giovedì 30 gennaio 2014

La mafia uccide solo d'estate. Davvero?

Non è un film sulla mafia. E nemmeno un film su Palermo. La mafia uccide solo d’estate, semmai, è un film che spiega, in modo originale ed efficace, perché "a Palermo la mafia condiziona la vita di tutti”. 

Come sostiene e racconta Arturo, un bambino (Alex Bisconti) che nel capoluogo siciliano ci vive e diventa adulto. Ad interpretare l’Arturo fattosi uomo è Pierfrancesco Diliberto, conosciuto ai più come Pif: abituati a vederlo in televisione, telecamera alla mano e auricolari perennemente adagiate nelle orecchie, non ci deluderà sul grande schermo nei panni dell’attore e regista di sè stesso.

Diliberto, che di cinema ne sa avendo avuto l’opportunità di formarsi al fianco di Franco Zeffirelli e Marco Tullio Giordana, riesce nel delicato compito di raccontare la difficile convivenza imposta dalla mafia ad una città come Palermo, divisa da un muro di omertà e piagata nel suo divenire da un nemico invisibile capace di penetrare la vita altrui e plasmarla senza scampo.


Quel che stupisce, di questa pellicola, non è il significato del messaggio, ma il suo significante, capace di regalare quel tocco di originalità che troppo spesso manca, nell’arte in genere, mescolando alle scene del girato alcune immagini di un repertorio che ogni italiano oltre i trenta conosce e ricorda.

Lo spettatore viene, così, trascinato lungo le vie degli assassini e delle deflagrazioni, passando per le aule bunker del maxi processo, fino alla cattedrale cittadina dove si celebrano i funerali degli agenti della scorta di Paolo Borsellino, vittime dell’attentato del 19 luglio 1992.

Ed alla narrazione inzuppata di esperienza e vissuto, si mescola il sapore vigoroso dell’ironia che non rovina ma esalta, semmai, un piatto ricco ed elaborato guarnito del sincero amore di Pif per la città natale. 

Un sentimento che porta il debuttante regista a mettere in primo piano una storia d’amore nata fra i banchi di una scuola elementare e sbocciata davanti all’ineluttabile presa di coscienza di quanto serva, oggi come ieri, una nuova coscienza sociale e civile; e come la stessa debba transitare, necessariamente, attraverso una nuova educazione alla verità.

La decisione di lasciare sullo sfondo le storie della mafia, sminuendo la figura del boss granitico per esaltare le tante persone che hanno incarnato la lotta contro Cosa Nostra, risulta essere uno stratagemma efficace a renderle protagoniste della vita di un bambino come Arturo, che ha scelto Giulio Andreotti per eroe ed un giornalista, epurato, per amico. Un’ anima, giovane, ma già specchio di questa città a due anime.


Da una parte barocca, nei saloni dei suoi palazzi silenziosi e dall’altra perfettamente anni ’70, nei giochi colorati delle sue carte da parati. Piegata da un nemico invisibile ma testardamente onesta e ribelle nel dedicare alle proprie vittime una memoria tangibile e leggibile nelle lapidi apposte nei luoghi della morte.

Da vedere perché: per bruciare quel velo di indifferenza che alla domanda “Dobbiamo avere paura della mafia?” fa rispondere ad un genitore “Ma no! La mafia uccide solo d’estate e qui è ancora inverno! Dormi tranquillo, Arturo”.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del trentino il 25 gennaio 2014 

sabato 25 gennaio 2014

Cosa voglio di più. L'amore tra sentimenti e stereotipi

La vita, serena, di una donna devia e cambia marcia all’incrocio con lo sguardo di un uomo. È la scintilla di un attimo a cambiare due destini. È una storia come tante, quella di Anna, che dopo qualche anno di convivenza sta valutando l’idea di una maternità e quella di Domenico che il guado l’ha già superato ed il suo oggi oscilla fra l’infelicità familiare e la precarietà di un lavoro incapace di regalare soddisfazioni.

Basta poco a rimettere tutto in discussione. Basta la chimica epidermica e qualche minuto rubato al quotidiano perché due esistenze si leghino ad un appuntamento settimanale capace di diventare una passione ossessiva.

Cosa voglio di più è un titolo a cui sembra mancare un punto interrogativo finale. Ma forse, la forza del messaggio, sta proprio in questa a assenza. In fin dei conti i protagonisti, quella stessa domanda non se la pongono mai, mentre dimostrano di conoscere la risposta.



Silvio Soldini scrive e dirige una pellicola senza fronzoli ma tanta angoscia. Per una storia che non dovrebbe esserci ma c’è, per tutto quel che si vorrebbe ma non si può avere, per tutto quel di più che va al di là. Un film sulla realtà, con i suoi dialoghi sfrangiati e luoghi illuminati di quotidianità, persino quasi dogmatico nell’essenzialità.

Colpisce il manto di realismo che avvolge una storia quasi sibillina nel suo crescere. E il coraggio di mostrare ogni lato di una relazione d’amore, messa a nudo nel suo tormento e svelata nella crudità che può sottendere. Ma c’è qualcosa che non gira. Ci sono tratti, nell’insieme, che risultano sgradevoli quanto disturbanti.

La totale assenza dell'elemento cardine di una storia che nasce: la seduzione . Ed ancora, la scelta di schierare in campo una squadra di stereotipi femminili perché si confronti con una formazione di equivalenti maschili, ce la saremmo risparmiata volentieri. L’amante in preda alla disperazione che rinunciando ad ogni forma di orgoglio spia la di lui moglie vs l’uomo fedifrago che non ha il coraggio di lasciare la moglie ma non rinuncia ad una storia parallela è quanto di scontato e banale si poteva produrre.


Non parliamo poi della tristezza che accompagna, quale mesta colonna sonora dei sentimenti, tutto lo svolgersi dell’azione e assomiglia più ad un indice puntato che ad una narrazione oggettiva. Ed è proprio questo a stonare. L’amore, il tradimento e la famiglia sono materiali difficile da manovrare.

Meglio optare per la sincerità narrativa che permettere alla confusione affettiva di salire dal piano contenutistico a quello espositivo. Il risultato è un dubbio fastidioso: sarà mica bigottismo mascherato da sguardo oggettivo ed imparziale sul tema? Il gioco di confondere le pedine è una strategia che convince poco e impoverisce l’essenza del proprio lavoro. Peccato.

Certo è un film da vedere, perché scava e fa discutere. Ma rimane la domanda: non era forse il caso di fermarsi con la macchina da presa sulla difficoltà di guardare al di là della coppia, anziché spingersi a tirare le fila del discorso?

Poteva andar meglio. Anche se il finale lascia aperte strade ed immaginazione.

Emanuela Macrì

mercoledì 22 gennaio 2014

Bling Ring. L’ossessione di esserci, anche senza invito

I sospetti indossavano delle Louboutin. Niente letteratura, nessuna eroina. Dimenticate la mitologia e i personaggi disegnati per stupire o divertire. Quella raccontata nel servizio firmato da Nancy Jo Sales è una storia, vera, che dalle pagine del numero di marzo del 2010 di Vanity Fair finisce sul grande schermo. 

Sì. Tutto quel che vedrete in questo film è realmente accaduto. E non si tratta di una favoletta condita dall’esuberanza di cinque ragazzotti immaturi ma di una vicenda, tanto triste quanto preoccupante, che percorrendo le Beverly Hills si schianta in un’aula di tribunale e in un poker di condanne, peraltro non troppo severe.

Sofia Coppola in Bling Ring dirige un’adolescenza sfamata a Ritalin e spinge la macchina da presa attraverso le notti insonni, gonfiate da bagordi e cocktails chimico-alcoolici frammisti ad un’improponibile infilata di reati, di cui si rende protagonista. Quattro amiche, si fa per dire, ed un ragazzo a condividere una vita sparata tra il buio di una sniffata e la luce riflessa da un gloss perfettamente applicato, in un’esistenza costantemente aggiornata all’ultimo autoscatto postato su Facebook.

Una gioventù senza reali, né materiali, necessità mossa da un ingombrante bisogno di affermazione che passa, necessariamente, dal possedere per sottrazione. In un mondo dove più che essere conta esserci, ed all’avere è preferibile l’appropriarsi, anche se questo significa invadere spazi privati e proprietà altrui, senza chiedere il permesso.

Una gioventù che sfida sé stessa, la legge e pure il buon senso, e la notte non trova nulla di meglio da fare che intrufolarsi nelle case dei vip in assenza dei proprietari, per toccare con mano vite ed oggetti, per razziare vestiti e gioielli, per sentirsi parte di un universo costellato da lustrini e paillettes.


Nulla sembra poterli fermare. Nemmeno le telecamere di sorveglianza che registrano atti e misfatti di un’adolescenza che non auguriamo a nessuno di vivere, fatta di sogni finti e vuoti che si confrontano con una genitorialità inconsistente e incapace del ruolo educativo che le spetterebbe. Adorabilmente penosa, in questo senso, la scelta della “scuola familiare” per tre delle protagoniste, che in un curioso e assurdo abbinamento di pigiama e stilosissimi stivali UGG affrontano le lezioni d’impronta newage della madre, insegnante improvvisata ed improbabile.

Non stupisce, pertanto, che negli 87 minuti di pellicola non compaia nemmeno un libro o un quaderno. La cultura, quella con la C, sembra letteralmente bandita da questa storia. E non potrebbe essere altrimenti. Non pervenuto, e spiace dirlo, il piacere di stare in sala. Anzi. Ad accompagnare i minuti di cui sopra c’è un vago senso di noia e l’occhio incollato all’orologio. Questo film, in sostanza, è una bella senz’anima, per quel che racconta, forse, ma soprattutto per come lo racconta.

Sarà per il ritmo troppo lento e fuori sincrono rispetto alla storia che narra, che sembra funzionale solo ad allungare un brodo già abbastanza insipido. O per quel biascicare parole e immagini esasperando un racconto che, al contrario, necessitava di una velocità maggiore.

Una partita non giocata, si potrebbe concludere. Una gara non disputata, poiché la squadra sembra non essersi nemmeno presentata in campo: un montaggio sfumato, una sceneggiatura sbiadita ed una fotografia poco incisiva, sono vittime di una regia deludente. Ne nasce, così, un film senza sapore né colore.

Non ci siamo. Alla prossima, cara Coppola, sperando in un lavoro di migliore. I mezzi (in senso lato) di certo, non ti mancano!

Emanuela Macrì 


lunedì 20 gennaio 2014

The Butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca

“La tua presenza, nella stanza, non deve essere nemmeno percepita.” Una raccomandazione che riassume, in poche semplici e terribili parole, un dramma vissuto per secoli da milioni di persone. Un incubo che sembra senza soluzione. 

Cecil Gaines (Forest Whitaker) è un domestico, un “negro di casa”, sottratto dalla decana di casa dall’incubo dei campi di cotone quale forma di risarcimento: il padre viene freddato davanti ai suoi occhi ancora bambini dal padrone che ha appena abusato di sua madre (Mariah Carrey). Un trauma dal quale, la donna, non si riprenderà più.

Ma la vita, per Cecil, è un fardello non troppo pesante da portare: docile sin da ragazzo fattosi adulto decide di tentare la fortuna in città, abbandonando la natia Georgia per Washington. Il destino lo attende nella grande città con un incontro fortuito e fortunato ed un’offerta di lavoro alla Casa Bianca. Il posto da maggiordomo sarà il suo futuro.

Cecil è un uomo mite che non chiede nulla di più ci quanto non abbia: una moglie, due figli, amici allegri e una schiera di colleghi con cui divide molto di più di un semplice mestiere. Un uomo pacato, forse troppo indulgente, quasi sordo al dramma umano che si consuma sulle strade del suo paese. Una tragedia che sembra scivolargli addosso e non sporcare i lindi guanti che lucidano gli argenti presidenziali e versano tisane bollenti.

Ed un mondo che cambia fuori dalle mura amiche della sua vita, con cui non vuole confrontarsi, arrivando persino a scegliere di troncare i rapporti con il figlio maggiore, che per un mondo migliore mette a repentaglio la propria vita ed in discussione il rapporto con i genitori.


The Butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca, è un film lungo una vita. I primi fotogrammi vedono Cecil, ormai anziano, attendere seduto nell’anticamera della stanza ovale. E ripercorrere, mentalmente, la sua storia. I ricordi prendono posto lungo un asse temporale dal ritmo narrativo non forzato fino giungere al presente, dove la sua presenza alla Casa Bianca e qualche piccolo particolare, assumono un senso.

Un film piacevole, scorrevole, a tratti commovente anche se non esente da qualche considerazione. Perché mescolare un punto di vista soggettivo con una narrazione oggettiva può rivelarsi manovra assai pericolosa, se la tematica è scottante. Si rischia di storpiarne il senso e renderne oscuro il messaggio.

In questo caso, poi, quello del protagonista è un punto di vista inusuale e fuori dal coro, quindi quasi incomprensibile, soprattutto al cospetto di un racconto apparentemente ripulito dalla rabbia e dal rancore che dovrebbero averlo sporcato. Il rapporto, difficile, di un padre con il figlio, affrontato con una leggerezza quasi cronachistica ed il ripensamento, per modi e tempi, risulta poco credibile.

Obiezioni e sofismi a parte, Lee Daniels dirige una storia vera, drammatica, ma vitale ed elaborata con infinita dolcezza dall’ottimo Forest Whitaker. Notevole l’interpretazione di Oprah Winfrey, perfetta nei panni di Gloria, la moglie fragile e paziente che dietro al fumo della perenne sigaretta cela qualcosa di più di un semplice silenzio. E convincente anche un inaspettato Lenny Kravitz ben pettinato e lontano dalle ruvidità del chitarrista a cui siamo abituati ma per nulla sgradevole nel ruolo dell’attempato maggiordomo e padre di famiglia.

Da vedere perché: l’emozione cullata nella scena finale ripaga di qualche particolare che sembra sfuggire. La pregevole recitazione di un cast insolito e l’eleganza del ritmo narrativo riescono ad addolcire la più amara delle medicine.

Emanuela Macrì 



venerdì 17 gennaio 2014

Simona Atzori, l'arte per volare

Simona si chiede che cosa le manchi per essere felice. E la risposta che trova, l'unica che riesce a trovare è : nulla. In realtà qualcosa a Simona Atzori manca. Le sue braccia, come lei stessa racconta, sono rimaste in cielo. Ma questo non le ha impedito di diventare quel che è oggi: una donna serena, una grande ballerina, una pittrice talentuosa.

E vederla ballare è davvero uno spettacolo emozionante. Quando la vedi volteggiare, capisci, che è nata per questo. Poi, allo stesso modo, davanti alle sue opere pittoriche rimani senza fiato. Le pennellate soavi, i colori tenui e carichi a contrasto, i contorni decisi, sembrano disegnarla come meglio non si potrebbe: in quelle tele c'è tutta Simona.

In fondo è stata proprio con la pittura il primo folgorante incontro, quando piccola piccolissima emulando la sorella maggiore, inizia a coltivare una passione che nasce da un talento indiscutibile. E non serviranno a nulla gli ostacoli che incontrerà sulla sua strada: determinata e cosciente di avere molto da dire e da esprimere nel 2001 si laurea in Visual Art presso la University of Western Ontario di London in Canada.

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Il cammino che la porta in Canada inizia, però, molto tempo prima. Quando bambina capisce le potenzialità espressive della pittura quale linguaggio. Disegnare per ore de ore, però, non basta. Capisce di aver bisogno di una guida, che troverà in una zia paziente e capace ed in amiche abili che saranno per lei ottime maestre.

E poi ci sarà la sua grande voglia di imparare ad esortarla a sperimentare il più possibile: dal disegno sulla ceramica alla tecnica dell'acquerello, dal ritratto al paesaggio, sempre con la stessa serietà a dedizione. Sempre con gli stessi colori in contrasto, dal rosso più acceso ad un pallidissimo giallo, dai blu topazio ai grigi più spenti.

Nelle sue opere a parlare sono le ombre, la forza del chiaroscuro, l'energia espressiva dei volti che ritrae. Perché Simona non si limita a riprodurre una faccia. Simona va a caccia e riesce a scovare, le emozioni, che trova in espressioni fulminee ma dense di significato.
È una pittrice che dimostra generosità, di saper cogliere, con la sua arte, quell'attimo unico ed irripetibile della sorpresa, della paura, della fatica, della passione, con uno stile che le calza a pennello. E non è un gioco di parole.

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Il ritratto, però, è solo una parte del portfolio pittorico della Atzori. Abile nell'individuare vivide sensazioni, Simona sa contaminare la disciplina pittorica con quella performante della danza, che compare spessissimo nelle sue tele.

Spesso quanto ci compare lei stessa, che celebra tutto il suo vissuto, anche il più profondo, articolando un racconto per immagini, padroneggiando ogni tecnica in modo magistrale. Se la matita su carta si rivela la scelta migliore per far vibrare in chiaroscuro l'espressività dei volti, l'olio su tela le permette di donare volume e morbidezza al corpo umano, mentre le figure che potrebbero perdersi in opere quasi monocrome, vengono sapientemente profilate con un uso tono su tono dei pastelli.

Il vero tema dominante nell'opera di Simona Atzori è il corpo ed il suo movimento. Non potrebbe non essere così, in fondo. In lei, e con lei, la staticità della pittura si fonde e si lascia cullare dai movimenti dell'arte performante della danza.

Sì, c'è anche molta danza nella sua pittura. Un soggetto privilegiato, mai monotono. Un mezzo espressivo che, nelle sue tele, diventa magia di colore e fa respirare tantissima vita. Una magia che fa muovere ciò che, per natura, è statico. Sì, allo stesso modo, c'è molta pittura nella sua danza. I suoi movimenti sembrano attorcigliarsi alle scie intense di colore che riempiono i suoi quadri mentre il suo corpo segue linee in chiaroscuro. 

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Un altro tema, (im)portante, nella sua arte è quello dell'incontro, che spesso rappresenta con mani e piedi a contatto, che dialogano. L'incontro che abilmente riassume tutta l'arte di Simona Atzori, dove le discipline si incrociano, fondono e compenetrano. Dove l'una vive per e dell'altra, e l'altra non si spiega senza l'una. Come la loro creatrice così completa nel suo essere da risultare pienamente credibile quando afferma " sono felice perché non mi manca nulla ".

Di certo non le sono mancate le emozioni. Quando ha danzato per Papa Wojtyla, in occasione del Giubileo del 2000 in veste di ambasciatrice della danza. Quando ha inaugurato le Paralimpiadi invernali di Torino nel 2006, con Luca Alberti, o quando ha danzato in apertura della 4a serata dell'edizione del 2012 del Festival di Sanremo. Emozioni forti come quelle di aprire una galleria personale (a London in Canada) o partecipare al progetto della Fondazione Fontana in Kenia, in veste di ambasciatrice.

Non importa decretare se si tratti di una donna forte o no. Perché sicuramente più forte di tutto è la sua voglia di esserci e la sua motivazione. Quella che porta negli incontri con il suo pubblico, quella che la fa friggere di emozione prima di ogni spettacolo, quella che le fa intingere il pennello nel colore.


Le foto e le opere che trovate nel suo sito www.simonarte.it parlano di lei, che è stata raccontata anche da Candido Cannavò in E li chiamano disabili.
Cosa ti manca per essere felice? è, invece, il consigliatissimo luogo (prima che un libro) dove trovare Simona. Dove respirare fino in fondo il significato delle sue parole: «la danza e la pittura: due, come le ali. Sono proprio loro a portarmi in alto, e a permettermi di volare ».

Emanuela Macrì

Pubblicato su La Voce del Trentino il 16 gennaio 2014

venerdì 10 gennaio 2014

L'Arte in divenire. Pippa Bacca

Un vestito da sposa macchiato di sangue e disumanità sembra un ossimoro. Ed invece no. È la cronaca di un viaggio finito in tragedia e di un sogno bruciato sulla strada per Israele. Le storie si sa, non dovrebbero essere narrate dalla fine. Ma in questo caso non può essere altrimenti. 

Pippa Bacca è l’artista trentatreenne che un giorno del 2008 decide di indossare un abito bianco per dare inizio, con l’amica e performer Silvia Moro, ad un progetto coraggioso e denso di significati, prolifico di senso e ricco di simboli. È l’8 marzo quando parte dalla sua Milano. In valigia mette una buona dose di fiducia nell’essere umano e tanta voglia di dimostrare che l’amore, se vuole, può vincere.

L’idea di fondo è semplice: raggiungere Gerusalemme seguendo un percorso attraverso i territori segnati nella storia e nell’anima dalla violenza dei conflitti di cui sono stati teatro. Serbia, Bosnia, Bulgaria, Turchia, Libano e poi Palestina fino ad Israele. A donare singolarità è la modalità di spostamento scelta, ovvero l’autostop, forma eletta per la capacità, unica, di donare unione e senso di comunità, basato sulla fiducia offerta e ricevuta.

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Spose in Viaggio, è un’opera performativa che si esprime nel suo svolgersi e diviene concreta nel cammino che affronta, anche fisico. È occasione e mescolanza di lingue e culture: Pippa e Silvia, approfitteranno delle soste tra un trasferimento ed un altro per conoscere e dialogare, confrontarsi e mischiarsi alla gente del mondo. Silvia incontra le ricamatrici che lasceranno tracce, concrete, sul suo abito.

Pippa le ostetriche, che omaggia simbolicamente con il rito della “Lavanda dei piedi”, atto di riconoscenza e gratitudine per il lavoro svolto, perché affascinata dalla potenza della nascita quale atto originale e ammantato di magia. L’artista milanese prova una vivace attrazione per la trasformazione insita nel processo di crescita e per la mutazione in genere, che traduce nelle sua arte attraverso un attento lavoro di trasfigurazione della sostanza.

Le piace creare dando nuova forma a materiali esistenti. Una foto, passandole fra le mani dotate di forbici, prende forme nuove e veicola messaggi sempre nuovi. Così una foglia caduta viene restituita al bosco dopo aver assunto forme, vagamente, umane. Nulla che transiti dalle parti di Pippa sarà più il medesimo che era. La sua arte è il divenire.

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Cosa resta, oggi, di Giuseppina Pasqualino di Marineo oltre al ricordo intrecciato al dolore di un macabro destino? Le sue opere che vivacizzano molte mostre ancora in giro per il mondo, uno spettacolo teatrale dal titolo Sono innamorata di Pippa bacca. Chiedimi perché! di Giulia Morello e Laura Jacobbi ed una performance visivo - teatrale, L’alba della sposa innesti-placenta della storia di Pippa Bacca, nata da un testo che vince il premio Lunarte 2012.

Rimane la canzone intitolata Velo da sposa che il gruppo dei Radiodervish le dedica a cinque anni dalla scomparsa. Ed il videoclip della canzone E Se Poi con Malika Ayane di bianco vestita e valigia alla mano. Fotogrammi quale omaggio, alla donna ancor prima che all’artista.

Permane, anche e purtroppo, il ricordo sgomento delle ore in silenzio senza avere notizie sulla sua sorte, dopo il saluto a Silvia e l’arrivederci che diverrà un addio. Uno sgomento che diventa dolore quando, dopo più di dieci giorni, il suo corpo viene trovato dopo nei pressi della città turca di Gebze.

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E se non consolano due manette strette ai polsi ed una condanna con “fine pena mai”, solleva il pensiero di quanto lo spirito che accompagnava il viaggio – performance sia non sia stato soffiato via dalla brutalità, ma sia ormai indelebile come il suo messaggio. E di quanto, più forte della violenza, continui quella missione. Come un seme interrato che, germogliando, sembra dire sì, aveva ragione Pippa. L’amore vince su tutto! 

Emanuela Macrì

lunedì 6 gennaio 2014

American Hustle. L’apparenza inganna

Irving Rosenfeld (Christian Bale) è un malfattore dall’aria malinconica. Cresciuto nella frustrazione di un padre onesto ma vessato dalla vita si riscatta, in età adulta, con truffe e attività lecite di copertura. Gli affari, sporchi, sono destinati a decollare quando incontra colei che diverrà la sua amante e socia, Sidney Prosser (Amy Adams). 

Finiti nel mirino dell’agente federale Richard Di Maso (Bradley Cooper), e colti in flagrante, decidono di cavalcare la possibilità che viene offerta loro per sottrarsi alla giustizia: consegnare quattro malviventi all’FBI per dribblare l’arresto ed una inevitabile condanna per truffa. Il resto è storia.

American Hustle, infatti, muove da una vicenda, realmente accaduta, negli USA di fine anni ‘70, come avverte la scritta in sovraimpressione che campeggia a tutto schermo ed apre la proiezione. Particolare che diviene, peraltro, irrilevante dopo cinque metri di pellicola. Perchè David O. Russell, regista e sceneggiatore al fianco di E.W.Singer, non permette allo spettatore alcuna distrazione trascinandolo, letteralmente, lungo le vie un racconto inscritto in un gioco abile quanto intrigante in bilico fra certezze pronte a crollare e verità ingannevoli.

Alla scena iniziale, l’equivalente della distribuzione delle carte per la mano di gioco, seguono quasi 50 minuti di antefatti, necessari alla comprensione e ben costruiti. La rinuncia a caricare il lungo flashback con la fotografia (già virata ad una cromia vintage) risulta la scelta migliore per evitare di appesantire la fruizione. Il ritorno al presente indicativo, poi, risulta disciolto nella fluidità narrativa forte di una recitazione stellare.

                          

Un irriconoscibile Bale, nei panni del pingue truffatore dal “riporto elaborato”, tamarro e tenero al punto giusto, si contrappone al federale di Cooper, lo sbirro alla ricerca di una promozione che intenerisce nella penosa scena della messa in piega casalinga. La conturbante e felina Adams, invece, mescola una prova di magistrale interpretazione a vertiginose scollature difficilmente trascurabili.

Ma a spiccare, fra tutti, è la spumeggiante Rosalyn (Jennifer Lawrence), moglie tradita da Irving e casalinga depressa, imprigionata nel corpo e nelle movenze di una pin up un po’ sgualcita seppur sempre ben pettinata. Pacchiana e svampita, è l’unico elemento destabilizzante capace di mettere in forse la riuscita del losco affare. Debordante nel baciare la rivale e favolosa nella scena in cui canta Live and Let Die di Paul McCartney mentre affronta le pulizie domestiche indossando un paio di guanti gialli.

La penna sceneggiatrice mostra il suo spessore con il personaggio di Carmine Polito (Jeremy Renner), tratteggiato con una finezza tale da sottrarlo al facile gioco dello stereotipo dell’italiano emigrato e corruttibile. Piace, anche, per l’accostamento del seme genealogico nel nome contrapposto all’invidiabile ciuffo “alla Elvis” che testimonia una conquistata integrazione confermata alle urne.

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Fluttuano soavi e senza pesantezze i 138 minuti di pellicola che sulla carta potrebbero spaventare: qualche volteggio, sinuoso ma non esasperato, della macchina da presa unito alla scioltezza di un montaggio senza manierismi (Jay Cassidy, Crispin Struthers, Alan Baumgarten) rendono morbida la poltroncina del cinema.

Peccato, soltanto, per l’italico zampino del doppiaggio, poco riuscito, soprattutto nella parte iniziale. Fa riflettere, una volta ancora, sulla necessità di abituarsi a fruire dei film nella loro lingua originale.

Da vedere perché: giochi di leggeri fuori fuoco, piccole sgranature scelte per “sporcare” alcune immagini e brevi scene in slow motion valgono il prezzo del biglietto. 

Emanuela Macrì