierne le
sfumature in filigrana. La fuga di Sara lo metterà davanti ad una realtà che
prima era schermata dalla comodità di un “tutto bene” ed a tutte quelle
relazioni che prima sembravano sufficientemente considerate senza esserlo,
naturalmente.
Forse Arno è l’unico a rimanere
fuori dalla vita di Sara perché è l’unico a non capire come starci dentro.
Nessuno si stupisce della sua sparizione, nessuno sembra preoccuparsene. Tutti
la accettano come un evento naturale, quasi l’avessero preventivata. Persino il
di lui padre, Guelfo, che gli
occhi del figlio descrivono come “il
grande assente, il fricchettone, l’economista pazzo” è improvvisamente “diventato psicologo e sa perché mia
moglie se ne è andata”.
La ricerca di una spiegazione è
il faro che illumina un percorso ad ostacoli, fra relazioni da approfondire ed
analisi faticose ma necessarie. Un viaggio anche fisico, tra Milano e la
Sardegna, passando per la Liguria e sconfinando in Trentino, e una lettura
piacevole, ironica e drammatica al punto giusto. Profonda, per chi lo vorrà.
Come la frase che scoverete tra
le ultime pagine, che suona bene anche perché intonata ad un’aura di
pacificazione “ho sentito il dolore, sì, e l’ho messo in quello che amo”. Un
romanzo che intrigherà i lettori trentini non solo per via della vicenda che
anima un piccolo paesino di questa angolo di mondo ma anche la scoperta di una
scritta, a matita, sulla prima pagina della copia in prestito alla Biblioteca Comunale di Trento: “dono anonimo”. E il mistero di infittisce…
Emanuela Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino 11 dicembre 2013













