mercoledì 22 gennaio 2014

Bling Ring. L’ossessione di esserci, anche senza invito

I sospetti indossavano delle Louboutin. Niente letteratura, nessuna eroina. Dimenticate la mitologia e i personaggi disegnati per stupire o divertire. Quella raccontata nel servizio firmato da Nancy Jo Sales è una storia, vera, che dalle pagine del numero di marzo del 2010 di Vanity Fair finisce sul grande schermo. 

Sì. Tutto quel che vedrete in questo film è realmente accaduto. E non si tratta di una favoletta condita dall’esuberanza di cinque ragazzotti immaturi ma di una vicenda, tanto triste quanto preoccupante, che percorrendo le Beverly Hills si schianta in un’aula di tribunale e in un poker di condanne, peraltro non troppo severe.

Sofia Coppola in Bling Ring dirige un’adolescenza sfamata a Ritalin e spinge la macchina da presa attraverso le notti insonni, gonfiate da bagordi e cocktails chimico-alcoolici frammisti ad un’improponibile infilata di reati, di cui si rende protagonista. Quattro amiche, si fa per dire, ed un ragazzo a condividere una vita sparata tra il buio di una sniffata e la luce riflessa da un gloss perfettamente applicato, in un’esistenza costantemente aggiornata all’ultimo autoscatto postato su Facebook.

Una gioventù senza reali, né materiali, necessità mossa da un ingombrante bisogno di affermazione che passa, necessariamente, dal possedere per sottrazione. In un mondo dove più che essere conta esserci, ed all’avere è preferibile l’appropriarsi, anche se questo significa invadere spazi privati e proprietà altrui, senza chiedere il permesso.

Una gioventù che sfida sé stessa, la legge e pure il buon senso, e la notte non trova nulla di meglio da fare che intrufolarsi nelle case dei vip in assenza dei proprietari, per toccare con mano vite ed oggetti, per razziare vestiti e gioielli, per sentirsi parte di un universo costellato da lustrini e paillettes.


Nulla sembra poterli fermare. Nemmeno le telecamere di sorveglianza che registrano atti e misfatti di un’adolescenza che non auguriamo a nessuno di vivere, fatta di sogni finti e vuoti che si confrontano con una genitorialità inconsistente e incapace del ruolo educativo che le spetterebbe. Adorabilmente penosa, in questo senso, la scelta della “scuola familiare” per tre delle protagoniste, che in un curioso e assurdo abbinamento di pigiama e stilosissimi stivali UGG affrontano le lezioni d’impronta newage della madre, insegnante improvvisata ed improbabile.

Non stupisce, pertanto, che negli 87 minuti di pellicola non compaia nemmeno un libro o un quaderno. La cultura, quella con la C, sembra letteralmente bandita da questa storia. E non potrebbe essere altrimenti. Non pervenuto, e spiace dirlo, il piacere di stare in sala. Anzi. Ad accompagnare i minuti di cui sopra c’è un vago senso di noia e l’occhio incollato all’orologio. Questo film, in sostanza, è una bella senz’anima, per quel che racconta, forse, ma soprattutto per come lo racconta.

Sarà per il ritmo troppo lento e fuori sincrono rispetto alla storia che narra, che sembra funzionale solo ad allungare un brodo già abbastanza insipido. O per quel biascicare parole e immagini esasperando un racconto che, al contrario, necessitava di una velocità maggiore.

Una partita non giocata, si potrebbe concludere. Una gara non disputata, poiché la squadra sembra non essersi nemmeno presentata in campo: un montaggio sfumato, una sceneggiatura sbiadita ed una fotografia poco incisiva, sono vittime di una regia deludente. Ne nasce, così, un film senza sapore né colore.

Non ci siamo. Alla prossima, cara Coppola, sperando in un lavoro di migliore. I mezzi (in senso lato) di certo, non ti mancano!

Emanuela Macrì