lunedì 20 gennaio 2014

The Butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca

“La tua presenza, nella stanza, non deve essere nemmeno percepita.” Una raccomandazione che riassume, in poche semplici e terribili parole, un dramma vissuto per secoli da milioni di persone. Un incubo che sembra senza soluzione. 

Cecil Gaines (Forest Whitaker) è un domestico, un “negro di casa”, sottratto dalla decana di casa dall’incubo dei campi di cotone quale forma di risarcimento: il padre viene freddato davanti ai suoi occhi ancora bambini dal padrone che ha appena abusato di sua madre (Mariah Carrey). Un trauma dal quale, la donna, non si riprenderà più.

Ma la vita, per Cecil, è un fardello non troppo pesante da portare: docile sin da ragazzo fattosi adulto decide di tentare la fortuna in città, abbandonando la natia Georgia per Washington. Il destino lo attende nella grande città con un incontro fortuito e fortunato ed un’offerta di lavoro alla Casa Bianca. Il posto da maggiordomo sarà il suo futuro.

Cecil è un uomo mite che non chiede nulla di più ci quanto non abbia: una moglie, due figli, amici allegri e una schiera di colleghi con cui divide molto di più di un semplice mestiere. Un uomo pacato, forse troppo indulgente, quasi sordo al dramma umano che si consuma sulle strade del suo paese. Una tragedia che sembra scivolargli addosso e non sporcare i lindi guanti che lucidano gli argenti presidenziali e versano tisane bollenti.

Ed un mondo che cambia fuori dalle mura amiche della sua vita, con cui non vuole confrontarsi, arrivando persino a scegliere di troncare i rapporti con il figlio maggiore, che per un mondo migliore mette a repentaglio la propria vita ed in discussione il rapporto con i genitori.


The Butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca, è un film lungo una vita. I primi fotogrammi vedono Cecil, ormai anziano, attendere seduto nell’anticamera della stanza ovale. E ripercorrere, mentalmente, la sua storia. I ricordi prendono posto lungo un asse temporale dal ritmo narrativo non forzato fino giungere al presente, dove la sua presenza alla Casa Bianca e qualche piccolo particolare, assumono un senso.

Un film piacevole, scorrevole, a tratti commovente anche se non esente da qualche considerazione. Perché mescolare un punto di vista soggettivo con una narrazione oggettiva può rivelarsi manovra assai pericolosa, se la tematica è scottante. Si rischia di storpiarne il senso e renderne oscuro il messaggio.

In questo caso, poi, quello del protagonista è un punto di vista inusuale e fuori dal coro, quindi quasi incomprensibile, soprattutto al cospetto di un racconto apparentemente ripulito dalla rabbia e dal rancore che dovrebbero averlo sporcato. Il rapporto, difficile, di un padre con il figlio, affrontato con una leggerezza quasi cronachistica ed il ripensamento, per modi e tempi, risulta poco credibile.

Obiezioni e sofismi a parte, Lee Daniels dirige una storia vera, drammatica, ma vitale ed elaborata con infinita dolcezza dall’ottimo Forest Whitaker. Notevole l’interpretazione di Oprah Winfrey, perfetta nei panni di Gloria, la moglie fragile e paziente che dietro al fumo della perenne sigaretta cela qualcosa di più di un semplice silenzio. E convincente anche un inaspettato Lenny Kravitz ben pettinato e lontano dalle ruvidità del chitarrista a cui siamo abituati ma per nulla sgradevole nel ruolo dell’attempato maggiordomo e padre di famiglia.

Da vedere perché: l’emozione cullata nella scena finale ripaga di qualche particolare che sembra sfuggire. La pregevole recitazione di un cast insolito e l’eleganza del ritmo narrativo riescono ad addolcire la più amara delle medicine.

Emanuela Macrì