domenica 28 dicembre 2014

Quando un sentimento sparisce. L’amore bugiardo

Il 5 luglio è QUEL GIORNO. Il giorno in cui Amy (Rosamund Pike) sparisce dalla sua lussuosa casa nel Missouri lasciando dietro di sé una lunga striscia di misteri e dubbi. È il giorno in cui Nick (Ben Affleck), suo marito, le avrebbe annunciato la fine del loro matrimonio. Proprio nel giorno in cui avrebbero dovuto festeggiare del loro quinto anniversario. 

Inizia così una ricerca che prende la forma di una caccia al tesoro, non a caso il regalo scelto ogni anno da Amy per l’anniversario e che ora, con la scomparsa della donna, tinge di giallo e insaporisce di dubbio e suspence la vicenda. Perché da subito ogni indizio sembra condurre alla colpevolezza del marito, il primo sospettato e indagato, in un caso in cui sembra ci sia poco da capire perché tutto appare sin troppo chiaro.

Soprattutto se la narrazione coincide con il punto di vista di Nick il quale si proclama innocente mentre sembra fare a pugni con qualche scheletro intenzionato ad uscir dall’armadio. Soprattutto se dal nulla spunta una giovane amante e un diario, scritto da Amy, che ripercorre le tappe di una vita matrimoniale tanto stellare negli esordi quanto fallimentare negli ultimi tempi, L’amore bugiardo del titolo.


E soprattutto se, inaspettatamente, il punto di vista della narrazione cambia insieme al suo ritmo e a quel velo di inquietudine steso dalla lentezza del racconto si mescolano la sorpresa e l’impensabile in un crescendo di tensione e curiosità. David Fincher, il regista statunitense di Seven (1995), Fight Club (1999) e The Social Network (2010), dirige l’adattamento cinematografico del romanzo L’amore bugiardo scritto da Gillian Flynn, sceneggiatrice (e si nota!) del film.

Il risultato è un qualcosa di poetico, sinistro e impercettibilmente sarcastico quando scivola in alcuni clichè a stelle strisce, probabilmente sacrificabili. Ma è, allo stesso tempo, un prodotto di alta qualità, capace di inchiodare alla poltrona anche gli spettatori meno pazienti per circa 145 minuti, senza annoiarli. Il gioco della semina di indizi, smentite, allusioni, abilmente mescolato alla scelta di più mezzi narrativi, dalla voce off alla scrittura, dall’uso abile e mai ridondante del flashback alla fotografia elegante ma non invadente, trasforma una pellicola cinematografica in un filo sospeso in aria.

Una strutturata sceneggiatura, poi, conduce tanto i protagonisti quanto il pubblico, a percorrere quel filo cercando un equilibrio fra il sentore di colpevolezza e il dubbio d’innocenza, grazie alla meticolosa e sorprendente (ri)costruzione di una probabile scena del crimine. Meritate le quattro nomination ai Golden Globe 2015: migliore regia e migliore sceneggiatura, migliore colonna sonora originale e migliore attrice protagonista in un film drammatico.

Da vedere perché: nulla è come sembra e tutto può rivelarsi mutevole. Basta solo guardare ogni cosa con altri occhi. In questo film, come nella vita.

Emanuela Macrì


sabato 6 dicembre 2014

Magic in the Moonlight. Allen e la magia dell’amore

Magic in the Moonlight. Titoli di coda. Si riaccendono le luci e si apre un bivio: commedia apprezzabile o lodevole ragionamento sulla vita?

Tanti saluti a quella parte di pubblico (e verosimilmente di critica) che imboccherà la prima via uscendo dalla sala. Perché questo viaggio sarà diverso e lo sarà per tutte le persone le quali, aguzzando la vista, troveranno i particolari celati nella vignetta abilmente dipinta da Woody Allen, come in famoso gioco enigmistico. 

Come in un numero gioco di prestigio, in uno di quelli con cui il maestro orientale Wei Ling Soo è solito incantare il suo pubblico. Peccato sia tutta una finta scenica. Peccato che “L’unico superpotere certo brandisce una falce” e tutto il resto sia un’invenzione per trovare conforto davanti a domande che non avranno risposta. Peccato che molto di quel che vediamo sia solo un imbroglio.

Non esiste nemmeno il mago cinese, infatti, perché sotto il kimono e i baffetti si nasconde Stanley Crawford (Colin Firth), il cinico e famoso illusionista britannico chiamato a smascherare Sophie Baker (Emma Stone), la sedicente sensitiva della provincia americana che sta incantando il sud della Francia con i suoi potere paranormali. E non esiste alcuna magia, perché non esiste un mondo altro al di fuori di quello che cade sotto i nostri occhi. Nemmeno in un’Europa di fine anni Venti, accarezzata dai tocchi di poesia fotografica ed elegantemente adagiata tra i fotogrammi dell’ultima creatura del (quasi) ottantenne Allen.


Ma l’imprevisto e l’incredibile sono lì, dietro l’angolo, pronti a rendersi palesi in ogni attimo. E persino uno scettico come Stanley, alla fine, può ricredersi. Perché il dono di Sophie gli si rivela quale “spettacolo, scienza, filosofia e religione” e l’uomo nulla può davanti ad una tale rivelazione.
Magie di una vita che con i suoi accadimenti porta a riconsiderare, a cambiare faccia e opinione. Sempre che non si tratti di un inganno. Sempre che i segni interpretati quali messaggi non siano altro che l’opera dell’astuzia e della meschinità di una certa (bassa) umanità che abbisogna di imbrogliare per continuare a vivere.

Da vedere per: deliziarsi davanti alla magia dell’amore a prima vista. Una magia vera, senza bisogno di esser messa alla prova, capace di non morire in un mondo in cui tutto è fasullo.

Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 06 dicembre 2014

venerdì 28 novembre 2014

TFF32: la Teoria del tutto al profumo di Oscar

Trovare un’equazione che spieghi la nostra esistenza in questo universo. Questa, più o meno, la missione della ricerca di Stephen (Eddie Redmayne), giovane brillante e un po’ stralunato dottorando in cosmologia. Di questo si innamora Jane (Felicity Jones) al loro primo incontro. Di una mente originale e due occhi intelligenti, incorniciati da grandi occhiali neri e da un dolcissimo sorriso. 

E a quell’incedere sempre più disarmonico nemmeno ci farà caso. Lei come nessuno altro. Fino a quando una diagnosi impietosa spiegherà quella camminata incerta: due anni di vita al massimo e un peggioramento continuo ai danni della muscolatura causato da una malattia degenerativa dei motoneuroni. Il cervello no, continuerà a lavorare, ma il corpo smetterà di rispondergli.

Due anni soli, per un futuro che necessiterebbe una vita intera da riempire. E allora non c’è tempo, non c’è tempo da perdere. Stephen e Jane decidono di sposarsi, di avere un figlio e poi due anzi tre. E la tesi di dottorando e il primo libro, le vacanze e la carriera da professore, inviti da onorare, stima e complimenti, i buchi neri e lo studio come compagno di vita, assieme agli amici di sempre e a quel docente divenuto collega e amico.


Passano due anni, poi ne passano altrettanti e la vita, sempre più dura per Stephen e la famiglia, la vita è ancora lì, a regalare gioia nella sofferenza, vittorie nel dolore. Lui che ora è uno stimato ricercatore e scienziato di fama mondiale, che vede i figli crescere e alla morte no, non ci pensa. Non c’è tempo.

The Theory of Everything, La teoria del tutto di James Marsh esce dagli schermi del Torino Film Festival per commuovere, narrare e, soprattutto, per omaggiare la vita e una vita, quella del fisico britannico Stephen Hawking il quale oggi, a 72 anni, a quel futuro da riempire guarda ancora con gioia. E non ha smesso di lavorare e lavorarci.

Un film prettamente narrativo, un biopic pieno nel suo genere e impreziosito da qualche tocco registico: l’inserimento ripetuto ma non insistito della figura circolare, per esempio, a cui si richiamano, in parallelo, i movimenti di macchina laterali che diventano una cornice soffice in cui si racchiudono sentimenti ed emozioni sottolineate nel gioco dei piani delle inquadrature.

Su tutto, però, spicca la sublime interpretazione di Eddie Redmayne, strepitoso in un ruolo complicato anche dalla necessità di dover recitare per quasi l’intero film in sedia a rotelle e assumere una posizione semi-disarticolata. In odor di (meritatissima) statuetta.


Emanuela Macrì


pubblicato su La Voce del Trentino il 27 novembre 2014

giovedì 27 novembre 2014

Una vita per decostruire. Elena Lazzari

Ci vuole una vita per costruire un vita. E a volte può sembrare che non basti neppure. Perché bisogna sapersi fermare, indagare e indagarsi, guardarsi e scandagliare. Comprendersi è un processo complesso ma spesso, anzi sempre, un passaggio obbligato verso l’equilibrio. Bisogna sapersi fermare per decostruire e ripartire da lì per poter continuare a costruire. 

Decostruire che non significa distruggere. Come spiega Elena vent’anni nemmeno e una storia da raccontare: la sua, quella di una ragazza lesbica cresciuta nella provincia di un nord di fine millennio, pronto al futuro ma con riserva, con una formazione cattolica, un amore per la filosofia, pochi grilli per la testa e due occhi capaci di guardare il mondo fuori e dentro sé.

Ad un certo punto, però, i conti non sembrano tornare. C’è una sorgente di sofferenza dentro di lei e un grande bisogno di risposte. Quelle che sente ripetersi in famiglia, a scuola, ovunque “Una fase, si tratta di una fase tipica dell’adolescenza” non sono solo insoddisfacenti ma, anche e soprattutto, sembrano creare ancora più confusione, se possibile, nella sua testa e nel suo cuore.

“Passerà, non preoccuparti”. E invece no, non passa. E sono lacrime e sconforto. Fino a quando su un biglietto Elena scrive: “Ho bisogno di capire chi sono, penso che questo sia il luogo giusto per farlo”. Fino a quando si apre una porta, si accende una luce e inizia un’altra fase del percorso.


Una vita per decostruire, edizioni Epsil (2014), è il percorso doloroso ma imprescindibile di Elena, che cammina tra la sua necessità di comprendersi, la grande forza nell’affrontare questo viaggio con le poche, pochissime, persone capaci di prenderla per mano e le tante che, invece, per incapacità o per superficialità si scrollano la responsabilità di una risposta con la scusa dell’età.

Elena Lazzari, giovane lo è davvero. Ma questo non pregiudica la profondità delle sue riflessioni, perché dalle pagine del suo libro esce chiaro e forte il messaggio della necessità, sua e di chissà quante altre donne, di uscire dal binario della brava bambina/ragazza/moglie/madre/nonna per percorrere la propria vita fuori dagli schemi imposti.

Per vivere una vita da sè stesse. Madri. Mogli. Fidanzate. Lesbiche. Poliamorose. Vedove. Single. Etero o bisessuali. Femmine, senza compromessi, prescrizioni o discriminazioni. Donne e persone consapevoli e libere di essere, nella propria pelle, con il proprio cervello, stomaco e cuore.

Così questo “libro di una di donna per le donne”, forte di un’interiorità che diventa parola scritta, si rivela adatto ad ogni persona che, rinunciando al morbo della sciocca e sterile curiosità, sia disposta a mettere da parte schemi e strutture mentali per un attimo. Per comprendere, elaborare, ascoltare.


Emanuela Macrì


martedì 18 novembre 2014

Sguardi, sunspence e nessuna etica. Lo sciacallo

Lou Bloom (Jake Gyllenhall) è il protagonista disoccupato de Lo sciacallo. The Nightcrawler. Campa da ladruncolo ma sogna un impiego onesto, uno qualsiasi, che gli permetta di mantenere la scassata Toyota che guida e pagare l’affitto del minuscolo appartamento in cui vive, fino a quando scopre, una notte, un lavoro da potersi inventare e poter pure riuscirvi bene, grazie a quella buona dose di pelo sullo stomaco mista alla scarsa moralità che gli sono proprie.

In fin dei conti si tratta solo di procurarsi una videocamera e un radar (rubando una bici, per esempio, e proponendo al negoziante uno scambio merce) per intercettare le radio di polizia e mezzi di soccorso, giungere sul posto prima di tutti e filmare quanto più sangue possibile. Quindi recarsi nella sede di una delle tante emittenti televisive di Los Angeles per vendere il servizio prima dell’alba. Prima del tg del mattino.

Una volta capito il gioco nulla sembra poter fermare Lou. Nessuno scrupolo e nessun concorrente. L’andamento della sua crescita professionale è direttamente proporzionale all’abbassamento del livello morale e deontologico che concorrono nel disegnare un personaggio via via sempre più cinico e spietato. Fino a risultare disumano.


Per questo il suo viso si colora di folli e stralunate sfumature, in una gamma di espressioni che va dalla beffarda serietà alla sciocca e inquietante risata. Mentre la macchina da presa è intenta ad indagare il suo privato, speso tra un religioso ordine quasi maniacale della sua abitazione, il rigore nella cura della pianta sistemata vicino alla finestra, accanto alla tv e un sistematico lavoro d’archivio dei suoi files video.

E non è una scoperta ma una conferma, il talento di Gyllenhall. Tanto bravo da affidare alla sua interpretazione e a quegli occhi alienati (e nella versione italiana, udite udite, ad un felice doppiaggio) tutta la suspence che il regista e sceneggiatore Dan Gilroy sembra aver volutamente sottratto alla narrazione, che certo non rispetta tempi e dogmi del thriller secondo dottrina.

La vera forza di questo film risiede proprio qui. Nell’efferatezza dei crimini di cui il protagonista arriva a macchiarsi contrapposta alla pacatezza dei discorsi da “corso di vita online base”. Nella compostezza dei suoi modi contrapposta ai lucidi ricatti che mette alla base dei rapporti interpersonali.

Fa da sfondo, infine, un’aspra critica al mondo del lavoro, e dell’informazione nello specifico, che con i suoi meccanismi si mostra capace di generare mostruosi esemplari di automi senza alcun senso di solidarietà e umana compassione.

Da vedere perché: raramente è possibile sostenere, senza troppo sforzo, una pellicola di due ore girata quasi totalmente in notturno. Il lavoro del direttore della fotografia Robert Elswit (già premio Oscar nel 2008) è, a dir poco, notevole.


Emanuela Macrì


Pubblicato su La Voce del Trentino il 17 novembre 2014

venerdì 5 settembre 2014

Venezia71. L’ironia di Andersson e un Pasolini a metà

Svedese, settant’anni, regista da almeno quaranta, ma i suoi film si contano sulle dita di una mano. Decisamente più prolifico nel campo della pubblicità (ha firmato più di 400 spot) Roy Andersson porta a Venezia71, una pellicola sorprendente e fuori dagli schemi, come si nota già dal titolo: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron (tr. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza).  

Poco più di cento minuti racchiusi in sole trentanove inquadrature, fisse. La macchina da presa rimane lì, ferma immobile e gli attori si muovono all’interno di quadri che si susseguono e, a volte, vengono riproposti. Come succedeva nelcinema delle origini che, a differenza di quello attuale di Andersson, era muto e in bianco e nero.

E se due sgangherati venditori si trascinano stancamente proponendo ai negozianti il loro triste campionario di scherzetti di carnevale (denti extralong di Dracula e il sacchetto che ride, tra gli evergreen), in un bar di Goteborg si ricordano antichi fasti, mentre un agente di sicurezza si presenta ad appuntamenti che sfumano ogni volta per qualche ignoto malinteso.


Episodi unici e slegati alternati ad altri, invece, concatenati fra loro, con il ripetersi di situazioni e battute: “Sono contento che vada tutto bene”. Quadri di ironica bellezza avvolta in una fotografia perlata e delicata. Quadri dove una spietata realtà si incontra e scontra con la dolcezza della sconfitta, unica vera protagonista.

Un’impresa audace quella del regista scandinavo dal risultato per nulla scontato. Cinema con la C maiuscola, punto. Per molti il miglior film in Concorso visto ad oggi. E non a torto.

Riuscito a metà, invece, uno dei film più attesi in questa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, ovvero Pasolini di Abel Ferrara, il regista newyorkese dal nome italiano ereditato dal nonno, sbarcato a Venezia con una pellicola in cui ripercorre l’ultimo giorno di vita dello scrittore e poeta.


Delude nella sceneggiatura, poco attraente e nell’impalcatura di un racconto senza vigore. Delude per una descrizione scialba di un personaggio come Pier Paolo Pasolini, tanto essenziale da non aver bisogno d’altro che del suo nome per il titolo. Tanto coraggioso in quel “Le mie esperienze, le pago si persona” da meritare una dedica più appassionata. L’ennesima ricostruzione del suo assassinio ce lo saremmo risparmiato.

Riuscito a metà, si diceva. Sì perché è innegabile la piacevolezza regalata da alcuni tocchi registici, quali le delicate dissolvenze che mescolano l’autore con i personaggi delle sue opere e i movimenti della macchina da presa, perforante nei primissimi piani e vivace nelle inquadrature d’insieme. 

Convince, decisamente, la fotografia virata al bruno, che mette lo spettatore, idealmente, dietro le lenti castane degli occhiali dello scrittore e gli mostra il mondo visto da lì. Standing ovation, senza discussioni, per Willem Dafoe, un Pasolini perfetto, nel volto e nella profondità. Superlativo. 

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani



Pubblicato su La Voce del Trentino il 5 settembre 2014

giovedì 4 settembre 2014

Venezia71. Sabina Guzzanti e la Trattativa

“Non è un film su Berlusconi, ma una pellicola sullo Stato e Cosa Nostra che, pare, abbiano intrattenuto tra loro rapporti stretti e poco puliti. Pertanto non credo sia giusto accostarlo all’opera di Franco Maresco, (Belluscone. Una storia siciliana) che non ho ancora visto ma, certamente, non perderò”. 

Così, Sabina Guzzanti, sulla sua pellicola, Fuori Concorso a Venezia71, accolta con favore e un lungo applauso dalla stampa presente alla proiezione del mattino. Un’opera riuscita, in cui nulla è stato lasciato al caso e di notevole valore estetico, impreziosita e coccolata dalla magistrale fotografia di Daniele Ciprì e dalla voce narrante della regista e sceneggiatrice.

Non un documentario e, forse, nemmeno un film, come solitamente lo intendiamo. La trattativa è un prodotto ibrido, adagiato in una zona di intersezione fra la fiction, il teatro e l’opera documentaristica, che si avvale di una grafica accattivante quale supporto per rendere chiaro un contenuto sudicio di cattive abitudini italiche e di malaffare.

La storia della (presunta) trattativa stato-mafia prende corpo così, tra il recitato e l’illustrato, con una scenografia che si svela tale quasi subito, mettendo a nudo il meccanismo del film nel film che dona alla pellicola un gusto così intenso al palato e piacevole all’olfatto.


È la stessa Guzzanti, inquadrata seduta tra gli attori, sguardo in macchina, ad alzare il sipario e mostrare l’anima della sua opera, prendendo a prestito una sequenza di un cortometraggio di Petri e Volontè: “Siamo un gruppo di lavoratori del mondo dello spettacolo…”.

Non un manuale di storia, non un pamphlet dal gusto partigiano come qualcuno vorrebbe, ma una ricerca di molti mesi su fatti di cronaca e atti giudiziari poi raccolti e sistemati in una ricostruzione che si stende sul piano temporale di quei tristi, primi, anni Novanta in Italia.

E i protagonisti, in questa pellicola, ci sono tutti o quasi: in immagini di repertorio, vecchie fotografie e nuovi volti del recitato. Oppure con il viso coperto da una maschera, perché in questa nostra storia può capitare che i cattivi si pentano e diventino buoni, con salto della staccionata che divide lo Stato e Cosa Nostra. Uno steccato, ideale, che se lo guardi da vicino mostra varchi e cancelli segreti che nessuno si prende la briga di chiudere o mascherare.

Ma in questa storia c’è dell’altro. Ci sono le bombe, i morti ammazzati, le agende e le deposizioni sparite. Ci sono i volti di chi lo Stato l’ha difeso ma non è stato difeso dalla Stato e le mani, sporche, di chi ha voluto che rimanesse tutto come prima, mentre il mondo cambiava e ci stava offrendo un passaggio verso una Storia diversa.

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani


Pubblicato su La Voce del Trentino il 4 settembre 2014

martedì 2 settembre 2014

Venezia71. Il favoloso di Martone e l’inusuale di Houellebecq

Due giorni di pioggia sul Lido e su Venezia71 e oggi qualche folata di vento freddo. Ma nulla è riuscito a sciacquare o spazzar via quel senso di delusione legato al film che Mario Martone dedica a Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso interpretato da Elio Germano. 

Il poeta catturato dalla macchina da presa del regista napoletano è esattamente lo stesso che abbiamo conosciuto nei libri di letteratura del liceo: deformato dai “sette anni di studio matto e disperatissimo”, soffocato dalla figura di un padre ingombrante e in costante conflitto con una vita che sembra riservargli solo dolore e insoddisfazione.

Il film non è brutto, intendiamoci. Solo un po’ fiacco e privo di fantasia, ma anche capace di intrigare, nei rari momenti in cui Leopardi esce dal biografico e declama con trasporto i suoi versi. Meglio ancora quando la colonna sonora entra in rotta di collisione con il piano narrativo, scuotendo l’intorpidito spettatore.

Germano, poi, recita con sincerità, anche sembra soffrire una sceneggiatura che veste come un paio di pantaloni troppo stretti, mentre la macchina da presa lo studia da vicino senza mai infilarsi nelle pieghe emotive di un personaggio così intenso e prismatico come il recanatese.

Un'opera cinematografica che il poeta meritava, ma riuscita forse a metà, come annunciato da un titolo non proprio irresistibile. Una pellicola non esaltante, dal gusto e andamento più televisivi che prettamente cinematografico.


Di segno opposto, invece, la sorprendente pellicola dei francesi Delèpine e de Kervern Near Death Experience, un film sorprendente, perfettamente adagiato nella sezione Orizzonti, sempre ricca di spunti e nuovi sguardi. Un film impreziosito da un’eccellente Michel Houellebecq, scrittore e sceneggiatore prestato alla recitazione, nei panni di Paul, un impiegato addetto al call center di una compagnia telefonica.

Diligente e puntuale, sebbene insoddisfatto, ha trascorso una vita da mediocre: per amore dei figli e per rispetto della moglie ha persino rinunciato a suicidarsi, lasciando che fossero le sigarette fumate senza tregua e qualche bicchiere in eccesso a scandire i ritmi di giornate sempre uguali. Fino a un venerdì 13. Fino a quando si lascia alle spalle la città e decide, senza annunciarlo, di recarsi in montagna per morire. Come un nativo americano ma contemporaneo e metropolitano.

Un film apparentemente senza trama e senza rotta riempito dalla gracile e sgraziata figura del protagonista, che sotto una maschera di uomo qualunque nasconde un’anima gentile e una profonda capacità di analisi. E così, tra danze pseudo sciamaniche ed esagerati primissimi piani arricchiti da una mimica straordinaria, Paul affronta un’esistenza di inettitudini con momenti di tale comicità che solo certe catastrofi sanno generare. Singolare, curioso, profondo e tanto inusuale da rivedere!

Emanuela Macrì 
photo.riccardogiuliani


Pubblicato il 2 settembre 2014 su La Voce del Trentino

lunedì 1 settembre 2014

Venezia71. Hungry Hearts e Belluscone

Il Lido sonnecchia ancora quando metto piede in Sala Grande per la prima proiezione (della giornata e in assoluto) di Hungry Hearts di Saverio Costanzo, italiano e in concorso. Alle 8.45 del mattino non sono moltissime le persone sprofondate nelle poltroncine. E il film proposto, certo, ha le sue ruvidità. 

Mina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver) si incontrano per la prima volta nel bagno di un ristorante cinese di New York. Lei lavora presso l’ambasciata italiana, lui è un ingegnere alle prese con un’imbarazzante emergenza intestinale. I due rimangono prigionieri del maleodorante vano per qualche minuto, ostaggi di una serratura difettosa e del destino che ha voluto farli conoscere.

Nonostante un imbarazzante primo (non concordato) appuntamento, i due finiscono per fare coppia fissa. E l’arrivo di un bambino pare aggiungere la ciliegina su una torta sobria ma non insipida, come la messa in scena, che restituisce scene di ordinaria normalità metropolitana.

La festa di nozze, celebrata qualche tempo più tardi, scivola in un rapido gioco di montaggio sulle note di Maniac (di Michael Sembello, 1983). L’abbinamento sembra un’ironica trovata del regista. Invece no. Si tratta, purtroppo, di un’amara anticipazione.

La donna, infatti, una volta diventata madre cercherà di portare all’estremo la sua convinta necessità di purificazione del corpo, che imporrà anche al neonato, sottoponendo entrambi ad una rigida dieta a base di semi oleosi e avocado. Inizia qui un vortice sempre più stretto di ossessioni in cui Mina, vittima di sé stessa, viene risucchiata, trascinandovi a forza tutta l’amorevole famiglia.


Film difficile, ma intenso. Ben recitato e per nulla irritante, come sostiene parte della critica, forse eccessivamente prevenuta. Delicato nel gioco di sguardi e attento a non cadere nel tranello del giudizio. Dispiace, e la dice lunga sullo stato del nostro cinema nel nostro paese che ad oggi non vi sia una prevista distribuzione della pellicola.

Uscirà nelle sale il prossimo 4 settembre, invece, Belluscone. Una storia siciliana, il film che porta Franco Maresco alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti. Un documentario in odor di fiction nato dal fallito tentativo dello stesso Maresco di confezionare un film sulle origini siciliane (e presunte mafiose) del successo di Silvio Berlusconi.

Espediente narrativo sarà la presunta sparizione del regista; a mettersi sulle tracce dell’irreperibile Maresco, che ha abbandonato film e ore di pellicola girata, sarà l’amico Tatti Sanguineti critico e storico del cinema, volto e voce narrante di questa storia.

Il risultato sarà un film a sangue misto, nato dall’unione di materiale destinato al film primario con collante girato ad hoc, evidenziato dal continuo, ma mai molesto, cambio di fotografia con un passaggio netto e giustificato dal colore al b/n.

Accoglienza calorosa a Venezia71, con meritatissimi minuti di applausi e qualche coretto d’approvazione. Peccato che Franco Maresco, ancora latitante, non li abbia potuti apprezzare. E poco importa di sapere quanto in questo Belluscone, e nella storia che gli fa da cornice, sia vero o non lo sia. Quel che interessa è riscoprire quanto il nostro cinema abbia ancora da dire. E, soprattutto, vedere sullo schermo quanto e come ancora lo sappia fare.

Emanuela Macrì
photo.riccardogiuliani


Pubblicato su La Voce del Trentino l'01 settembre 2014

domenica 31 agosto 2014

Venezia71. Ich sehe, ich sehe e Al Pacino

Un insolito inizio, per questa mia avventura a Venezia71, che come prima tappa sceglie la sala conferenze stampa. Qui, a dialogare con i giornalisti e gli addetti non c'è uno qualunque, ma un uomo che di cinema ne sa e ne ha fatto parecchio nella vita, ma non per questo si dice stanco e pronto ad allentare la presa.

Anzi. Al Pacino, di andarsene, non ne vuole sapere: "Se ho mai pensato di chiudere e andare in pensione? – risponde alla domanda – Certo! Più spesso di quanto si possa pensare. Ma poi, ogni volta, mi trovo a ripercorrere, con il pensiero, tutta la strada fatta dagli inizi. A ripensare a tutta la fatica, ai problemi, a tutte le soddisfazioni. E allora no, penso che non me ne voglio andare da qui". Un omaggio al proprio passato e all'infanzia. Quasi un inchino rispettoso ma non mieloso.

Stesso argomento, ma di segno diverso, affrontato nel il film che apre la mia 71ma Mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia e che mi attende in una rinnovata Sala Darsena: Ich sehe, Ich sehe (Goodnight Mommy) diretto dalla coppia austriaca Veronika Franz e Severin Fiala che, accompagnata in sala dal cast al completo.

Due ragazzini (i gemelli Elias e Lukas Schwarz) attendono, il ritorno a casa della madre (Susanne Wuest), reduce da un delicato intervento estetico al viso. Il medico le ha prescritto riposo e lei chiede silenzio. Ma a inquietare i bambini non è il cambiamento (ancora non apprezzabile a causa della vistosa fasciatura) ma il brusco atteggiamento della donna e il pessimo umore che le si accompagna. “Rivogliamo la nostra mamma” ripetono.


Pellicola interessante, sul tema delle identità trascinato nel gioco delle maschere, in cui a ogni cambio di faccia sembra corrispondere un cambio di personalità. Film sulle profondità umane, che procede sui binari paralleli dell’immagine e del significato, in un conflitto fra esteriore e interiore che appare senza soluzione.

Una donna in conflitto con la propria corporeità, sepolta in casa, mentre i suoi figli, vittime incolpevoli della sua irritante e incomprensibile isteria, sembrano bloccati in una terra di mezzo divisa tra suolo e sottosuolo. In una storia che fa del doppio il suo cardine, ma si ostina a tagliarne una parte. Una metà.

Ricco di particolari, a tratti straniante, ma pieno di simboli e richiami, con un andamento nel segno del dubbio, il film risulta apprezzabile e ben scritto. Non solo perché rispetta i tempi della suspence senza approfittarne, ma perché inserisce un ribaltamento di prospettiva che, sebbene velatamente annunciato, colpisce e rende la visione ancora più coinvolgente.

Certo, un colpetto di forbice in fase di montaggio non sarebbe apparso fuori luogo: il linguaggio cinematografico concede licenza all’evocazione, che nel caso di specie si sarebbe rivelata una scelta felice. La rinuncia alla messa in scena del truce, in alcuni casi, avvalora un’opera rendendola migliore e meglio digeribile.

Emanuela Macrì 


                              Pubblicato su La Voce del Trentino il 31 agosto 2014 

mercoledì 27 agosto 2014

L'odore della violenza. Ovunque tu vada di Katia Tenti

Che odore può avere la violenza? Quello di un alito al sapor di caffelatte e biscotti, quello dell’erba coperta dalla neve e da un cadavere, oppure quello dell’incenso asperso durante una celebrazione liturgica, tanto intenso e pungente da riuscire a coprire anche il più torbido dei segreti. 

Di certo si tratta di un odore capace di seguirti, ovunque tu vada, chiunque tu sia. Perché ci sono fantasmi capaci di rincorrerti dal passato, di sederti accanto per offuscare il presente, tanto forti da rimanerti dentro per sempre.

Può succedere anche in una città dal volto tranquillo come Bolzano che può nascondere, sotto la giacca buona, una camicia macchiata di unto e sudore. Anche qui può succedere e succede che tre casi giudiziari (reali) registrati in città e provincia in tempi diversi bussino alla porta della memoria e che qualcuno, una volta aperto l'uscio, li faccia accomodare in un romanzo giallo, a sfumature noir.


Nasce così Ovunque tu vada, il primo romanzo di Katia Tenti, Direttrice del dipartimento Cultura, Edilizia e Lavori pubblici della Provincia autonoma di Bolzano e scrittrice per destino, se si considera come, nelle sue mani, racconti ruvidi e scomodi si sciolgano in una scrittura piacevole e mai faticosa. Un'abilità non da poco, quando la materia trattata è incandescente come magma e i personaggi invischiati sono così diversi e distanti fra loro.

Tra questi, figura che spicca e sembra riassumere nella propria storia ogni contraddizione che il romanzo frequenta, è quella del sostituto procuratore Jacob Dekas, nome e volto di fantasia, apprezzato professionista dal privato destrutturato e dal passato in discussione.

Sarà lui a coordinare le indagini dei tre casi narrati, a confrontarsi con gli abissi del dolore, a destreggiarsi negli anfratti dell'umana disperazione che scuote la comunità e le coscienze di una provincia dalla doppia identità. Sarà lui ad inciampare in quel potere che fa sentire forte la sua voce, tanto forte da diventare il protagonista di questo libro.

Un potere che si annida ovunque e indossa i guanti della violenza. Per fare più male e non lasciare tracce; per essere ovunque. Come nel caso di Antonio, il quale si confronta con la fine di un amore che non accettata e impone per questo la propria presenza a Milena, che un giorno l’amava, seguendola in ogni suo spostamento.

Come l'avvocato Plattner, con quel nome importante lasciatogli in eredità dal padre, usato come lasciapassare ma con cui riesce a misurarsi, per manifesta inferiorità, che nel giardino di casa si trova (o fa trovare?) un cadavere e tanti misteri ad esso legati.


Come il sorriso rassicurante di don Daniele, un ministro di Dio, che approfitta della purezza di Verena, nove anni appena all'epoca dei fatti, promettendole un Paradiso che dovrà passare attraverso l’inferno dell’abuso sessuale. Una storia di potere, insomma, e di esercizio, pessimo, di quel potere.

Una storia in cui vengono chiamate a rapporto le Istituzioni, quelle con la I maiuscola. La famiglia, a cui si chiede di fare i conti con le proprie paure e che davanti ai propri fallimenti è tenuta a far calare quel velo di ipocrisia sociale dietro cui si nasconde. 

E la Chiesa, che alle accuse risponde erigendo un muro impenetrabile fatto di scelte di sistema volte a rendere inattaccabile la sua complessa struttura. E l'informazione, che messa alla prova, mette a nudo un sistema in bilico fra dovere di cronaca e silenzi comodi in cui riparare.

L'unica realtà risparmiata dal tritacarne sembra essere la giustizia, che lascia sul campo cadaveri e carcasse, compie proprio dovere e sutura le ferite conscia, però e purtroppo, di tutte le cicatrici che rimarranno sulla pelle delle vittime di questa storia. Mentre in città qualcuno ancora si chiede come sia possibile «tanta sofferenza in una realtà così piccola».


Emanuela Macrì

pubblicato su La Voce del Trentino il 26 agosto 2014

lunedì 25 agosto 2014

Sono i dollari che fanno volare gli aerei. Amelia

Amelia Earhart è una ragazzina nata nel Kansas nel 1897. Dal padre eredita una passione, quella per il volo, che la porterà in alto, in tutti i sensi. Sarà una donna aviatrice e pilota di aerei, la prima a compiere la trasvolata sull’Atlantico, la prima ad accarezzare e sfiorare il sogno di compiere il giro del mondo a bordo di un aeroplano. La prima a entrare nella Storia tenendo ben salda nelle mani la cloche.

A raccontare, per immagini, la sua vita è la regista Mira Nair (Monsoon Wedding, Il fondamentalista riluttante e altri film all’attivo) con Amelia del 2009 in cui dirige l’attrice premio Oscar Hilary Swank, credibile (non a caso premiata per la parte come miglior attrice protagonista all’Hollywood Film Festival dello stesso anno) e molto somigliante all’aviatrice, affiancata nel ruolo del marito e manager, dall’evergreen Richard Gere

È il 1928 quando Amelia incontra il suo futuro marito, un rampante manager che intravede nella donna grosse potenzialità, soprattutto in termini di marketing. La sua proposta è quella di trovare i finanziamenti che permetteranno alla giovane aviatrice di dare forma alla sua prima, importante, avventura in cielo: sorvolare l’Oceano Atlantico a bordo di un Fokker F VII. Nessuna donna, prima di allora, aveva osato tanto.


Quella di Amelia, per la verità, sarà una missione compiuta, ma solo a metà: il suo ruolo, a bordo sarà marginale. Anzi “a scopo ornamentale”, come recita una battuta del film. Ma poco importa, alla donna, di fungere da esca pubblicitaria. Per lei più importante di ogni cosa è la possibilità di essere presente, saranno gli onori e i festeggiamenti che la vedranno protagonista una volta scesa dall’apparecchio che porta il nome di Friendship, Amicizia.

La notorietà non tarda ad arrivare. Conferenze, lezioni, feste di gala. Un posto nell’olimpo del jet-set a stelle e strisce è prenotato a nome Earhart. Accettare il compromesso di vendere la propria immagine per “essere libera di vagabondare nell’aria” diviene, per Amelia, la filosofia cui guardare. Perché si sa “sono i dollari a far volare gli aerei”.

Perché i due traguardi che diventeranno le ossessioni pulsanti nelle tempie della donna, potranno diventare realizzabili solo se generosamente finanziati. Così la trasvolata che porterà Amelia dal continente americano all’Irlanda apre la strada alla grande impresa della pilota statunitense: il giro del mondo in solitaria ai comandi del bimotore Lockheed L-10 Electra.

Amelia Earhart, dopo un primo fallito tentativo, decolla il primo giorno di giugno del 1937. L’avventura attesa da una vita si trasformerà, il mese successivo, in tragedia. Il 2 luglio, infatti, si perdono contatti radio e tracce del velivolo. Di Amelia e Fred Noonan, l’unico altro membro dell’equipaggio, non si avranno più notizie. Nonostante il notevole dispiegamento di forze nelle operazioni di soccorso prima e di ricerca, poi.


Quello della Nair risulta film onesto e poco pretenzioso, più concentrato sulla narrazione che sulla grammatica cinematografica, più recitato che abbellito dalla tecnica. E sebbene poco apprezzato dalla critica e dal pubblico, è innegabile la piacevolezza del ritmo mai forzato, morbido nel far scivolare gli eventi senza aggiungervi troppo rumore e della sceneggiatura misurata e attenta.

Piace anche la scelta di evitare il terreno franoso dei misteri e degli intrighi che vorrebbero la Earhart fatta prigioniera e quindi giustiziata perché nemica, e la scelta di un inquadratura fissa, con le acque dell’oceano ad occupare lo schermo, evocando un ammaraggio senza metterlo in scena.

I più esperti potranno forse indicare imprecisioni tecniche o altro, mentre l’occhio profano apprezza una delicata fotografia e la dolcezza di una donna volitiva, forte anche nelle proprie debolezze.

Emanuela Macrì 

Pubblicato su La Voce del Trentino il 24 agosto 2014

lunedì 28 luglio 2014

Una ragione per dirti di no di Linda Ferrer

Quante ragioni può trovare, una donna, per dire no? 

A Veronica ne basterebbe una, una soltanto, per liquidare la questione in modo semplice e secco, per rifiutare una proposta tanto spavalda da risultare irriverente. E invece sì. La risposta sarà un sì, che prenderà la forma di una storia (insolita) e inaspettata, pronta a riempire giorni in bilico fra singletudine e sogni, in attesa del ritorno del (vagheggiato e inconsapevole) principe azzurro, assentatosi momentaneamente per questioni legate alla professione.

Una ragione per dirti di no (ed. Sperling & Kupfer) esce dalla penna di Linda Ferrer, una scrittrice che per l’occasione usa uno pseudonimo. Un libro che mi trovo, per caso, tra le mani e consumo, fluidamente, in pochissimo tempo. Un’intervista che non immaginavo di poter fare. Una donna che non pensavo di poter incontrare. E invece sì.

«Non è il mio primo libro – racconta Linda – ma, sino ad oggi, mi sono cimentata con altri generi letterari. Una ragione per dirti di no è nato, quasi spontaneamente, in un periodo di riflessioni personali. L’ho scritto praticamente di getto, in poco più di un mese.


È stato un compagno di vita con cui ho condiviso le pause pranzo, moltissime serate e i week end. Un lavoro che ha preso forma mentre sotto i miei occhi sfilavano situazioni e circostanze delle quali nutrirsi e prendere spunto. Assorbivo e non riuscivo a staccarmi dalla scrittura».

Il mio stupore è, con ogni probabilità, leggibile nell’espressione. «No, non è un libro autobiografico. O meglio: non del tutto» precisa l’autrice. «Veronica e Linda non sono la stessa persona, anche se entrambe, per certi versi, mi e ci somigliano». Un sorriso «Somigliano alle donne, in generale. Ma non a tutte».

La differenza sta in quel coraggio di lasciarsi andare, di slegarsi dall’esercizio dell’auto-giudizio che spesso, umanamente, impedisce di vivere alcune situazioni con la giusta serenità. La sfrontatezza, per certi versi, di accettare una proposta a tinte forti, anziché irritarsi. Ad attendere la protagonista del romanzo ci saranno molta vita vissuta e momenti che nel racconto si insaporiscono di sfumature piccanti annaffiati da colorata intimità; situazioni sempre nuove, audaci ma non prive di senso. Ogni nuovo appuntamento, infatti, arricchisce il “percorso formativo” di Veronica andandosi a collocare quale tessera perfetta nel puzzle di questa storia - non storia. 

E se tutto di Veronica ci viene raccontato, dal tormento di un messaggio che non arriva, all’amicizia di Sara in cui rifugiarsi, poco sappiamo di Fabrizio, l’affascinante vicino di casa. Proprio lui che quella sfida l’ha pensata e lanciata. Proprio lui che oscilla tra la figura dell’uomo ideale e quella dell’ermetico seduttore.

Chiedo, curiosa, qualcosa a proposito del personaggio maschile: «Beh, non è poi diverso da Veronica. Anch’egli, infatti, vive l’emozione di questa storia, anche se la comunica in maniera diversa. Ma la storia è narrata dal punto di vista femminile. E il ritratto di lui è, pertanto, volutamente parziale».

Ma qualche particolare parla della sua anima. «Certo. Diciamo che ho preferito fossero le parole a tratteggiare la figura di Veronica, lasciando i gesti e il non-detto a raccontare Fabrizio. Tutto all’interno di un’atmosfera che vira dalla sfida al gioco e muta continuamente pelle».

Con dovizia di particolari, peraltro. «Ho preso la decisione di non tralasciare nulla nel momento stesso in cui ho iniziato a scrivere. Anzi, posso dire che proprio questa scelta ha mosso tutto il resto».

Anche i luoghi sono descritti e localizzati con precisione. E questo è un particolare che non può passare inosservato, soprattutto agli occhi trentini. «Nella scelta dei luoghi dove ambientare la storia sono stata rigorosa. Nessuna fantasia concessa ma solo località conosciute».

E nasce un sorriso. La Valsugana non viene eletta poi così spesso a meta per weekend romantici. «Esatto! E Veronica non mancherà di sottolinearlo, sebbene avrà di che ricredersi. In questo punto della narrazione, diciamo che ha prevalso il cuore: pur essendo cresciuta a Milano ho trascorso molte stagioni estive a Levico Terme, in villeggiatura. Ho ricordi bellissimi legati al Trentino, terra che mi è parsa ideale per accogliere quel fine settimana, così importante per lo svolgersi della storia e da ricordare».

Un territorio che fa da scenario, un azzardo, un uomo bello e non solo. In mezzo una donna che imparerà a conoscere il suo lato più vero e non avrà paura di affrontarlo a viso aperto, dialogando con la propria femminilità e affilando le armi della seduzione.. Una ragione per dirti di no ed una per dire di sì  alla lettura di un romanzo solare e sensuale


Emanuela Macrì 


Pubblicato su  La Voce del Trentino il 27 luglio 2014