Irving
Rosenfeld (Christian Bale) è un
malfattore dall’aria malinconica. Cresciuto nella frustrazione di un padre
onesto ma vessato dalla vita si riscatta, in età adulta, con truffe e attività
lecite di copertura. Gli affari, sporchi, sono destinati a decollare quando
incontra colei che diverrà la sua amante e socia, Sidney Prosser (Amy
Adams).
Finiti nel mirino
dell’agente federale Richard Di Maso (Bradley Cooper), e
colti in flagrante, decidono di cavalcare la possibilità che viene offerta loro
per sottrarsi alla giustizia: consegnare quattro malviventi all’FBI per
dribblare l’arresto ed una inevitabile condanna per truffa. Il resto è storia.
American
Hustle, infatti, muove da una vicenda, realmente
accaduta, negli USA di fine anni ‘70, come avverte la scritta in
sovraimpressione che campeggia a tutto schermo ed apre la proiezione.
Particolare che diviene, peraltro, irrilevante dopo cinque metri di pellicola. Perchè David
O. Russell, regista e sceneggiatore al fianco di E.W.Singer, non permette
allo spettatore alcuna distrazione trascinandolo, letteralmente, lungo le vie
un racconto inscritto in un gioco abile quanto intrigante in bilico fra
certezze pronte a crollare e verità ingannevoli.
Alla scena iniziale,
l’equivalente della distribuzione delle carte per la mano di gioco, seguono
quasi 50 minuti di antefatti, necessari alla comprensione e ben costruiti. La
rinuncia a caricare il lungo flashback con la fotografia (già
virata ad una cromia vintage) risulta la scelta migliore per evitare di
appesantire la fruizione. Il ritorno al presente indicativo, poi, risulta
disciolto nella fluidità narrativa forte di una recitazione stellare.
Un irriconoscibile Bale,
nei panni del pingue truffatore dal “riporto elaborato”, tamarro e tenero al
punto giusto, si contrappone al federale di Cooper, lo sbirro alla ricerca di
una promozione che intenerisce nella penosa scena della messa in piega
casalinga. La conturbante e felina Adams, invece, mescola una prova di
magistrale interpretazione a vertiginose scollature difficilmente trascurabili.
Ma a spiccare, fra
tutti, è la spumeggiante Rosalyn (Jennifer Lawrence),
moglie tradita da Irving e casalinga depressa, imprigionata nel corpo e nelle
movenze di una pin up un po’ sgualcita seppur sempre ben pettinata. Pacchiana e
svampita, è l’unico elemento destabilizzante capace di mettere in forse la
riuscita del losco affare. Debordante nel baciare la rivale e favolosa
nella scena in cui canta Live and Let Die di Paul
McCartney mentre affronta le pulizie domestiche indossando un paio di
guanti gialli.
La penna sceneggiatrice
mostra il suo spessore con il personaggio di Carmine Polito (Jeremy
Renner), tratteggiato con una finezza tale da sottrarlo al facile gioco
dello stereotipo dell’italiano emigrato e corruttibile. Piace, anche, per
l’accostamento del seme genealogico nel nome contrapposto all’invidiabile
ciuffo “alla Elvis” che testimonia una conquistata integrazione confermata alle
urne.
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| Foto fonte web |
Fluttuano soavi e senza
pesantezze i 138 minuti di pellicola che sulla carta potrebbero spaventare:
qualche volteggio, sinuoso ma non esasperato, della macchina da presa unito
alla scioltezza di un montaggio senza manierismi (Jay
Cassidy, Crispin Struthers, Alan Baumgarten) rendono morbida la poltroncina
del cinema.
Peccato, soltanto, per
l’italico zampino del doppiaggio, poco riuscito, soprattutto nella parte
iniziale. Fa riflettere, una volta ancora, sulla necessità di abituarsi a
fruire dei film nella loro lingua originale.
Da vedere perché: giochi
di leggeri fuori fuoco, piccole sgranature scelte per “sporcare” alcune
immagini e brevi scene in slow motion valgono il prezzo del biglietto.
Emanuela
Macrì
Pubblicato su La Voce del Trentino il 05
gennaio 2014 http://lavocedeltrentino.it/index.php/cineworld/15575-cineworld-american-hustle-l-apparenza-inganna

