La vita, serena, di una donna devia e cambia marcia all’incrocio
con lo sguardo di un uomo. È la scintilla di un attimo a cambiare due destini. È
una storia come tante, quella di Anna, che dopo qualche anno di convivenza sta
valutando l’idea di una maternità e quella di Domenico che il guado l’ha già superato ed il
suo oggi oscilla fra l’infelicità familiare e la precarietà di un lavoro
incapace di regalare soddisfazioni.
Basta poco a rimettere tutto in discussione. Basta la chimica
epidermica e qualche minuto rubato al quotidiano perché due esistenze si
leghino ad un appuntamento settimanale capace di diventare una passione
ossessiva.
Cosa voglio di più è un titolo a cui sembra mancare un punto
interrogativo finale. Ma forse, la forza del messaggio, sta proprio in questa a
assenza. In fin dei conti i protagonisti, quella stessa domanda non se la
pongono mai, mentre dimostrano di conoscere la risposta.
Silvio Soldini scrive e dirige una pellicola senza
fronzoli ma tanta angoscia. Per una storia che non dovrebbe esserci ma c’è, per
tutto quel che si vorrebbe ma non si può avere, per tutto quel di più che va al
di là. Un film sulla realtà, con i suoi dialoghi sfrangiati e luoghi illuminati
di quotidianità, persino quasi dogmatico nell’essenzialità.
Colpisce il manto di realismo che avvolge una storia quasi
sibillina nel suo crescere. E il coraggio di mostrare ogni lato di una relazione d’amore, messa a nudo nel suo tormento
e svelata nella crudità che può sottendere. Ma c’è qualcosa che non gira. Ci
sono tratti, nell’insieme, che risultano sgradevoli quanto disturbanti.
La totale assenza dell'elemento cardine di una storia che nasce: la seduzione . Ed ancora, la scelta di schierare in
campo una squadra di stereotipi femminili perché si confronti con una
formazione di equivalenti maschili, ce la saremmo risparmiata volentieri.
L’amante in preda alla disperazione che rinunciando ad ogni forma di
orgoglio spia la di lui moglie vs l’uomo fedifrago che non ha il coraggio di
lasciare la moglie ma non rinuncia ad una storia
parallela è quanto di scontato e banale si poteva produrre.
Non parliamo poi della tristezza che accompagna, quale mesta colonna
sonora dei sentimenti, tutto lo svolgersi dell’azione e assomiglia più ad un
indice puntato che ad una narrazione oggettiva. Ed è proprio questo a stonare.
L’amore, il tradimento e la famiglia sono materiali
difficile da manovrare.
Meglio optare per la sincerità narrativa che permettere alla
confusione affettiva di salire dal piano contenutistico a quello espositivo. Il
risultato è un dubbio fastidioso: sarà mica bigottismo mascherato da sguardo
oggettivo ed imparziale sul tema? Il gioco di confondere le pedine è una
strategia che convince poco e impoverisce l’essenza del proprio lavoro. Peccato.
Certo è un film da vedere, perché scava e fa
discutere. Ma rimane la domanda: non era forse il caso di fermarsi con la
macchina da presa sulla difficoltà di guardare al di là della coppia, anziché
spingersi a tirare le fila del discorso?
Poteva andar meglio. Anche se il finale lascia aperte strade ed
immaginazione.
Emanuela Macrì

