lunedì 6 gennaio 2014

American Hustle. L’apparenza inganna

Irving Rosenfeld (Christian Bale) è un malfattore dall’aria malinconica. Cresciuto nella frustrazione di un padre onesto ma vessato dalla vita si riscatta, in età adulta, con truffe e attività lecite di copertura. Gli affari, sporchi, sono destinati a decollare quando incontra colei che diverrà la sua amante e socia, Sidney Prosser (Amy Adams). 

Finiti nel mirino dell’agente federale Richard Di Maso (Bradley Cooper), e colti in flagrante, decidono di cavalcare la possibilità che viene offerta loro per sottrarsi alla giustizia: consegnare quattro malviventi all’FBI per dribblare l’arresto ed una inevitabile condanna per truffa. Il resto è storia.

American Hustle, infatti, muove da una vicenda, realmente accaduta, negli USA di fine anni ‘70, come avverte la scritta in sovraimpressione che campeggia a tutto schermo ed apre la proiezione. Particolare che diviene, peraltro, irrilevante dopo cinque metri di pellicola. Perchè David O. Russell, regista e sceneggiatore al fianco di E.W.Singer, non permette allo spettatore alcuna distrazione trascinandolo, letteralmente, lungo le vie un racconto inscritto in un gioco abile quanto intrigante in bilico fra certezze pronte a crollare e verità ingannevoli.

Alla scena iniziale, l’equivalente della distribuzione delle carte per la mano di gioco, seguono quasi 50 minuti di antefatti, necessari alla comprensione e ben costruiti. La rinuncia a caricare il lungo flashback con la fotografia (già virata ad una cromia vintage) risulta la scelta migliore per evitare di appesantire la fruizione. Il ritorno al presente indicativo, poi, risulta disciolto nella fluidità narrativa forte di una recitazione stellare.

                          

Un irriconoscibile Bale, nei panni del pingue truffatore dal “riporto elaborato”, tamarro e tenero al punto giusto, si contrappone al federale di Cooper, lo sbirro alla ricerca di una promozione che intenerisce nella penosa scena della messa in piega casalinga. La conturbante e felina Adams, invece, mescola una prova di magistrale interpretazione a vertiginose scollature difficilmente trascurabili.

Ma a spiccare, fra tutti, è la spumeggiante Rosalyn (Jennifer Lawrence), moglie tradita da Irving e casalinga depressa, imprigionata nel corpo e nelle movenze di una pin up un po’ sgualcita seppur sempre ben pettinata. Pacchiana e svampita, è l’unico elemento destabilizzante capace di mettere in forse la riuscita del losco affare. Debordante nel baciare la rivale e favolosa nella scena in cui canta Live and Let Die di Paul McCartney mentre affronta le pulizie domestiche indossando un paio di guanti gialli.

La penna sceneggiatrice mostra il suo spessore con il personaggio di Carmine Polito (Jeremy Renner), tratteggiato con una finezza tale da sottrarlo al facile gioco dello stereotipo dell’italiano emigrato e corruttibile. Piace, anche, per l’accostamento del seme genealogico nel nome contrapposto all’invidiabile ciuffo “alla Elvis” che testimonia una conquistata integrazione confermata alle urne.

Foto fonte web

Fluttuano soavi e senza pesantezze i 138 minuti di pellicola che sulla carta potrebbero spaventare: qualche volteggio, sinuoso ma non esasperato, della macchina da presa unito alla scioltezza di un montaggio senza manierismi (Jay Cassidy, Crispin Struthers, Alan Baumgarten) rendono morbida la poltroncina del cinema.

Peccato, soltanto, per l’italico zampino del doppiaggio, poco riuscito, soprattutto nella parte iniziale. Fa riflettere, una volta ancora, sulla necessità di abituarsi a fruire dei film nella loro lingua originale.

Da vedere perché: giochi di leggeri fuori fuoco, piccole sgranature scelte per “sporcare” alcune immagini e brevi scene in slow motion valgono il prezzo del biglietto. 

Emanuela Macrì