sabato 25 gennaio 2014

Cosa voglio di più. L'amore tra sentimenti e stereotipi

La vita, serena, di una donna devia e cambia marcia all’incrocio con lo sguardo di un uomo. È la scintilla di un attimo a cambiare due destini. È una storia come tante, quella di Anna, che dopo qualche anno di convivenza sta valutando l’idea di una maternità e quella di Domenico che il guado l’ha già superato ed il suo oggi oscilla fra l’infelicità familiare e la precarietà di un lavoro incapace di regalare soddisfazioni.

Basta poco a rimettere tutto in discussione. Basta la chimica epidermica e qualche minuto rubato al quotidiano perché due esistenze si leghino ad un appuntamento settimanale capace di diventare una passione ossessiva.

Cosa voglio di più è un titolo a cui sembra mancare un punto interrogativo finale. Ma forse, la forza del messaggio, sta proprio in questa a assenza. In fin dei conti i protagonisti, quella stessa domanda non se la pongono mai, mentre dimostrano di conoscere la risposta.



Silvio Soldini scrive e dirige una pellicola senza fronzoli ma tanta angoscia. Per una storia che non dovrebbe esserci ma c’è, per tutto quel che si vorrebbe ma non si può avere, per tutto quel di più che va al di là. Un film sulla realtà, con i suoi dialoghi sfrangiati e luoghi illuminati di quotidianità, persino quasi dogmatico nell’essenzialità.

Colpisce il manto di realismo che avvolge una storia quasi sibillina nel suo crescere. E il coraggio di mostrare ogni lato di una relazione d’amore, messa a nudo nel suo tormento e svelata nella crudità che può sottendere. Ma c’è qualcosa che non gira. Ci sono tratti, nell’insieme, che risultano sgradevoli quanto disturbanti.

La totale assenza dell'elemento cardine di una storia che nasce: la seduzione . Ed ancora, la scelta di schierare in campo una squadra di stereotipi femminili perché si confronti con una formazione di equivalenti maschili, ce la saremmo risparmiata volentieri. L’amante in preda alla disperazione che rinunciando ad ogni forma di orgoglio spia la di lui moglie vs l’uomo fedifrago che non ha il coraggio di lasciare la moglie ma non rinuncia ad una storia parallela è quanto di scontato e banale si poteva produrre.


Non parliamo poi della tristezza che accompagna, quale mesta colonna sonora dei sentimenti, tutto lo svolgersi dell’azione e assomiglia più ad un indice puntato che ad una narrazione oggettiva. Ed è proprio questo a stonare. L’amore, il tradimento e la famiglia sono materiali difficile da manovrare.

Meglio optare per la sincerità narrativa che permettere alla confusione affettiva di salire dal piano contenutistico a quello espositivo. Il risultato è un dubbio fastidioso: sarà mica bigottismo mascherato da sguardo oggettivo ed imparziale sul tema? Il gioco di confondere le pedine è una strategia che convince poco e impoverisce l’essenza del proprio lavoro. Peccato.

Certo è un film da vedere, perché scava e fa discutere. Ma rimane la domanda: non era forse il caso di fermarsi con la macchina da presa sulla difficoltà di guardare al di là della coppia, anziché spingersi a tirare le fila del discorso?

Poteva andar meglio. Anche se il finale lascia aperte strade ed immaginazione.

Emanuela Macrì